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![]() Il modello sociale francese “sotto il vulcano” della generazione precariaUltima modifica: giovedì 2 novembre 2006 Giuseppe Allegri
Uno sguardo ai volumi Alessandro Coppola, Dalla fabbrica alla banlieue. Missione cattolica, islam e nuova questione sociale nella Francia contemporanea, Ediesse, 2006, pp. 246, € 12; Hugues Lagrange e Marco Oberti, La rivolta delle periferie. Precarietà urbana e protesta giovanile: il caso francese, Bruno Mondadori, 2006, pp. 261, € 13,50. “Si teneva al corrente degli ultimi avvenimenti, sempre in cerca di qualsiasi notizia che facesse presagire, seppur minimamente, il caos” T. Pynchon,V. Nell'ultimo anno la Francia ha conosciuto due stagioni di sommosse, manifestazioni, rivolte urbane: l’autunno dei fuochi nelle banlieues e la primavera degli eventi della generazione precaria. Due volumi di recentissima pubblicazione ci permettono di riprendere un discorso pubblico, culturale e politico, sullo scoppio di queste “nuove questioni sociali” nel modello sociale francese. Il primo volume è quello di Alessandro Coppola, Dalla fabbrica alla banlieue. Missione cattolica, islam e nuova questione sociale nella Francia contemporanea: il risultato di un duraturo lavoro di indagine e ricerca storica di un giovane studioso, in movimento tra Roma e Parigi, che interroga l’emergere delle nuove questioni sociali dal particolare punto di vista delle missioni cattoliche nella Francia del secondo dopoguerra. Un merito del lavoro di Coppola si trova già nella metodologia seguita per lo svolgimento della ricerca, nella capacità di proporre una prospettiva interdisciplinare, che intreccia storia sociale, analisi sociologica, storia delle idee e dei movimenti collettivi. Non è poco nel tempo in cui le ricostruzioni (para-)accademiche sembrano sempre più asserragliate nei rigidi e neutralizzanti steccati degli specialismi; e probabilmente non è neanche un caso che questa sensibilità venga messa in campo da un giovane dottorando, ricercatore precario in formazione. Coppola suddivide la sua analisi tra la «Francia dei “trenta gloriosi”» e quella dei «trenta incerti»: dall’esperienza dei «preti-operai dal dopoguerra agli anni sessanta», nelle fabbriche e nelle banlieues rouges, alla crisi della missione cattolica francese, nell’epoca della scomparsa delle tradizionali strutture del movimento operaio e della «Francia in crisi». Il tutto dinanzi all’emergere di un islam operaio di Francia, prima, e ad una progressiva disoccupazione e precarizzazione della seconda e terza generazione di immigrati. È la transizione alla “seconda modernità”, alla “società del rischio” e dell’incertezza, che accompagna la crisi radicale del modello repubblicano francese: quello che gli immigrati di prima generazione hanno conosciuto come Stato provvidenza, per l’integrazione e che i loro figli e nipoti percepiscono come Stato penale e di controllo, per l’esclusione. È anche il cuore nero di una V Repubblica fondata sulla tragedia della guerra d’Algeria e delle banlieues vissute come ambiguo laboratorio di questa tarda modernità: come embrione di metropoli globali, innervate da contraddizioni non più risolvibili attraverso il vecchio paradigma missionario, tanto quanto non sono intercettate dalle residuali istituzioni del movimento operaio novecentesco (partiti, associazioni, sindacati della sinistra, moderata o neo/tardo-comunista che sia). L’orizzonte epocale della «fine del secolo, con l’esaurimento di un ciclo di integrazione politica operatasi sotto l’egida del movimento operaio», aleggia anche nel volume a cura di Hugues Lagrange e Marco Oberti, La rivolta delle periferie. Precarietà urbana e protesta giovanile: il caso francese, di recentissima traduzione italiana. Diversi saggi per una ricerca collettiva di analisi socio-politica del ciclo di manifestazione di dissenso sociale e generazionale che lega l’ottobre rosso fuoco delle banlieues al marzo francese dei movimenti anti-cpe. E questo legame viene narrato anche attraverso i suoi conflitti: i banlieusards che assaltano, derubano, picchiano le/i liceali parigini nei primi cortei, poi l’intransigente chiusura del governo de Villepin che fomenta il gigantesco corteo parigino del 28 marzo, dove sfilano rabbiosamente insieme «giovani scolarizzati, adulti, ma anche strati giovanili più marginalizzati». E la sinistra, istituzionale e sindacale, che aveva taciuto sui moti delle banlieues è ora costretta ad inseguire, con atteggiamento paternalista e retrò, questi giovani, improbabili nuovi animali sociali, che, con difficoltà, sembra possano battere il tempo di un «nuovo corso» politico. Perché la loro lotta parla della condizione generale di precarietà della vita, in cui l'allarme lanciato dalla «protesta giovanile» diviene la lingua comune di