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![]() il Wal-Mart della guerra globaleUltima modifica: sabato 24 settembre 2005 Posse “L'arte della guerra” (Manifestolibri). Pensare la guerra non come gioco strategico autoreferenziale, ma come forma contemporanea dell’ostilità politica che non trova più né la delimitazione sovrana dello Stato né una legittimazione democratica negli eserciti di massa che hanno preso la scena della battaglia sin dal tempo di Napoleone Se Hobbes andasse oggi a far spesa al Wal-Mart della guerra globale acquisterebbe l’ultimo numero di Posse dedicato all’“arte della guerra” (Manifestolibri, pp.147, €15). E ancor più lo farebbe il generale Clausewitz, di cui qui si ripercorre il pensiero politico, prima ancora che strategico: la guerra è la forma del pensiero che ci offre il nostro tempo, ma che è sempre meno dominata da un Leviatano capace di tracciare i confini tra guerra e pace. La modernità da questo punto di vista è decisamente finita: la guerra globale ha tracciato nuove mappe dei confini fra sicurezza interna ed esterna, fra militare e civile, fra pace e guerra e istituito uno stato di emergenza permanente. Pensare la guerra, dunque, non come gioco strategico autoreferenziale, ma come forma contemporanea dell’ostilità politica che non trova più né la delimitazione sovrana dello Stato né una legittimazione democratica negli eserciti di massa che hanno preso la scena della battaglia sin dal tempo di Napoleone. Il primo risultato di questa grande trasformazione è il decadere del monopolio della forza assieme al corollario storico della leva di massa (Marco Bascetta e Benedetto Vecchi). Il secondo è la negazione del consenso alla guerra globale (Antonio Conte). Forte della rivoluzione degli affari militari, un misto di propaganda e ideologia targato anni Novanta, la guerra si adegua oggi alle nuove condizioni della produzione del capitalismo cognitivo: un esercito flessibile, capace di adattarsi ovunque alle esigenze just-in-time di un nemico che oggi viene costantemente ridefinito nell’identità e nell’ideologia. Ma incontra forti limiti: pur avendo ottenuto una vittoria in tutte le guerre convenzionali, questo modello non garantisce il successo dell’occupazione di un territorio come in Iraq. In questa crisi tramonta il concetto tecnico di guerra caratterizzato dal monopolio professionale della forza armata da parte del soldato statale. Oggi gli si affiancano i mercenari delle imprese militari private ed i missionari delle ONG mentre diventa obsoleta la figura dell’avversario legittimo, dello iustus hostis, che si presenta sempre più come fuorilegge globale, hostis generis humani, terrorista planetario (ma anche cibernetico, pirata o hacker) (Michael Hardt e Michele Surdi). Nelle vetrine affollate della guerra globale, avverte Mattia Diletti, si muovono anche gli intellettuali neoconservatori, e figure politiche come Condoleeza Rice o Alberto Gonzales che assomigliano all’ebreo di corte e al cristiano rinnegato: nuovi soldati che provengono dall’america profonda o dall’immigrazione e lottano contro il cosmopolitismo liberal negli Stati Uniti e affermano nella guerra ideologica unilaterale il neo-populismo repubblicano. Un pensiero della guerra non può attestarsi solo sulle trasformazioni del militare deve riflettere anche sulla forma-stato. La fine del monopolio statale sulla guerra ha provocato la crisi del concetto giuridico di guerra legato alla sovranità, ma anche la certezza della distinzione tra guerra e pace (Claudio De Fiores). Le conseguenze del disordine globale sugli assetti costituzionali democratici sono ormai accertati. Quando l’uso della forza si affranca dallo stato d’eccezione per divenire diritto, la democrazia si trova paradossalmente ad affermare il diritto della guerra per costruire un ordine politico “giusto”. La crisi della sovranità statale impedisce di colmare il terrain vague tra operazioni di guerra e di polizia internazionale in cui l’impero ormai si muove con una sovrastruttura giuridica a livello mondiale come l’Onu. Ciò deriva dall’ibridazione tra diritto nazionale e internazionale, guerra e polizia internazionale e si riflette anche all’interno dei confini dell’impero, a Genova nel 2001 ad esempio, dove lo stato di diritto si è stemperato in uno stato di polizia rovesciando così una separazione consolidata nella modernità (Paolo Napoli). Negli anni Novanta e, ancor più, dopo l’11 settembre, la ricorrente esigenza della difesa della sicurezza non è più soddisfatta in maniera esclusiva dagli stati in termini di ordine pubblico interno, ma richiede l’adozione di una serie di politiche militari e di polizia per neutralizzare le minacce a livello internazionale e, allo stesso tempo, salvaguardare le condizioni di vita delle proprie e delle altrui popolazioni. La guerra globale interiorizza l’instabilità traendo da essa il suo stesso principio d’ordine (Roberto Ciccarelli). L’alternativa alla guerra globale? Domanda con molte risposte sospese per Giuseppe Allegri e Giuseppe Bronzini. Se il movimento per la pace ha mancato l’appuntamento costituente che aveva annunciato nel 2003, oggi l’Europa è precipitata dalla fune sulla quale si reggeva in equilibrio: il processo di integrazione costituzionale. Rimane tuttavia aperta la sfida della creazione di una dimensione collettiva che segnerebbe la differenza dello spazio pubblico europeo da quello americano. A condizione che il leone che pattuglia i corridoi del Wal-Mart globale non sanzioni chi devia dalla regola incisa dalle armi, dalla democrazia e dalla proprietà.(R.C.) |
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