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![]() Il destino dell’aquila americanaUltima modifica: sabato 25 giugno 2005 Anders Stephanson, Destino Manifesto. L'espansionismo americano e l'impero del Bene, Feltrinelli(2004). Il Vietnam, la rivoluzione neoliberista di Reagan e la dottrina della global security inaugurata da George Bush padre, numerose le fratture e le discontinuità che l'egemonia imperiale ha subìto a partire dal secondo dopoguerra. Fratture di natura essenzialmente politica che incidono sulla tenuta più generale dell’egemonia, al punto da condizionarne pesantemente l’equilibrio.
Mano destra sul cuore. Ogni mattina, nelle scuole degli Stati Uniti, si canta la delicata tensione di “America the beautiful”, s’intonano le cadenze stridenti di “Hail to the Chief” e di “The Stars and Stripes forever”. Una nuova giornata è spuntata alle porte dell’Impero e il Presidente Bush ringrazia dio aprendo la sua bibbia su un versetto del libro dell’Apocalisse. L’ouverture mattutina, in tutta la sua complessa partitura simbolica, viene spiegata nota per nota in Destino manifesto. L’espansionismo americano e l’Impero del Bene (Feltrinelli, € 19,50, pp. 193), un volume di Anders Stephanson, svedese di origine ma di formazione inglese che, come spesso accade negli ambienti cosmopoliti della ricerca, ha scelto di insegnare storia negli Stati Uniti, alla Columbia University di New York. Ma c’è stato un giorno, un anno, una guerra in cui la celebrazione mattutina del “destino manifesto”, un’espressione coniata a metà degli anni quaranta del XIX secolo dall’imprenditore John O’Sullivan per definire la missione degli Stati Uniti di espandersi sul continente, cambiò di senso. Non era più soltanto il rito millenaristico per ringraziare la “provvidenza” per il ruolo mondiale assegnato alla nazione, un patriottismo che ha ispirato tanto Alexander Hamilton quanto Martin Luther King, ma annunciava il rombo dei cannoni. Era l’inizio del 1898 il futuro presidente degli Stati Uniti Teddy Roosevelt saliva a bordo di una lancia della marina diretta a Cuba per dare battaglia agli Spagnoli. Il focoso neocolonnello dei “Rough Riders”, un reggimento di cavalleria costituito da cowboy e cacciatori della costa occidentale, e da atleti e studenti dei college da quella orientale, non solo trovò appagante sparare ad uno spagnolo ma, pochi anni dopo, avrebbe usato la stessa retorica patriottica evocando la missione “civilizzatrice” degli Stati Uniti nei confronti dei popoli “non civilizzati”, abbandonati alla notte del dispotismo e della barbarie culturale, in nome del destino manifesto della propria nazione. Non era la prima volta che l’imperialismo americano si esprimeva nel teatro mondiale, l’annessione delle isole Hawaii e quella mancata delle Filippine erano state le sue manifestazioni più fragorose, ma diventava allora programma di governo all’interno di una politica di potenza che nulla aveva da invidiare a quella degli stati europei. Celebre era stata la battaglia del presidente Grover Cleveland per distinguere l’imperialismo “europeo”, tipicamente colonialista ed “estraneo alla tempra e al genio di questo popolo libero e magnanimo” ed opposto al sentimento, al pensiero e allo scopo dell’America”, destinato a “diffondere la pace e la giustizia nel mondo”. Ma ugualmente determinante fu la mediazione geopolitica di Teddy Roosevelt che trasportò la volontà egemonica dei suoi predecessori all’interno dello spazio geografico e, allo stesso tempo, la ridefiniva all’interno dell’espansione dei mercati agricoli e manifatturieri mondiali nei quali gli Stati Uniti erano diventati leader alla fine del XIX secolo. La crescita del paese dell’aquila calva avrebbe ben presto travolto l’egemonia britannica che dominava all’epoca il mercato mondiale. Intorno al 1850, infatti, al momento della nascita del mercato mondiale, gli Stati Uniti diventavano leader sul mercato delle macchine per la produzione su grande scala di armi di piccolo calibro. Era il primo gradino che avrebbe portato il paese nei primi anni del secolo successivo alla costruzione di un warfare su scala mondiale. Dapprima potenza regionale, limitata dall’egemonia britannica, il gigante americano conquistò posizioni a cavallo della Prima guerra mondiale quando, nel 1910, giungevano al controllo del 31% delle riserve auree mondiali mentre, dopo la guerra, ripagavano il debito con l’Inghilterra, diventandone a loro volta creditori. In meno di un decennio il vecchio sistema monetario mondiale fu schiacciato dalla spinta del capitale americano. Nel XIX secolo il messianesimo protestante dei coloni anglosassoni giunti sul nuovo continente tra il 1620 e il 1660 veniva innestato sulla pianta del socio-biologismo di Herbert Spencer, un ex ingegnere delle ferrovie