Il Blog di MercurioCrs

MercurioWebLogIl Blog di MercurioCrs MercurioCRSLa newsletter del CRS |
![]() Il Watergate: ecco la talpaUltima modifica: martedì 10 gennaio 2006 Bob Woodward, La talpa del Watergate (Sperling&Kupfer). La storia del Watergate, trent'anni dopo. Mark Felt, allora numero due dell'Fbi, era "gola profonda", la fonte che diede ai giornalisti del Washington POst B. Woodward e C. Bernstein, le infomrazioni utili per arrivare all'impeachment del presidente degli Stati Uniti Richard Nixon. Storia del giornalismo d'inchiesta americano, democratico ma oggi sotto attacco “Gola profonda” non è più un mito. Oggi è un uomo di novanta anni che ha perduto l’uso della memoria. Anche se la fonte più famosa della storia del giornalismo è stata rivelata da Vanity Fair nello scorso giugno, oggi rimane ancora un mistero. Bob Woodward, il giornalista che insieme a Carl Bernstein, condusse l’inchiesta sul Watergate che nel 1974 portò alle dimissioni del Presidente degli Stati Uniti Richard Nixon, continua ancora oggi, nel libro appena tradotto La talpa del Watergate (Sperling&Kupfer, pp.246, €18), a interrogarsi sulle motivazioni che hanno spinto Mark Felt, l’allora numero due dell’Fbi, a guidarlo lungo il duro cammino verso l’incriminazione dell’uomo più potente del mondo. Eroe o traditore? I media americani ne hanno parlato a lungo. Ma Felt non è stato né l’uno né l’altro. Era una creatura di Edgar J. Hoover, il fondatore dell’Fbi nel 1924 che ha diretto come monarca assoluto per 48 anni, fino al 1972, l’anno della sua morte. La scomparsa di questo moderno tiranno descritto in maniera memorabile da James Ellroy in American Tabloid come il cinico costruttore di una politica autonoma dell’intelligence, talvolta al servizio del governo, sempre al servizio esclusivo delle proprie finalità politiche, provocò un terremoto nell’Fbi. Felt, che era il vice di Hoover, non venne nominato direttore. E la cosa non gli piacque affatto. Non solo per l’occasione professionale perduta, ma perché la Casa Bianca intendeva esplicitamente sottomettere l’Fbi alle proprie finalità politiche. L’arresto di cinque agenti della Cia al Watergate il 7 maggio 1972, in missione per conto del Presidente Nixon per trafugare documenti dalla sede di un comitato del partito democratico, giunse a proposito. Proteggere l’autonomia del servizio dalla politica e continuare a fare politica per proprio conto. Era forse questo il progetto che Felt aveva in mente quando si lasciò contattare da Woodward, cronista di nera del Washington Post da otto mesi, che aveva conosciuto due anni prima nello studio di un senatore quando il giornalista era solo un ufficiale della marina. Sono deduzioni, ma quanto mai attendibili, scrive ancora Woodward, “anche perché non dispongo a mia volta di una gola profonda per capire quest’uomo”. E’ la storia di un rapporto edipico. Quello tra l’alto funzionario dello Stato e il giornalista, tra chi possiede il nefas e chi lo vuole comprendere, una storia di violazione delle leggi in nome della difesa della legge stessa. E l’esito non può che essere scontato: l’identificazione tra Felt e Woodward, tra chi possiede il segreto ma non lo può dire e chi non conosce quel segreto e invece deve raccontarlo. Al culmine di questo processo mimetico, sia pur teso e drammatico, nel libro Woodward arriva a riprodurre per ben due volte la firma di Felt. Dopo il Watergate, Woodward seguirà le disavventura legali di Felt, uno dei protagonisti del piano segreto dell’Fbi per cancellare la parte più radicale del movimento americano, un piano che puntava all’eliminazione dei leader delle pantere nere, ma anche alla violazione dei domicili dei familiari del gruppo dei Weatherman Underground, per ottenere informazioni sulla loro latitanza, come viene ricordato dall’omonimo documentario di Sam Green e di Bill Spiegel. Felt rimarrà sotto accusa per otto anni finché Reagan non deciderà di graziarlo per avere contribuito a difendere la “sicurezza nazionale” del paese contro i “sovversivi” Weathermen. Anche Richard Nixon, la vittima principale di Felt, riconoscerà i suoi meriti nella lotta contro il “terrorismo” interno durante la seduta del processo del 1980 che lo vedeva imputato per le attività illegali disposte dalla Casa Bianca durante la sua presidenza. “Spero che lei comprenda l’ironia di questa situazione” Felt