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![]() L’emergenza tra diritto e politicaUltima modifica: mercoledì 22 febbraio 2006 Stefano Anastasia
Il primo numero di "Antigone. Quadrimestrale di critica al sistema penale e penitenziario". Una critica serrata dell’emergenza. Un quadro che ha fatto dell’emergenza, giustificata come stato d’eccezione, il principio uniformante una intera concezione e un intero sistema di controllo 1. Con il primo numero di una nuova rivista dedicato a diritto ed emergenza, Antigone torna sul luogo del delitto. Tutto qui/lì, appunto, cominciò, poco più di vent’anni fa, da una rivista di critica dell’emergenza, della quale – qualche anno dopo, nel promuovere una associazione impegnata sui temi della giustizia e della pena – volemmo riprendere la denominazione, sperando di non comprometterne la memoria. «Una rivista [quella] che si propone[va], come dice[va] il sottotitolo, di condurre una critica serrata dell’emergenza: vale a dire del quadro legislativo e giuridico, politico e culturale, nel quale è stata condotta la lotta al terrorismo. Un quadro che ha fatto dell’emergenza, giustificata come stato d’eccezione, il principio uniformante una intera concezione e un intero sistema di controllo: delle contraddizioni sociali come della devianza individuale, dei movimenti collettivi come della criminalità comune e politica» (n.1, p. 2, edit. non firmato). «Questo sistema politico – scriveva Luigi Manconi (Emergenza come governo, in Antigone, n. 1) – vive di emergenze e nell’emergenza sembra trovare la sua ragion d’essere e il suo modello di azione», ne fa dunque una propria, specifica, «forma di governo». Il contesto è quello della difficile uscita dalla “emergenza terrorismo”, e specificamente della possibilità di aprire una via tra le «due poste antitetiche e complementari … del baratto – il pentitismo, ndr – e … della repressione», come scriveva Marco Ramat, (Utilità e perdono, ibidem); ma il contesto era anche quello dell’affacciarsi di “nuove emergenze” che avrebbero segnato il dibattito pubblico fino ai nostri giorni, dal potere delle organizzazioni criminali in aree significative del Mezzogiorno al trattamento penale dei consumatori di droghe. Sullo sfondo – e neanche tanto: siamo all’indomani della strage del rapido 904, anti-vigilia del Natale 1984 – il terrorismo stragista anonimo che «ha accompagnato, per un verso, le congiunture cruciali del conflitto sociale di questo paese e, per l’altro verso, le crisi e le ricomposizioni, e le successive dislocazioni delle forze, nell’assetto di potere dei sistemi di sicurezza nazionali e dei loro reseaux sovranazionali» (Manconi, cit.). 2. Nella storia italiana a cavallo degli anni Settanta e Ottanta, due sarebbero stati gli «elementi propri di questo governare via emergenza»: «i provvedimenti d’eccezione e l’attivizzazione in senso autoritario di sentimenti collettivi» (Manconi, cit.). Dunque, l’emergenza come forma di governo è innanzitutto rottura della legalità definita, attraverso l’adozione di provvedimenti eccezionali, che assumano l’esistenza di un quadro di realtà extra ordinem, da ricondurre entro di esso. Rottura della legalità sostenuta dalla «attivizzazione in senso autoritario di sentimenti collettivi». La memoria torna al fascismo, non a caso oggetto di quella ottava tesi di filosofia della storia di Walter Benjamin puntualmente ripresa in questo stesso fascicolo da Eligio Resta, e sulla quale torneremo più avanti. Rottura della legalità e attivizzazione in senso autoritario dei sentimenti collettivi sono (state) le gambe dei regimi reazionari di massa. Ma, la combinazione di provvedimenti eccezionali e attivizzazione in senso autoritario di sentimenti collettivi si è puntualmente riprodotta nelle innumerevoli “emergenze” degli anni che ci separano da quelle riflessioni, dalla lotta alla criminalità organizzata a Tangentopoli, dalla immigrazione extra-comunitaria fino alla madre di tutte le emergenze, la guerra planetaria al terrorismo islamico scatenata dall’Amministrazione statunitense all’indomani dell’11 settembre. 