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Lo stato irrazionale del diritto

Ultima modifica: domenica 26 giugno 2005

Michael Scheuer, L’arroganza dell’impero. Perché l’Occidente perderà la guerra al terrorismo (Marco Tropea editore). Annientare il nemico ovunque si trovi per garantire la sicurezza nazionale dell'Impero. A costo di cancellare la convenzione di Ginevra e il diritto penale. Scheuer pensa che questo sia un limite della guerra americana al terrorismo, mentre è il limite estremo in cui si trova il potere imperiale oggi

Non sono cambiate le spie dal tempo dell’uomo all’Avana. John Wormold sbarcava il lunario vendendo fazzoletti sulla spiaggia. La figlia diciassettenne Milly amava spendere molto denaro costringendolo ad accettare un lavoro per i servizi segreti. Difficile lavorare per l’intelligence quando non si ha nulla da riferire. Allora John inventò dei fatti fingendo che fossero reali. Nel bazar globale dei falsi dossier e delle colossali menzogne organizzate dalle barbe finte per giustificare l’invasione dell’Iraq alla caccia delle armi di distruzione di massa accumulate dal regime di Saddam Hussein, le spie sono rimaste quelle del romanzo di Graham Green: disposte a tutto pur di inventare la verità che serve ai loro governi.

La commissione presidenziale che ha concluso le sue indagini sull’operato dell’intelligence americana il 31 marzo scorso parla di una “debacle” dalla quale la credibilità dei servizi Usa impiegherà degli anni per riprendersi (Julian Borger, US intelligence on Iraq chaotic and incompetent, says Bush commission, sul Guardian del 1 aprile scorso). L’incompetenza descritta nel rapporto sfiora la farsa quando si riferisce a “Curveball”, “Raggiro” in inglese, il disertore iracheno che ha fabbricato le prove sui laboratori mobili di armi biologiche portate da Colin Powell all’assemblea dell’Onu del 5 febbraio 2003 per giustificare la guerra anglo-americana contro l’Iraq. “Raggiro” ha mai fornito prove concrete delle sue affermazioni, scrive la commissione. In compenso i servizi americani hanno raccolto voci sulla sua “follia” e “inattendibilità” da almeno 100 rapporti diversi. Bush ha taciuto promettendo una verifica.

C’è un’altra categoria di spie che possiamo definire “leali ma deluse”. Hanno lavorato per la Cia o per l’antiterrorismo, ma poi frustrate se ne sono andate e oggi scrivono libri che vendono migliaia di copie. Solo negli ultimi due anni sono stati pubblicati i best-seller di Richard Clarke (Contro tutti i nemici, Longanesi) e di Robert Baer (Dormire con il diavolo, Piemme). Michael Scheuer è stato il direttore dell’Alec, la struttura speciale che ha dato la caccia a Al Qaeda nella presidenza Clinton, ha pubblicato negli Stati Uniti, in forma anonima, "L’arroganza dell’impero. Perché l’Occidente perderà la guerra al terrorismo" (Marco Tropea editore, pp.383, € 18,50), poi ha lasciato la Cia e si è dato all’editoria riemergendo dal mondo delle quinte colonne con il suo vero nome.

Il segreto del successo di questi libri è sempre lo stesso: dare l’idea di una vicinanza alle stanze del potere. La guerra in Iraq oggi va male, è facile quindi pensare che il principe non sia ben consigliato. C’è tutta un’offerta di ex “addetti ai lavori” prodighi di consigli intelligenti che non fanno sconti sugli errori nella guerra al terrorismo, condannano la politica di occupazione in Iraq. Mantenendo sempre un occhio alla sicurezza nazionale americana: l’Islam, scrive infatti Scheuer, è in guerra con l’America. Il problema è dunque quello di trovare strumenti adeguati al nuovo tipo di minaccia. Ad esempio, fu un errore fatale quello di credere che, dopo la sconfitta di Saddam Hussein, la guerra contro il terrorismo fosse un’operazione di polizia internazionale. E’ anch’essa una guerra, sostiene Scheuer, non capirlo porterà a gravi fraintendimenti e all’uccisione di migliaia di persone. Il punto è allora: che tipo di guerra si combatte in Iraq? Da guerriglieri o da terroristi?

Scheuer non lo immagina, ma una risposta alla sua domanda è giunta recentemente dal giudice delle udienze preliminari di Milano Clementina Forleo duramente attaccata da alcuni esponenti del governo Berlusconi per avere distinto il concetto di “terrorista” da quello di “guerrigliero”. I tre uomini condannati per reati legati alla falsificazione di documenti, Bouyahia Maher, Alì Ben Sassi Toumi e Mohammed Daki, non possono essere definiti “terroristi” per la collaborazione offerta nello spostamento di “uomini e risorse”, ha scritto la Gup nelle motivazioni della sentenza che li ha assolti dall’accusa di terrorismo e li ha definiti “guerriglieri”.

