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La pace non ha il sapore di un milk-shake alla vaniglia

Ultima modifica: sabato 25 giugno 2005

Chalmer Johnson, "Le lacrime dell’impero. L’apparato militare industriale, i servizi segreti e la fine del sogno americano" (Garzanti). L’uso militare del potere politico è necessario per mantenere l’egemonia mondiale, ma l’egemonia mondiale oggi è poco conveniente e minaccia di rovinare in una recessione. Come molti altri, anche Johnson, trascura il problema di chi possiede il potere assoluto: in fin dei conti la realtà ha sempre un modo per affermare se stessa

La guerra è pace. La libertà è schiavitù. Il diritto del più forte è la legge. Chissà se George Bush riuscirà mai a coniugare il paradosso permanente delle sue idee sulla democrazia nello stesso modo in cui è riuscito, nel recente viaggio in Europa, a fare ingoiare ai suoi riottosi alleati un milk-shake alla vaniglia facendogli credere che avesse il sapore del cioccolato. A leggere "Le lacrime dell’impero. L’apparato militare industriale, i servizi segreti e la fine del sogno americano" (Garzanti, pp. 445, €26), l’ultimo volume di Chalmer Johnson, conosciuto in Italia per il suo precedente volume "Gli ultimi giorni dell’Impero" (Garzanti), sembrerebbe impossibile.

Gli Stati Uniti sono da almeno un secolo una nazione imperialista e tutte le loro trovate ideologiche sulla democrazia mondiale in nome dei sacri principi della libertà e della sicurezza sono solo il camuffamento dei loro interessi strategici e di potenza. Un argomento facile, ma anche impreciso: se così fosse allora perché le persone di buon senso che si spera popolino ancora le cancellerie europee, per non dire tutti coloro che hanno votato Bush alle ultime elezioni presidenziali di novembre, continuano a credere alle dichiarazioni di chi si ostina a dire che la vaniglia ha lo stesso sapore del cioccolato e che la democrazia ha lo stesso passo sghembo della guerra permanente?

Ciò che Johnson chiama “imperialismo” è invece una politica più sfumata che oscilla tra unilateralismo e multipolarismo, tra il decisionismo politico e la ricerca del consenso, incrociando spesso le due visioni a condizione che garantiscano l’egemonia politica mondiale. Nel primo mandato presidenziale di Bush l’egemonia degli Stati Uniti è stata a lungo condizionata da una fase di passaggio dal consenso internazionale alla dittatura. Dopo le elezioni presidenziali di novembre quella dittatura sembra ritornare nei limiti del consenso internazionale.

Con una differenza: Bush ha allungato la mano verso Chirac, Schröeder e Zapatero a condizione che non contestino i “risultati” della guerra preventiva contro l’Iraq e, più in generale, della teoria dell’esportazione della democrazia che a quelle elezioni ha portato. Questa oscillazione ha una logica tutta interna al modello di decisionismo politico caratteristico della politica estera americana: gli Stati Uniti non rispettano la legalità internazionale perché sono loro stessi a creare le condizioni della legittimità internazionale.

Ciò che nel frattempo è cambiato rispetto alla prima fase storica consensuale dell’egemonia americana iniziata dopo la Seconda guerra mondiale è che oggi il nuovo consenso si costruisce sulla politica del fatto compiuto e del diritto del più forte. Una situazione che può essere ben rappresentata dalla battuta di Reagan: “Il governo non è la soluzione dei nostri problemi. È il governo il problema”. Era l’annuncio della politica economica neoliberista che sostituiva agli interessi pubblici quelli privati, ma può valere anche per l’attuale politica estera: imporre una decisione anche se è contro tutte le leggi. Per chi oggi non si lascia convincere del fatto che il cioccolato sappia di vaniglia o la guerra sia il fondamento della pace, possiamo ripetere l’argomento in punta di diritto.