3. «C’è, ci può essere una cultura dell’emergenza?», si chiedeva Pierangelo Schiera (Quello Stato che non c’è, in Antigone, n. 2). «Come può essere elemento costitutivo, cioè strutturale, stabile, permanente dell’ordinamento politico qualcosa che per definizione, come l’emergenza, è occasionale, transitorio, eccezionale. L’emergenza prolungata non diventa forse normalità?». Intorno a questo interrogativo inevitabilmente si andò avvitando la discussione di allora e intorno ad esso, inevitabilmente torniamo a discutere oggi. «L’emergenza è … una sporgenza rispetto a una linearità, o più esattamente la rottura imprevedibile di una continuità; in quanto tale, il sostantivo è indeclinabile, perché una ipotetica molteplicità di “sporgenze” modificherebbe la linearità da cui esse risultano, impedendo quindi di distinguere fra ciò che è lineare e ciò che sporge, e perché l’eventuale ripetizione della rottura di continuità toglierebbe a questa il proprio carattere continuo, conferendo altresì prevedibilità all’interruzione, e con ciò attribuendo contraddittoriamente regolarità alla discontinuità. L’emergenza, allora, non può che essere un evento singolare, imprevisto, eterogeneo rispetto ad altri, anomalo, in quanto sospende il nomos della linearità da cui sporge, transitorio, perché una permanenza della sporgenza la trasformerebbe in una linearità, pur se diversa dalla precedente» (Umberto Curi, Il falegname e la norma, in Antigone, n. 3-4). Il sospetto (la tesi) è che l’emergenza, nel tempo, si sia fatta norma: «l’istituzionalizzazione dello “stato di eccezione”, dissolvendo di fatto ogni “norma” razionalmente riconosciuta, ha funzionato come tramite per decidere la questione della sovranità, mediante la sospensione – o la deliberata modificazione – delle regole del gioco politico, e più in particolare mediante la sostituzione di procedure e strumenti “straordinari” ai meccanismi “normali” di decisioni in un contesto democratico rappresentativo». «In mancanza di una formula politica nuova, capace di esprimere i nuovi rapporti di forza, di potere, interni ed esterni, il ricorso all’emergenza … non si presenta più come eccezionale misura di garanzia del sistema o di sua ricarica in caso di bisogno, ma come nutrimento costante e imprescindibile del medesimo. E’ cioè diventata la sua droga. E, come questa, produce assuefazione e dipendenza e forse anche allo stesso modo, alla fine, la sua morte» (Schiera, cit.). «Delle due l’una – scriveva allora Paolo Virno (Contrattare l’emergenza, in Antigone, n. 2). O l’emergenza è solo una specifica politica dell’ordine pubblico, che ha slabbrato il corpus di garanzie preesistenti e ha rotto l’unità dell’ordinamento giuridico, creando un intero arcipelago di “specialità”. Oppure è un assetto stabile del governo sociale, una modificazione permanente e non settoriale del sistema politico, dei suoi codici delle sue forme. I due angoli visuali, solo in apparenza complementari, divergono per l’essenziale. Attenendosi al primo si mette in risalto una prolungata distorsione, uno stravolgimento grave. Di conseguenza si batte sul tasto di una restaurazione democratica troppo a lungo rimandata. … In base all’altro punto di vista, invece, si coglie nell’abnorme durata temporale di ciò che si presentava eccezionale e transitorio qualcosa di più complesso che non una feroce reiterazione. All’emergenza è da guardare, quindi, non solo come cumulo di effetti distruttivi, ma anche come produzione di nuove forme della politica». Emergenza come transizione, quindi. Come rottura e ridefinizione delle regole del gioco. «Dall’emergenza insomma si è usciti trasformandola in normalità – scriverà conclusivamente Rossana Rossanda (Fine dell’emergenza?, in Antigone, n. 8-9) -. Non è la sua fine, ma il suo trionfo». 