che divenne l’intellettuale di lingua inglese più influente della seconda metà dell’Ottocento. Questa teoria affermava “la superiorità dei più idonei” nella lotta per la sopravvivenza dei popoli, una lotta che avrebbe portato l’umanità ad uscire dallo stato della barbarie e dell’anarchia politica alla civiltà. Spencer aggiungeva che solo il capitalismo laissez-faire, una deregolamentazione assassina delle strutture sociali a danno delle classi più povere ed in nome della razionalità dell’impresa, avrebbe dato la spinta per trasformare la lotta per la sopravvivenza una pacifica competizione tra le nazioni. All’alba del nuovo secolo, quello che avrebbe sancito la realizzazione della profezia del “destino manifesto”, la supremazia economica statunitense si accingeva a diventare potere egemonico mondiale partendo dal connubio tra il socio-biologismo di Spencer, il capitalismo liberticida e il messianesimo protestante. Accanto alla nuova, e rivoluzionaria, organizzazione fordista del lavoro, infatti, l’americanismo diffondeva a livello mondiale anche i suoi contenuti sociali di cui Stephanson non manca di ricostruirne la genealogia intellettuale: filosofi come John Burgess, esperto della teoria dello Stato di Hegel e professore di legge di Theodore Roosevelt, storici militari come Alfred T. Mahan, tutti affermavano il carattere razziale e di classe del dominio dei bianchi sui popoli “altri”, non importa se entro i confini nazionali o sullo scenario mondiale. Fu poi la visione utopistica di Woodrow Wilson della Lega delle Nazioni e soprattutto quella di Franklin D. Roosevelt a chiarire definitivamente la natura della nuova egemonia americana, fondandola su basi egemoniche ispirate ad un contesto culturale meno imbarazzante: il liberalismo politico inglese che univa il tema della predisposizione cristiana della nazione americana con quello della sicurezza collettiva, fondamentale per creare con Alfred Kahn nel secondo dopoguerra gli strumenti della guerra fredda contro il comunismo, in primo luogo la “politica del contenimento”. Una volta sconfitta l’egemonia britannica, scriveva Karl Polanyi ne La grande trasformazione, cadeva infatti il miraggio libero-scambista, secondo il quale il mercato poteva auto-regolarsi portandosi dietro l’automatismo della base aurea e il libero scambio internazionale. Sconfitti poi i nazisti, il mercato capitalistico postbellico divenne un prodotto politico dell’egemonia americana, costruito appositamente da una decisione politica consapevole. Ciò consentì di aggirare i problemi strutturali del mercato mondiale britannico, inseparabile dalla dipendenza del centro dominante dal commercio estero, dall’influenza pervasiva delle sue istituzioni commerciali e finanziarie, dalla fondamentale dipendenza tra le politiche economiche nazionali e quelle utili all’integrazione economica mondiale. L’estensione del ruolo del governo americano nella politica mondiale iniziò ad incidere profondamente sul bilancio federale. Il Fair Deal, teorizzato sin dal settembre 1945 da Truman, andava nella stessa direzione del New Deal di Roosvelt: uno stato sociale dispendioso che ostacolava lo sviluppo dell’egemonia americana, assorbendo una quota troppo alta di risorse finanziarie. L’idea di un governo federale forte, capace di una politica fiscale sufficientemente redistributiva, diventava incompatibile con una politica estera molto aggressiva in nome degli interessi egemonici americani. La sicurezza sociale andava così a compromettere quella internazionale, rinnovando il classico scontro tra protezionisti e liberoscambisti. Truman cambiò presto idea e si schierò con questi ultimi, concedendo priorità agli interessi dell’egemonia americana, finanziando il piano Marshall, oltre che la nascita della Nato nel 1949, avviandosi così verso il conflitto pluridecennale con l’Unione Sovietica. In quel quinquennio fu necessario offrire al Congresso e all’opinione pubblica una rappresentazione semplificata della nuova politica strategica. “L’Unione Sovietica venne perciò equiparata all’espansionismo nazista per mezzo della categoria concettuale del totalitarismo. Questa visione deliberatamente allarmante culminava nella consueta esortazione a scegliere il Bene, sfidando il destino della storia” scrive Stephanson. La competizione per il potere globale basata sulla proliferazione delle armi atomiche, e sulle politiche di deterrenza tra le nuove potenze, non ultima la Cina, costituì la principale infrastruttura politica del tempo. L’idea imperiale della democrazia americana nasceva dunque da un’esigenza strategica: quella di contenere l’antagonista globale sovietico all’indomani della fine della Seconda Guerra mondiale. La democrazia americana intesa come fondamento e difesa della civiltà occidentale, sostenuta