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Per una contro-storia del materialismoUltima modifica: sabato 24 settembre 2005 E' l'ambizione di "Quaderni Materialisti", giunta al quinto numero. L’apparente eterogeneità degli argomenti segue tuttavia un filo teorico, quello della ricostruzione di una genesi diversa della storia del materialismo Machiavelli, Vico e Marx. E poi Spinoza, Hobbes e Hegel. E infine Leopardi. Stratificato, si presenta così questo quarto, doppio, numero di Quaderni materialisti, la rivista edita da Ghibli (euro 21, pp.331), diretta da Mario Cingoli coadiuvato da Vittorio Morfino e Marco Vanzulli, giunta al suo quarto anno di vita. L’apparente eterogeneità degli argomenti segue tuttavia un filo teorico, quello della ricostruzione di una genesi diversa della storia del materialismo. Primo asse della ricostruzione di questa contro-storia è quello tra Hobbes e Spinoza. Nel passaggio dal meccanicismo di Hobbes (Ted Stolze) all’immanentismo di Spinoza (qui descritto in tutte le sue asperità in un intervento straordinariamente denso di Étienne Balibar), il materialismo conquista uno dei suoi principi fondamentali: pensare l’uomo fuori da ogni antropomorfismo (e quindi al di là della sua relazione illusoria con Dio). Un principio rivendicato anche nella lettura di Carlo Sini. Per il filosofo milanese, infatti, Spinoza giunge ad un pensiero abissale che giunge al pensiero più esplicito della differenza e della finitudine dell’essere (Ma sulla lettura spinozista di Sini segnaliamo il suo ultimo volume: Archivio Spinoza. La verità e la vita, Mimesis, pp.319, euro 18). Per Andrè Tosel Spinoza non ha articolato completamente i rapporti tra l’immaginario e il simbolico, limitandosi ad una filosofia che rimane in fondo “monastica” e solitaria”. Il filosofo francese, noto anche per importanti volumi su Spinoza, sostiene che sia stato Vico nella Scienza Nuova a descrivere l’umanità come ordine simbolico-politico che ne assicura la sua preservazione in quanto istituzione. Nel passaggio dal De Uno alla Scienza Nuova, scrive Marco Vanzulli, Vico non rinuncia al suo originario impianto giuridico ma lo rifonde nella più ampia filologia che in Vico è una scienza ispirata alla “comune natura delle nazioni”. Ma il materialismo non è banalmente ateo. Non è detto, infatti, scrive Marie Gaille Nikodimov, che le democrazie laiche che affrontano il processo di secolarizzazione e di distribuzione orizzontale del potere nella moltitudine abbiano rinunciato alla religione civile. Machiavelli, ad esempio, e lo stesso Spinoza hanno dimostrato che la religione trasposta dalla sfera privata del rapporto individuale con il proprio Dio verso quella collettiva di una vita civile condivisa è altrettanto necessaria. Lo stesso Leopardi, scrive Girolamo De Liguori, polemizza con lo spiritualismo moderno e il cristianesimo sui quali cresce una nuova mitologia razionale che mistifica il vero nella credenza e nell’aspettativa di una vita ultraterrena. Anche la critica leopardiana al cristianesimo non esclude dall’immanenza della vita la presenza del divino che egli tuttavia trae dall’unica sostanza reale e conoscibile che è la materia universale. Per De Liguori questa prospettiva spinge Leopardi verso un’idea spinozista di Dio e della materia. Il corpo centrale di questo numero dei Quaderni materialisti è dedicato alla lettura marxiana di Jacques Derrida. Nei loro contributi, Francesco Vitale e Fortunato Cacciatore introducono nella contro-storia del materialismo il tema dello sviluppo del capitalismo. L’interpretazione di Derrida della celebre questione del feticismo – l’inversione di soggetto e predicato dalla quale le relazioni umane appaiono come cose (questo è anche il tema dell’intervento di Mario Cingoli) – attribuisce al Marx del Capitale i presupposti umanistici e antropocentrici dei Quaderni del 1844 e della Questione ebraica quando, invece, nel Capitale Marx spiega la “spettralizzazione” della realtà come il risultato dell’accumulazione di ricchezza astratta attraverso l’uso della forza-lavoro che, in quanto processo concreto, può e deve essere superato dal e nel mondo dai soggetti liberi. Seguendo l’interpretazione di Louis Althusser, esposta in una celebre conferenza su Hegel al Collége de France, il filosofo brasiliano Armando Boito mostra come l’interpretazione della storia di Marx non sia monocausale, ma sia ispirata dall’analisi di una molteplicità di cause dovute all’apertura del processo storico. Vittorio Morfino insiste strategicamente sul ruolo che per Marx la violenza esercita sul piano storico. «La violenza è la levatrice della storia» scrive Marx nel 24 capitolo del Capitale. Morfino, con l’ausilio ancora di Althusser, stabilisce che la violenza in Marx non è il telos dello sviluppo economico (Engels, Anti-Dühring), né quello dello sviluppo dell’idea (Hegel, Scienza della logica), ma è la sintesi di una pluralità di processi che sono alla base della trasformazione dei modo di produzione, e quindi delle epoche storiche (dal feudalesimo al capitalismo, ad esempio). La violenza del capitale agisce a vari livelli (dalla legislazione contro il vagabondaggio all’espropriazione dei mezzi dei produttori ecc.), ma il suo esito non può essere prevedibile. Quindi nessuna filosofia della storia in cui magari la politica troverebbe la sua culla ideale, ma l’intreccio delle cause molteplici che talvolta offre alla machiavelliana virtù «la miracolosa occasione» e spesso il rimpianto di una causa perduta. (R.C.) |
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