La loro adesione ideologica ad una “rete” associativa che ha progettato atti terroristici in zone diverse dal loro luogo di residenza non giustifica dunque un’imputazione di terrorismo: "L'esaltare la rilevanza di tali rapporti – ha precisato il giudice - finirebbe per allargare a dismisura il confine della responsabilità penale consentendo di colpire tipologie politiche di autore o di stroncare fenomeni invece che responsabilità individuali". Ciò che la Forleo mette seriamente in dubbio con la sua sentenza non è dunque soltanto l’analogia tra il terrorismo e la guerriglia, che è già evidente dal punto di vista storico e politico, ma l’intero asse delle politiche penali contro il terrorismo dall’11 settembre ad oggi negli Stati Uniti come in Europa.

Nel Patriot Act del 2002 e poi il Domestic Security Enhancement Act del 2003 (il “Patriot II”) negli Usa e nella direttiva europea sulla lotta al terrorismo (Decisione quadro del Consiglio Europeo 13 giugno 2002, in “Journal Officiel des Communautés européennes”, 22 giugno 2002, L 164) la definizione del reato di terrorismo è vincolata ad un elemento soggettivo che ne condiziona l’intera validità. Nella decisione quadro sulla lotta al terrorismo si legge ad esempio che per determinare tale reato è sufficiente accertarsi dell’intenzionalità del suo autore prima che l’azione abbia avuto luogo. L’attribuzione di un carattere terroristico al reato non dipende dall’atto in sé, ma dal suo collegamento ad un’azione ritenuta terroristica dal governo. La categoria di terrorismo viene dunque costruita perché siano i governi a definire chi è terrorista e chi non lo è.

Se il giudice Forleo sostiene che, in situazioni di emergenza, uno stato di diritto non deve lasciarsi influenzare da “stati emozionali ed irrazionali” nell’interpretazione della sua legge, Scheuer lamenta invece l’“approccio minimalista” che la Casa Bianca ha adottato dopo l’11 settembre: invece di fare la guerra totale contro il terrorismo ha preferito comportarsi da poliziotto dell’ordine globale. Da qui la sua idea che gli Usa abbiano perso la guerra contro Al Qaeda. La mancata distinzione tra “guerriglia” e “terrorismo” è per Scheuer il segno di un più generale cambiamento politico: l’assimilazione della lotta al terrorismo a un’operazione di polizia.

Ciò ha consentito, da un lato, la riduzione del “guerrigliero” per sua natura inserito in un contesto politico nazionale e internazionale, a terrorista isolato che agisce in base ad una rete ristretta di rapporti priva di legami con il territorio, e dall’altro lato la riduzione del “terrorista” a “combattente irregolare” cioè a puro e semplice “criminale” al quale non viene riconosciuta alcuna personalità giuridica.

Conseguenze non da poco che sfuggono a Scheuer il cui obiettivo è esclusivamente militare: annientare il nemico ovunque si trovi per garantire la sicurezza nazionale. A costo di distruggere la convenzione di Ginevra, ma anche di giustificare misure di detenzione a tempo indeterminato sconosciute al diritto penale occidentale come quella di Guantanamo o di Abu Grahib. Ma il motivo di interesse di questo libro rimane un altro. Ciò che infatti Scheuer pensa sia un limite della guerra americana al terrorismo è invece la reale difficoltà in cui si trova il potere imperiale oggi.

L’ormai celebre mazzo di cinquantacinque carte su cui erano raffigurati gli esponenti più ricercati del regime di Saddam Hussein è l’esemplificazione hollywoodiana di questo dilemma. L’idea che l’arresto dei gerarchi saddamiti avrebbe risolto le ostilità in Iraq non solo è stata smentita, ma è la conferma che quella che si combatte in Iraq è sia una guerra (distruggere il nemico) sia un’operazione di polizia (prevenire gli atti terroristici mediante operazioni di intelligence).

E’ questa l’ambiguità che ha portato all’ingovernabilità dell’Iraq dove l’esercito americano, pur contando su una superiorità militare indiscutibile, non riesce ad imporsi. L’unica certezza è oggi quella di avere stravolto il sistema delle garanzie processuali. Sempre che un giudice, stigmatizzato dal potere esecutivo, scriva una sentenza in cui si rifiuta di “rinunciare al diritto medesimo”, e di trattare gli eventuali oppositori come “non persone, ossia, appunto, nemici”. (R.C.)