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![]() Il pluriverso politico del corpoUltima modifica: sabato 24 settembre 2005 Postfilosofie, "Riconoscimento/misconoscimento" (Cacucci).Al termine della lettura il riconoscimento rimane in ogni caso una categoria che può essere usata tanto per valorizzare il proprio sé nell’unità tra corpo e mente, quanto per estendere il legame sociale su scala globale Si nasce dal corpo, si parla dei corpi, il corpo deve essere difeso dal diritto, la biopolitica non è se non parte dai corpi. Molto del sapere contemporaneo, dalla bioetica all’antropologia, dal diritto alla filosofia, ha assunto il corpo come obiettivo, ma la profusione dei discorsi nasconde tuttavia un’assenza di consenso su cosa esattamente sia il corpo e quali siano i limiti etici e politici delle pratiche mediche, giuridiche o politiche che ad esso s’ispirano. Proliferazione dei discorsi e mancanza di sostanza del corpo, al centro di questo paradosso si colloca Postfilosofie (Cacucci, €14, pp.226) la nuova rivista diretta da Roberto Finelli e Francesco Fistetti. Il primo numero è dedicato al tema Riconoscimento/misconoscimento, centrale tanto nella filosofia pratica tedesca sia in quella dell’antiutilitarismo francese, e raccoglie una serie di interventi internazionali di Jerome Kohn, Axel Honneth, Bryan Turner, Christian Lazzeri e Alain Caillé, insieme a quelli di Antonio De Simone, Francesca R. Recchia Luciani, Vito Santoro e Sergio Alloggio. Un prefisso, questo “post” così inflazionato, che allude tuttavia alla pluralità delle prospettive filosofiche spalancate dalla fine del momento cartesiano della filosofia come di quella del positivismo del sapere scientifico. Postfilosofie si rivolge ai nuovi saperi che non accettano di riconciliarsi con l’aberrante dualismo corpo-mente che Cartesio ha simbolizzato a suo modo come nel trascendentalismo neokantiano della filosofia del diritto e di quella più recente sui diritti umani. La psicoanalisi, ad esempio, è la prima formulazione dell’ipotesi della non perfetta coincidenza del soggetto con la sua coscienza razionale. Ciò ha spinto il soggetto al riconoscimento dell’esistenza dell’altro fuori di sé e con questo anche del fattore costitutivo del formarsi dell’identità. Su questa base, scrive Roberto Finelli, si può considerare superato il canone dell’io liberale-kantiano affermato in tutta la storia del liberalismo politico e che rimane alla base dello stato di diritto. E’ su una rinnovata tensione etica, scrive Francesco Fistetti, che si fonda la libertà del soggetto, quella che Levinas definiva “la responsabilità verso gli altri”. In questa seconda direzione si scopre anche la dimensione attiva della cittadinanza che il soggetto, al di là delle sue appartenenze nazionali, individua in una serie di beni collettivi pubblici (dall’acqua all’istruzione) sottratti alla privatizzazione e allo scambio delle merci. Ciò presuppone l’esistenza di un pluralismo giuridico capace di garantire i presupposti di una reciproca comprensione tra culture e forme della razionalità differenti (Turner), ma che non può prescindere da quel bene fondamentale che è il “rispetto di sé” che consente ai cittadini di “riconoscere il proprio valore” come di quello altrui. Sulla base di questo paradigma “antisacrificale” del dono formulata da Marcel Mauss: le nazioni “ricche” dovrebbero subordinare i propri interessi a quello comune dell’umanità ricongiungendo così l’etica pubblica con l’economia (Lazzeri e Caillé). La riflessione sulla categoria di riconoscimento di Axel Honneth ha il merito di sganciarsi dalla dimensione astratta cui l’aveva consegnata il trascendentalismo morale kantiano e stabilisce che la relazione tra i soggetti è il dato costitutivo della socialità umana, anche se non si discosta dai limiti del paradigma democratico-comunicativo che Honneth condivide con buona parte della filosofia politica contemporanea. La necessità di una distribuzione più giusta delle risorse, e quindi di una democrazia a livello mondiale, non sfocia in questo autore come in altri (John Rawls, Michael Ignatieff e Michael Walzer ad esempio) né in un’analisi delle condizioni socio-economiche che provocano le ingiustizie né in una fondazione dei diritti umani sulle radici corporee dell’essere umano. In bilico su fondamenta minimali e vulnerabili, scrive Francesca R. Recchia Luciani, la “cultura dei diritti umani” rimane esposta all’invocazione di intervento militare degli stati contro chi non li applica, violando così quei diritti che s’intende difendere sino ad arrivare al misconoscimento radicale del genere umano (Kohn). Al termine della lettura il riconoscimento rimane in ogni caso una categoria che può essere usata tanto per valorizzare il proprio sé nell’unità tra corpo e mente, quanto per estendere il legame sociale su scala globale. Sulla possibilità, e le difficoltà, di questo sincronismo politico e filosofico ci s’interrogherà ancora, ma sulla materialità del corpo che ne costituisce il presupposto non c’è dubbio: è una svolta che ha una portata epistemica e politica d’ordine generale. Senza la quale oggi non si può difendere la vita degli uomini e delle donne. |
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