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![]() Stato di emergenza globaleUltima modifica: giovedì 2 novembre 2006 Stefano Rizzo, Ascesa e caduta del bushismo. Dalla vittoria elettorale alla crisi iraniana (Ediesse-Crs, pp.359, €15) “E’ raro che il Presidente firmi una legge ben sapendo che salverà delle vite americane e io ho questo privilegio questa mattina”. Ha detto proprio così George Bush prima di apporre, martedì 17 ottobre 2006, la sua firma in basso alla pagina di un testo, The Military Commissions Act of 2006, che autorizza il ricorso ai metodi aggressivi di interrogatorio e il processo dei sospetti di terrorismo da parte dei tribunali militari. In piena campagna elettorale per le elezioni di metà mandato di novembre si riapre un nuovo capitolo nella tormentata vicenda di Guantanamo, la prigione extra-territoriale in cui sono stati concentrati i “nemici combattenti illegali” sospettati di attività di anti-terrorismo contro gli Stati Uniti. A dispetto della decisione della Corte Suprema, che a settembre ha imposto a Bush di chiudere le prigioni di Guantanamo, insieme a tutte le altre che formano il sistema di detenzione globale creato dopo l’11 settembre, la Casa Bianca continua sulla sua strada di gestione dei conflitti internazionali utilizzando norme più consone alla regolamentazione poliziesca del disordine sociale che alla guerra tradizionale. All’inizio del sesto anno della presidenza Bush è giunto il momento di tracciare alcune linee di ragionamento a partire dalla nuova legge anti-terrorismo. Una discussione che va oltre l’alternativa politica del momento: i Repubblicani perderanno la maggioranza alla Camera e al Senato, Bush ha fallito su tutti i fronti e dunque si prepara finalmente la strada per un presidente democratico tra due anni. Tutto questo è auspicabile e forse gli eventi stanno andando in questa direzione, anche se non sarebbe la prima volta che il Presidente in carica perde le elezioni di metà mandato. Ma quella che rimane è l’architettura di un potere presidenziale che Bush ha costruito grazie ai poteri di guerra di cui è stato investito dopo l’11 settembre. Tutti i suoi successori, compresi i democratici, dovranno tenerne conto. Spunti in questa direzione giungono dalle fitte cronache che Stefano Rizzo ha pubblicato in Ascesa e caduta del bushismo. Dalla vittoria elettorale alla crisi iraniana (Ediesse-Crs, pp.359, €15). L’anno scelto da Rizzo è il 2004-2005. Da queste cronache si può delineare il profilo della trasformazione che avanza almeno dal crollo del Muro di Berlino e ha trovato nei sei anni della Presidenza Bush la sua espressione. E’ da almeno un quindicennio, infatti, che le opposizioni della modernità politica, interno-esterno, pace-guerra, militare-civile, nemico-criminale, hanno progressivamente esaurito le loro capacità esplicativa. In questo stesso periodo si è andata diffondendo la convinzione che la lotta contro il terrorismo sia il punto più avanzato nella creazione di uno stato d’eccezione generalizzato o di una dittatura del potere imperiale. Si dice che nella guerra contro il terrorismo questo potere ha imposto una nuova concezione del “politico”: non più luogo di mediazione tra gruppi sociali, ma spazio dove si svolge una guerra civile mondiale, una lotta di lunga durata contro un nemico costantemente ridefinito nell’identità e nell’ideologia. Prove tecniche per una “dittatura sovrana” che per Carl Schmitt era la manifestazione dell’unità politica dello Stato, ma che nel più ampio spazio imperiale pone numerosi problemi. Se infatti per Schmitt la definizione dello stato come unità politica discendeva dall’eliminazione del nemico interno, nello spazio imperiale di Bush la sconfitta di un nemico – il terrorista - e la sua eventuale eliminazione, non corrisponde affatto ad una pacificazione. Pur rimestando negli attributi della sovranità, la guerra al terrorismo assomiglia poco o nulla ad una dittatura sovrana. Lo stato di eccezione di Schmitt rimane la misura che un sovrano assume per eliminare una situazione di guerra civile interna, ma è difficilmente applicabile allo spazio imperiale che non si rapporta più allo spazio nazionale o interstatale, ma ad una rete di soggetti statali e non statali che interagiscono in un continuo stato conflittuale. Dopo l’ascesa e la caduta del bushismo, quello che rimane non è la dittatura sovrana di un Presidente che ha sconvolto l’ordine della legalità internazionale per neutralizzare una minaccia per il proprio Paese. A rimanere è invece una forma nuova di conflittualità diffusa a livello mondiale nella quale viene meno la partizione tra gli affari interni ed esteri degli stati, in altre parole l’ordine gerarchico stabile tra gli stati conosciuto nel Novecento. In questa situazione è difficile immaginare l’esistenza di un sovrano che abbia la forza di imporre un ordine al sistema. Per questa ragione l’Impero che Bush lascerà, forse, ai suoi successori democratici non è quello di Augusto, ma quello di Caracalla. Con la differenza che i barbari non sono alle porte, ma sono al centro del sistema. (R.C.) |
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