confidò a Woodward. Ma la storia continua, come sempre. Il paragone con “gola profonda”, nomignolo velenoso che richiama il film omonimo con Linda Lovelace contro il quale negli stessi anni Nixon aveva scatenato – perdendola - una crociata anti-pornografia, è venuto spontaneo al giudice che si sta occupando del caso di Judith Miller e Matthew Cooper, i giornalisti del New York Times e del Times Magazine, che hanno rivelato il nome dell’agente Cia Valerie Plame in quello che è stato definito il Ciagate. Il 29 giugno scorso, infatti, il magistrato ha citato il presidente Nixon, obbligato da un tribunale a rendere pubbliche le sue registrazioni nel caso Watergate. Per uno strano rovesciamento della storia, i due giornalisti sono stati messi sullo stesso piano dell’ex Presidente, obbligati anch’essi a rivelare la fonte che gli ha rivelato il nome della Plame: Lewis “Scooter” Libby, il capo di gabinetto dell’attuale vice-presidente Dick Cheney. Rispetto agli anni Settanta, l’uso delle fonti anonime da parte dei giornalisti non viene più usato per rivelare eventuali abusi da parte del governo, ma è diventato lo strumento di affermazione della linea della Casa Bianca. Il discredito che oggi copre la reporter Judith Miller, dimessasi dal Nyt con una lauta buonuscita, è dovuto infatti alla sponda che le sue false inchieste sulle armi di distruzione di massa in Iraq hanno offerto a Gorge Bush per giustificare la guerra contro Saddam Hussein. Sebbene il giornalismo d’inchiesta americano (e non solo) sia ancora vivo e vegeto, come dimostrano le inchieste del Washington post sulle prigioni segrete della Cia in tutto il mondo e l’ultima rivelazione del New York Times sulle intercettazioni ordinate segretamente da Bush su tutto il territorio nazionale, il caso della Miller ci consegna scenari inquietanti sul nuovo rapporto tra media e potere nella “guerra al terrore”. Prendiamo ad esempio l’articolo apparso su Newsweek il 9 maggio scorso. L’articolo riportava le dichiarazioni di una fonte anonima del Pentagono la quale sosteneva che nella prigione di Guantanamo i guardiani avevano orinato sul Corano attraverso un condotto di aerazione.. La notizia ha indignato i principali esponenti del mondo musulmano. La fonte del Pentagono ha ritrattato le sue dichiarazioni e Newsweek è stato costretto a scusarsi dopo che la Casa Bianca lo ha duramente attaccato. L’uso delle fonti anonime si è diffuso a dismisura dopo le gesta di Woodstein (il soprannome di Woodward e di Bernestein durante il Watergate). E non solo per facilitare il lavoro d’inchiesta, ma anche per favorire l’opera di manipolazione politiche delle informazioni riservate. “Oggi - ha scritto l’ex caporedattore del desk di Washington del New York Times Bill Kovach – le fonti anonime rendono pubbliche solo false informazioni destinate a ingannare l’opinione pubblica”. Sulla catena televisiva della Fox è in corso da tempo un’opera di revisionismo sul Watergate. Quello di Woodward e Bernstein è diventato un “attacco al Presidente”. Gli errori di Woodward e Bernstein vengono passati al setaccio da giornali ondine come Drude Report e dall’intera blogosfera della destra integralista. In un esercizio di fantapolitica Newsweek ha immaginato un Watergate aggiornato nell’anno quinto dell’era Bush. In un divertente articolo che fa raggelare le schiene dei giornalisti democratici, il settimanale è arrivato a questa conclusione: oggi Woodstein sarebbe condannato a diciotto mesi di prigione per avere rifiutato di rivelare al gran giurì le loro fonti. Come ha fatto Judith Miller con Libby, ma in tutt’altro senso. Mark Felt sarebbe costretto alle dimissioni, oltre che a guai molto seri, e l’Fbi, ahimé, ad adeguarsi alla linea della Casa Bianca. Tom Toles, il vignettista del Washington Post, ha descritto questo rovesciamento dei ruoli alla perfezione. Nella sua vignetta c’è la silhouette di un’ombra in un parcheggio sotterraneo (quella di Gorge W. Bush) che dice a un giornalista: “Il governo non ha inventato le prove sulle armi di distruzione di massa”. Il reporter annota tutto sul suo taccuino, proprio come faceva Dustin Hoffman nel film di Alan J. Pakula Tutti gli uomini del presidente del 1976, e sospira: “Non esistono più le fonti anonime di una volta…”. E l’informatore aggiunge: “Ah, allora lei è in stato di arresto”. (R.C.) |
|
Sito realizzato da |