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Legge 40: la vita al servizio della ragione di Stato

Ultima modifica: lunedì 17 ottobre 2005

Maria Luisa Boccia

"La fecondazione assistita è questione eminentemente politica. Ma questo non vuol dire che lo Stato si possa arrogare il potere di ammettere o vietare questa o quella scelta, questa o quella pratica, decidendo qual è l’etica che deve affermarsi nella società. Ma il punto cruciale è che il conflitto non è tra l'embrione (che ha il solo interesse, se proviamo a immedesimarci, a che sua madre sia lasciata in pace) ma tra adulti, sessuati : donne incinte da un lato, uomini, per lo più, dall'altro in veste di tutori"

La legge sulla procreazione assistita è un pesante, rigido ed invasivo controllo del corpo femminile, con norme che ne ledono seriamente l’integrità, accentuano i rischi per la salute, negano l’autonomia e responsabilità delle donne nella procreazione. Le più rilevanti delle norme infatti, da quelle di natura tecnico-sanitaria, a quelle sui requisiti di accesso, a quelle a tutela del nascituro e dell’embrione si traducono in corrispettivi obblighi per la donna sul cui corpo si interviene, e dal cui corpo dipende la realizzazione degli obiettivi della legge, come, peraltro di quelli medico-scientifici e, soprattutto l’invocata tutela dei “diritti ” degli altri soggetti, a partire da quelli del concepito, enunciati nell’art.1. Siamo di fronte ad un tale groviglio inestricabile di norme contraddittorie, quanto ideologiche, da risultare inapplicabile, oltre che inconcepibile per il buon senso ed in più punti incostituzionale.

In questi lunghi anni la rappresentazione sociale della fecondazione assistita è stata costruita con il preciso intento di enfatizzare l’allarme sociale, convogliando inquietudini reali sull’immagine di un disordine dilagante.

L’enfasi sulle sempre nuove, e sempre "ultime", barriere infrante, sulla fantascienza che diviene prassi nei laboratori e introduce tra noi la presenza di alcuni mostri (dai cloni, agli embrioni creati per la ricerca) è sostanzialmente servita ad alimentare un immaginario sociale di disordine e d eccessi, dei quali sono responsabili, ancor più dei temibili Frankeistein le donne. Dipinte come abnormi, fino al mostruoso: mamme-nonne, lesbiche mascoline che inseminano altre lesbiche , mercenarie che vendono ovuli e uteri, figlie, madri e sorelle che si scambiano i ruoli parentali, vedove che partoriscono orfani, narcisiste onnipotenti che generano solitariamente. Si è creato così il clima necessario per evocare la Legge come ripristino dell’Ordine. Poco importa se nessuna legge può adempiere a questo compito. Né di certo lo potrà questa legge che, grazie al suo impianto proibizionista, ha come effetto pratico la clandestinità, il diffondersi del mercato illegale, il ricorso al cosiddetto turismo procreativo.

Prima di parlare dei punti più gravi del testo approvato, voglio soffermarmi su quelli che, viceversa, sono condivisi anche da molti e molte tra coloro che la giudicano negativamente.

La legge considera le tecnologie come terapia della sterilità o infertilità, solo per le coppie di sesso diverso, coniugate o conviventi in età " potenzialmente feconda". Una patologia davvero insolita, solidale e non individuale, ma sopratutto difficile da accertare perché, come la legge riconosce, in molti casi le cause di sterilità ed infertilità sono inspiegate. Non potendosi stabilire, almeno per il 14 per cento dei casi la causa, l’Organizzazione mondiale della sanità ha stabilito che è da ritenersi sterilità o infertilità la mancanza di risultato dopo 24 mesi di rapporti sessuali non protetti. Dunque per una coppia è sufficiente un certificato medico che attesta “l’impossibilità di rimuovere altrimenti le cause impeditive della procreazione” (art.1).