un rispecchiamento che investe anche le loro madri e i loro padri, declina rivendicazioni a partire dalla condivisione di una insicurezza che non è solo e tanto lavorativa, ma diviene sociale ed esistenziale (per certe intuizioni si veda R. Castel, L'insicurezza sociale, Einaudi, 2004). E i saggi, le statistiche, le tabelle contenute nel volume edito da Bruno Mondadori provano ad attraversare il prisma, a volte opaco, altre cangiante, a tratti oscuro, dei conflitti che le giovani generazioni precarie ed insicure evocano e producono ai margini simbolici, ma nel cuore vivo, delle metropoli d’Occidente. Moltitudini di precarie singolarità qualunque che si muovono tra produzione di eventi, intermittenza (quando non assenza) di una vera e propria militanza, ribellismo, odio urbano, sentimenti di riconoscimento e condivisione, cieca autodistruzione. Come comprendere, intercettare, mettere a valore questo magma incandescente? Come vivere “sotto il vulcano” di esistenze condannate ad una insicurezza che troppo spesso conosce solo il lato oscuro del vivere sociale e delle istituzioni? Un abbozzo di risposta problematica lo troviamo nell’analisi socio-politica curata da Lagrange e Oberti. Le altre risposte necessarie si spera le trovino le moltitudini che si incontreranno nella apertura di comuni spazi pubblici di confronto e conflitto, a patto che non si continui a rinchiuderle nei meccanismi repressivi di incapaci e vendicative classi dirigenti e sempre che si dia loro la possibilità di uscire dall’invisibilità e dall’afonia cui sembrano condannate. In ogni caso consapevoli delle contraddizioni spesso non integrabili che le gioventù precarie e delle periferie si portano dietro, nel fare il loro ingresso chiassoso e disturbante negli spazi pubblici presidiati dai media mainstream. Che non si debba, con la tipica ipocrisia di giornalisti e politici benpensanti, trattarli come racaille, interpretarli come figure che richiedono le avvizzite ricette di un lavorismo paternalistico o che credono alla oscura fantasmagoria della società del pieno impiego; né tanto meno che si finga di ascoltarli solo quando appiccano quei fuochi che finiscono per divenire segnali di fumo sui quali opportunisticamente soffiare per innalzare l’audience pubblicitaria della “società dello spettacolo”. Se ci sono due domande ineludibili poste alle classi dirigenti d'Europa dai moti francesi autunnali e primaverili la prima riguarda l'agibilità pubblica per domande di riconoscimento, rispetto, vita dignitosa, poste attraverso forme talmente radicali da non essere del tutto integrabili, anche dal punto di vista delle domande, oltre che delle pratiche. I giovani banlieusards e studenti sanno che le loro manifestazioni di dissenso contengono un'eccedenza irriducibile, che probabilmente neanche vuole essere integrata; e, tuttavia: da quei margini non sovrapponibili di ribellione potrebbero nascere pratiche di autonomia e reciproco riconoscimento, che interrogano direttamente l'evoluzione del vivere sociale dopo il Novecento. E così si arriva alla seconda domanda che pone la richiesta di un sistema sociale all'altezza dei tempi, data l'evidente crisi del “modello repubblicano di integrazione”, perché «i giovani coinvolti si rivolgevano al potere politico, tanto nazionale quanto locale» (p. 234) e, aggiungiamo noi, continentale, per rivendicare un sistema sociale opposto rispetto alla segregazione, marginalità, esclusione in cui sono condannati a vivere i giovani “superflui” delle periferie e della generazione precaria. Ulrich Beck (I giovani “superflui” delle periferie, in La Repubblica, 3 gennaio 2006) pose la questione che «non si riesce a togliere dalla testa delle élite dell'economia e della politica l'idea del lavoro per tutti» e, proprio per questo, «la politica e la scienza, sotto l'incantesimo dell'ortodossia della piena occupazione, rimuovano la questione fondamentale: come possano le persone condurre una vita sensata anche quando non trovano un posto di lavoro?» Ecco una domanda che non riduce ad una visione pauperistica e nostalgica le questioni poste dalle sommosse francesi, ma anzi propone l'adeguamento di tutele e garanzie sociali al cambiamento della condizione lavorativa (e della sua assenza e/o presenza precaria), degli stili di vita, delle relazioni sociali. E allora che si possa intravedere, in questa rabbiosa e a tratti inaccettabile, ma spesso unica modalità possibile di presa di parola pubblica, un principio speranza per le precarie generazioni d’Europa, che vogliano ragionevolmente lottare per il diritto di ogni generazione ad affermare i propri bisogni, desideri, gioia di vivere. “Da bravo professionista obbediente arrivai puntuale al mio appuntamento con la rivoluzione” J.G. Ballard, Millenium people. |
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