dall’ideologia del libero scambio e del mercato mondiale, contro il totalitarismo comunista fondato sul socialismo di stato e l’economia pianificata. Era questo lo scenario politico dal quale scaturiva la “politica del contenimento”, una formula di George Kennan che ha avuto una considerevole fortuna nell’ambito della politica e dello studio delle relazioni internazionali durante la “guerra fredda”. Testimone privilegiato del dibattito che si svolgeva, tra il 1947 e la fine del 1949, ai vertici del potere americano, al momento della creazione della cosiddetta “dottrina Truman”, Kennan deve la sua fama ad un saggio apparso sulla rivista Foreign Affairs nel luglio 1947. Pur riaffermando i concetti sui quali si era a lungo soffermato nell’anno precedente, Kennan assumeva la politica del contenimento come obiettivo della “Grand National Strategy” americana, sin dai primi anni quaranta, quando gli Usa erano ancora alleati con l’Urss nella guerra anti-nazifascista. Originariamente ideata ed applicata alla politica di equilibrio in Europa, la formulazione basilare del contenimento veniva estesa fino a comprendere il perimetro della Cina e dell’Unione Sovietica. L’idea di Kennan era quella di difendersi dalla presenza sovietica in Europa e contrastava significativamente con quella che ne dava la Casa Bianca. Il 28 aprile 1947, infatti, in una preoccupata dichiarazione alla radio, il segretario di Stato, generale Marshall affermava: “La ripresa dell’Europa è stata molto più lenta. Forze di disintegrazione stanno diventando evidenti, il paziente sta morendo mentre i dottori discutono”. La dottrina Truman era la versione offensiva dell’intuizione di Kennan e teorizzava una nuova guerra: quella ispirata dallo scontro tra “popoli liberi” e “regimi totalitari”. Gli Stati Uniti avrebbero dovuto vincerla perché, sosteneva retoricamente Truman, “i popoli liberi del mondo guardano a noi per mantenere le loro libertà”. Insoddisfatto della volgarizzazione della sua teoria, di cui si preferiva accentuare il lato militare nel contenimento della “minaccia” sovietica all’interno del quadrante Euro-asiatico, Kennan teneva a dire che tale risultato sarebbe ugualmente giunto dalla creazione di un sistema politico ed economico stabile e prospero. Era l’intuizione di una strategia complessa, centrata sul libero scambio e sul sistema capitalistico, che avrebbe creato nei mesi successivi le istituzioni finanziarie come FMI e la banca mondiale, ma anche il Piano Marshall, utile per ricostruire le economie europee nel dopoguerra. Nel libro di Stephanson forte è il senso della continuità nella costituzione dell’egemonia imperiale. Se questa continuità è indiscutibile, almeno nel secondo dopoguerra, crediamo sia anche soggetta ad un certo numero di fratture e di discontinuità, il Vietnam, la rivoluzione neoliberista di Reagan e la dottrina della global security inaugurata da George Bush padre dopo la prima guerra del golfo. Queste fratture di natura essenzialmente politica incidono sulla tenuta più generale dell’egemonia, al punto da condizionarne pesantemente l’equilibrio. La guerra contro il terrorismo inaugurata da Bush figlio dopo l’11 settembre non è solo l’esplicitazione di una linea autoritaria presente sin dalle origini della formazione dell’egemonia, ma anche il suo punto di non ritorno. Il libro di Stephanson ha il merito, non certo trascurabile, di spiegare la svolta neoimperiale statunitense in termini di una crisi del suo consenso. Con l’ultima presidenza, infatti, i limiti dell’egemonia americana sono sotto gli occhi di tutti: alla grande repressione del dissenso interno avvenuto nella prima e nella seconda guerra mondiale, con la “guerra al terrorismo” è subentrato oggi il drammatico aumento della povertà di massa. E il richiamo ideale ad una democrazia mondiale governata da un nucleo normativo a livello internazionale per sua natura rigido ed inapplicabile su una scala così vasta da parte di un’autorità, quella dell’Onu, della Banca Mondiale e del Fondo Monetario Internazionale che non riescono più a tenere saldo l’ordine politico mondiale. E’ dal 1991, dal momento del suo massimo fulgore, che l’egemonia americana sconta paradossalmente la crisi più generale del liberalismo politico. Essa, conclude Stephanson, non ha più gli strumenti utili per garantirsi la legittimazione, troppo deboli e comunque non garantiste sono le sue risposte alle minoranze che chiedono il riconoscimento dei diritti, inesistenti sono quelle per i popoli che pretendono pace, libertà e democrazia. Una crisi che non sarà certo risolta ricorrendo alle chiacchiere sul match tra il Bene e il Male o camminando sulle ginocchia invocando l’avvento del Nuovo Millennio della Libertà. (R.C.) |
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