4. «Tragico è quell’istante in cui il vecchio logos raggiunge il punto estremo del suo tramonto e si annuncia da lontano l’aurora del nuovo», scriveva Massimo Cacciari (Perche Antigone, in Antigone, n. 1). «Serietà tragica hanno perciò, in diverse forme, sempre quei momenti in cui un Diritto tramonta e il nuovo non si dà ad intendere che per segni, indizi, deboli tracce». E un passaggio del genere sarebbe stato quello che «una generazione e un Paese (i nostri)» hanno attraversato tra gli anni 60 e gli anni 80 del ‘900, «ma non erano pronti, e non hanno deciso». Solo Necessità è dritta e inflessibile, così conclude Cacciari la sua ricostruzione della dimensione tragica del confronto tra Antigone e Creonte. «Al nomos del presente, e del presente che senza sosta si “infutura”, di Creonte, si oppone quello della memoria, del sempre intramontabile della memoria, di Antigone. … Creonte soffre tragicamente la sua decisione, il suo dran, così come lo soffre Antigone. Antigone sa di compiere un misfatto di fronte alla polis: fa osia, cose giuste, ma questo stesso gesto è lacerazione del nomos della città. Creonte sa che il suo nomos è ormai fuori di Dike, che la sue leggi nulla manifestano di “originario”, ma proprio nella loro “artificiale” convenzionalità deve tenerle ferme, come se potessero durare in eterno. Antigone stessa parla di disbolia per il suo atto, lo considera contrario a un retto consiglio. Creonte riconosce che il proprio nomos è deinon, terribile, nei confronti del gesto di Antigone. Dissoi,indistricabilmente doppi sono i segni degli uomini. E così quelli degli dèi. Solo Ananke, Necessità, è dritta e inflessibile». Necessità ed emergenza sono parenti strette. Non si dà eccezione senza necessità e urgenza. Ce lo ricorda, come se la gerarchia delle fonti e il procedimento legislativo avessero ancora una conformazione “classica”, l’articolo 77, comma 2, della Costituzione: « … in casi straordinari di necessità e urgenza, il Governo adotta, sotto la sua responsabilità, provvedimenti provvisori con forza di legge …». Casi straordinari di necessità e urgenza: questo è tutto quanto il diritto può tollerare. Oltre di essi, le “sporgenze” producono una nuova linearità e le emergenze producono una nuova forma, un nuovo diritto. Oltre di essi, l’emergenza si fa norma, muta in norma, muta la norma e cessa di essere emergenza. 5. Il problema allora non è tanto se questa sia stata la parabola della nostra vecchia emergenza, se essa si sia trasformata in norma, e/o se sarà questa la parabola della nuova emergenza planetaria. Il problema è piuttosto quello della collocazione della emergenza tra diritto e politica. I tentativi di addomesticamento della emergenza nei codici del diritto finiscono, inevitabilmente, per produrre una confusione tra diritto e politica. Non che siano distanti, sia chiaro, diritto e politica. L’una determina l’altro, mentre questo vorrebbe regolarla. Masticano la stessa materia: il governo di uomini e donne e delle loro forme di vita comunitarie. Ma l’uno lo fa in forma e l’altra in sostanza, il diritto pre-vedendo e regolando astrattamente le fattispecie che vorranno assomigliargli, la politica invece avendo sotto gli occhi il mutevole atteggiarsi di quegli uomini e di quelle donne. In questo senso l’emergenza è, può essere forma di governo, ma non può essere forma del diritto. Quando l’emergenza si affaccia nel campo del diritto esso a sua volta sta già mutando di forma. Senza cessare di essere tale, sta già diventando un altro diritto. E un altro diritto non troverà in se stesso le risorse per ripristinare la “normalità” tradita; anzi, non la riconoscerà neppure, essendo esso stesso ormai altro da ciò che fu. Dunque, l’emergenza come eccezione che mina i diritti e le libertà delle persone, i fondamenti della convivenza umana, va contrastata sul terreno della politica, affinchè non si affacci sulla scena del diritto e non ne muti il segno e le statuizioni. Ciò sarà possibile non solo quando si sia acquisita la disincantata constatazione di Benjamin secondo cui «lo “stato di emergenza” in cui viviamo è la regola», ma se ne sia tratta la conseguenza che nostro compito è «la creazione del vero stato di emergenza». Insomma, il problema è, mi pare, quello di acquisire la congenita instabilità dell’equilibrio tra le forze in campo, testimoniato dalla fragilità della forma giuridica, e tuffarcisi dentro, cercando di modificare quell’equilibrio a proprio favore. “Lotta per i diritti”, si diceva un tempo. E senza lotta, storicamente, diritti non si son dati. Il problema allora non è come salvare diritti e libertà in pericolo sotto i colpi dell’ultima emergenza, ma come cambiare i rapporti di forza, invertire la rotta e affermarne di nuovi, di diritti. Solo così quelli acquisiti saranno salvati. |
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