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![]() La sporca guerra di Bush allo stato socialeUltima modifica: sabato 25 giugno 2005 Paul Krugman, La deriva americana (Laterza,2004). Sin dall'inizio della «guerra infinita» contro il terrorismo, Krugman ha stigmatizzato l'uso delle spese militari di George Bush per rilanciare la produzione e l'occupazione, oggi sollecitato anche dal presidente della Federal Reserve Alan Greenspan. Eliminato il problema della crescita del livello salariale a partire dagli anni 70, infatti, ciò che ossessiona maggiormente i vertici della potenza americana è il debito federale
Quando Lucy dice a Charlie Brown che gli farà calciare il suo pallone, sappiamo come andrà a finire. Quando Willy il Coyote sta per catturare Bip Bip sappiamo che cadrà in un precipizio. E quando George Bush annuncia che taglierà le tasse sappiamo che sta muovendo guerra allo stato sociale, preferendo la rendita e gli investimenti nella produzione militare. È questo il giudizio tagliente di Paul Krugman che descrive gli esiti della politica economica della Casa Bianca ne La deriva americana (Laterza, pp. 342, € 18), una raccolta degli editoriali pubblicati sul New York Times dal gennaio 2000 al settembre 2003. Eliminato il problema della crescita del livello salariale a partire dagli anni 70, infatti, ciò che ossessiona maggiormente i vertici della potenza americana è il debito federale. Sin dall'inizio della «guerra infinita» contro il terrorismo, Krugman ha stigmatizzato l'uso delle spese militari per rilanciare la produzione e l'occupazione, oggi sollecitato anche dal presidente della Federal Reserve Alan Greenspan. A questo fine verrà utilizzato il surplus accumulato nel decennio trascorso (che si calcola per difetto in 4600 miliardi di dollari), creato dalla crescita delle entrate fiscali rispetto al Pil in virtù delle tasse pagate sui realizzi straordinari di capitale. Il progetto dell'amministrazione repubblicana di tagliare le tasse è oggi irrealistico. A parere di Krugman, infatti, nel bel mezzo di una guerra, di fronte ad un deficit incalcolabile, gli enormi tagli fiscali proposti non risolvono affatto la crisi, ma l'aggravano. Non c'è abbastanza denaro per pagare contemporaneamente il debito federale e il taglio delle tasse. A conferma si legga il documento del Fondo Monetario Internazionale del 7 Gennaio 2004 in cui c'è una critica severa alla politica fiscale di Bush degli ultimi tre anni. Oggi, stima l'Fmi, non soltanto l'emergenza del deficit colossale, ma anche la sua persistenza nella durata, fanno temere una serie di effetti perversi che potrebbero compromettere l'inizio della ripresa economica e quindi la perdita della fiducia degli investitori nella capacità di ripagare il debito da parte degli Stati Uniti. Sul piano interno, il prezzo da pagare potrebbe essere elevato: pressione sui tassi d'interesse, caduta degli investimenti privati ed erosione della produttività sul lungo periodo. La ragione della sfida di Bush all'equilibrio precario dell'economia americana sta in una scommessa azzardata. Memore del grande successo della politica militar-industriale di Roosvelt, resa possibile dall'entrata in guerra contro il nazifascismo e l'imperialismo giapponese nel 1941, anche Bush pensa che sia necessario spendere a livelli prima inconcepibili per finanziare la guerra contro il terrorismo nel quadrante Mediorientale e aumentare la produzione. Ma la differenza è sostanziale: se infatti Roosvelt progettava di aumentare le spese militari per finanziare la produzione e lo stato sociale, il neoconservatore Bush taglia le tasse non distribuendo il surplus derivante dai profitti di guerra. Con la recessione che affligge l'emisfero occidentale dal 2001, dopo la caduta rovinosa nel Nasdaq, non si può escludere che il prezzo del greggio cresca ulteriormente fino a penalizzare la debole ripresa economica con una recessione «a doppia discesa». «Gli squilibri del bilancio federale - ha recentemente sostenuto Greenspan davanti al Senate Budget Committee - se non corretti subito, porranno seri problemi fiscali nel lungo periodo. Più a lungo aspetteremo nel modificare questi squilibri, più doloroso sarà il riallineamento fiscale». Messaggio poco rassicurante per l'amministrazione Bush che ha previsto il taglio del disavanzo commerciale di 550 miliardi di dollari in cinque anni. Greenspan non si è espresso sui progetti di tagli fiscali del presidente, ma ha ammesso che accresceranno il deficit previsto di un trilione di dollari nei prossimi dieci anni. Il presidente della Fed ha segnalato anche la flessione del 3% del budget federale sul prodotto interno lordo (389,7 miliardi di dollari all'ottobre 2003) e del 4,9% della bilancia corrente dei pagamenti sul Pil (528,7 miliardi di dollari a fine giugno). Conseguenza ancora peggiore è che questo squilibrio aumenterà i tassi d'interesse allargando il debito degli Usa con l'estero (su 3500 miliardi di dollari di debito in circolazione, 1400 miliardi sono nelle mani di investitori giapponesi e cinesi). L'appetito di questi investitori è diminuito nel settembre 2003, quando hanno acquistato titoli di debito e di azioni americane per 4,2 miliardi di dollari, contro i 49,9 miliardi di agosto e i 76 dei sei mesi precedenti). Il rischio è che, a causa dell'indebitamento strutturale, gli investitori stranieri «potrebbero essere meno disposti ad assorbire la crescita della domanda degli americani» e decidere di liquidare le loro emissioni. In mancanza del turbo finanziario degli investimenti che ha aumentato le entrate negli anni 90, facendo affluire enormi capitali esteri nei forzieri federali, la crescita non potrà ripagare il debito. L'attuale ristagno è dovuto, a parere di Greenspan, al basso tasso di occupazione e quindi ad una crisi dell'economia reale. La debolezza del dollaro aiuta oltre misura le esportazioni americane con effetti dirompenti sulla competitività europea, ma non sembra avere effetti duraturi sul Pil, né sulla crescita. La strategia di svalutazione competitiva del dollaro è fondamentale per affrontare la costosa guerra in Iraq, sintomo di una politica economica aggressiva utile per mantenere la fiducia degli investitori esteri e per convincerli ad acquistare obbligazioni americane. In questo contesto, la critica di Krugman a Greenspan è esatta. Il risultato di tale politica (la greenspanomics) è infatti una lotta di classe paradossale che spinge l'élite dominante contro l'assalto dei più poveri a difesa delle proprie rendite finanziarie. Quello di Krugman è un volume tutt'altro che improvvisato che mostra, dal punto di vista riformista, le origini strutturali del declino egemonico americano. Fautore del libero commercio, unico strumento a suo dire per governare le disuguaglianze tra ricchi e poveri, Krugman punta sul governo democratico della globalizzazione come unica alternativa all'attuale crisi economica. E ricorda gli anni Sessanta, quando gli economisti keynesiani riuscivano ancora ad influire sulla Casa Bianca, avviando il più lungo ciclo espansivo nel secondo dopoguerra. Ma non riconosce il peso del complesso militare-industriale che allora, come oggi, è la causa principale della crisi della potenza egemonica americana. (R.C.) |
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