Diciamo allora che se Hobbes cercò di praticare una fuoriuscita giusnaturalistica dal diritto naturale (nell’arena internazionale gli Stati sono uguali e tra loro vige lo stato di natura che non permettono al loro interno), Bush predica una fuoriuscita giusnaturalistica dal diritto positivo (reintroducendo il discorso morale in politica e in diritto che è stato spazzato via dal costituzionalismo moderno). La teoria della guerra preventiva (e dell’esportazione della democrazia) altro non è che il ritorno a forme pre-moderne di giusnaturalismo.

Questo è lo strano paradosso in cui l’impero versa le sue lacrime: la sua forma politica postmoderna ricorre a strumenti pre-moderni (la guerra giusta) per garantire un ordine mondiale in nome della democrazia. Una volta unificato il mondo, istituito lo stato di eccezione permanente, restaurato lo ius ad omnia nel diritto internazionale contro l’ideale della kantiana civitas maxima sul quale si è regge una parte del diritto internazionale, ed infine reintrodotto il diritto naturale di vendetta e/o di autodifesa da parte dello Stato più potente del mondo, l’Impero versa più di prima nel disordine. Le teorie come quelle di Johnson che pensano quello americano in termini di un dominio assoluto trascurano il cambiamento epocale post-guerra fredda.

Dopo l’11 settembre, infatti, gli Stati Uniti hanno cominciato a vedere lo status quo dell’ordine mondiale post-guerra fredda come un elemento pericoloso e destabilizzante per la propria egemonia. La transizione verso un altro status quo si preannuncia lunga e drammatica e forse porterà, come sostengono Immanuel Wallerstein e Giovanni Arrighi, ad un cambiamento di egemonia. Il paradosso attuale dell’impero sta nel conservare il più a lungo possibile questa transizione, dosando la quantità di disordine internazionale con la sua forza militare e ricorrendo al consenso quando i mezzi militari dimostrano la loro insufficienza. In questa fase, non è affatto detto che l’ordine politico internazionale si produca soltanto mantenendo la stabilità delle relazioni politiche, ma che si possa arrivare allo stesso risultato attraverso una gestione più o meno controllata e consensuale del disordine, come ha scritto il sociologo francese Alain Joxe che di queste analisi è maestro riconosciuto.

Chi ha il controllo dell’industria militare mondiale, sostiene Johnson, ha tutto l’interesse a creare disordine e ad imporre il proprio monopolio. Certo, ma non è detto che questa potenza militare realizzi l’egemonia politica mondiale. E non si può nemmeno credere che il rapporto tra il “complesso militare-industriale” e la Casa Bianca, come lo definì Paul M. Sweezy in un capitolo del suo celebre volume sul "Capitale monopolista", sia quello tra il comitato d’affari della borghesia e lo Stato. Il rapporto è complesso e, se da una parte esprime una costante nella sovranità imperiale americana, dall’altra è anche la ragione della sua crisi.

Questo “complesso” ha svolto una funzione strategica all’interno del sistema egemonico a partire dalla fine della seconda guerra mondiale: il sostegno alla produzione con la spesa pubblica militare per fronteggiare le ricorrenti crisi di sovrapproduzione, agli investimenti privati diretti all’estero da parte delle multinazionali americane per evitare, sul fronte interno, il crollo del reddito nazionale insieme all’occupazione.

Oggi però siamo in una fase diversa: la politica imperiale deve assicurarsi la fiducia degli investitori esteri (cinesi e giapponesi, ma anche sud-coreani), convincerli ad acquistare obbligazioni americane e sostenere un debito da 600 miliardi di dollari annui, mentre le spese militari occupano il 17,2% dell’intero budget federale. Quello attuale è il caso in cui l’uso militare del potere politico è necessario per mantenere l’egemonia mondiale, ma l’egemonia mondiale oggi è poco conveniente e minaccia di rovinare in una recessione. Come molti altri, anche Johnson, trascura il problema di chi possiede il potere assoluto: in fin dei conti la realtà ha sempre un modo per affermare se stessa.

E, per la stessa legge, nel caso ve lo stiate ancora chiedendo, la vaniglia non ha mai avuto il gusto del cioccolato e la guerra permanente non ha mai garantito la pace. Negli Stati Uniti, ma anche in Europa. (R.C.)