Al contrario una donna sterile in modo conclamato, se non è coniugata o convivente, è esclusa da questa terapia. Esclusa è anche la donna che può concepire, ma non può portare a termine la gravidanza, per altre patologie, poiché è vietata la possibilità di affidare la gestazione ad un'altra donna. Esclusa è la donna che ha problemi di ovulazione, perché è vietata la donazione di ovuli. Esclusa è la donna il cui partner non ha seme fertile perché non può ricorrere a seme di donatore. Parlo di donna, perché un uomo sterile, non può curare la propria sterilità rivolgendosi direttamente, cioè da solo, ad un centro: deve necessariamente essere in rapporto con una donna che si fa “curare” per lui, quale che sia il tipo di intervento richiesto. Escluse infine sono le coppie non sterili, ma che vogliono ricorrere alla donazione di gameti, per non trasmettere malattie genetiche al/alla figlio/a . E’ dunque una terapia rigidamente condizionata da requisiti di “idoneità”, i quali non hanno nulla a che fare con la capacità o meno di generare nel vecchio familiare modo, quello sessuale.

La definizione delle tecniche riproduttive come “terapia della sterilità ed infertilità”, generalmente accettata, è però fortemente sostenuta proprio dalla medicina procreativa. Sulla cura della sterilità, e sul diritto alla salute, del quale fa parte la capacità di procreare, si è costruita l’immagine positiva, benefica, della ricerca e sperimentazione biogenetica, come della pratica medica. Immagine del tutto speculare a quella negativa. Ai ”casi-scandalo” che si prestano alla spettacolarizzazione dei media si contrappone “la realtà”, sempre più consistente, di coppie dolorosamente e ingiustamente colpite nel desiderio più naturale e nello scopo più alto della famiglia, quello dei figli. In sostanza le opposte rappresentazioni fanno leva sullo stesso modello di sessualità, genitorialità e famiglia. Si tratta di dimostrare che le tecniche riproduttive possono rafforzarlo, accrescendo le possibilità di fare figli. O, viceversa, che contribuiscono a scardinarlo, con il vortice di combinazioni possibili tra seme, ovuli e uteri disponibili.

La restrizione alla coppia stabile dell’accesso alle tecniche viene cioè fatta discendere proprio dalla finalità terapeutica. Ed è però fonte di una grave discriminazione rispetto al diritto alla salute, costituzionalmente garantito. Questa è solo la prima, vistosa, incongruenza della legge 40. Condivisa anche da chi dà una lettura positiva della procreazione assistita. Non a caso, anche nel disegno di legge, approvato in commissione dal centro-sinistra nella precedente legisaltura, i “requisiti” di idoneità erano gli stessi. La differenza più rilevante era infatti l’ammissione della fecondazione cosiddetta “eterologa”, consentita però solo come estrema ratio, potendovi ricorrere il medico solo dopo aver provato altre tecniche di fecondazione “omologa“, ad esempio l’Icsi, anche se più rischiose e ritenute, in molti casi meno efficaci.

Tutte le esclusioni, prima ricordate, rappresenterebbero un’alterazione inaccettabile delle relazioni tra genitori e figli. Le donne non in coppia, gli omosessuali, donne e uomini che non hanno con il figlio un rapporto biologico, non sarebbero cioè “idonei” a divenire madri e padri. E’ una restrizione rilevante e grave di quella che non da oggi, e non per effetto delle tecniche, costituisce una pluralità di figure e di rapporti.

Nonostante l’enfasi sulla varietà delle combinazioni di madri e padri, il moltiplicarsi dei tipi di famiglia e di figure genitoriali non è infatti una conseguenza delle tecniche. Molte delle relazioni anomali che fanno scandalo - dalla madre singola, alle coppie omosessuali, al figlio “biologico” di uno solo dei due genitori, alla madre gestante che affida il nascituro ad una coppia - possono, e spesso accade, realizzarsi senza ricorrere all’intervento del medico, con le pratiche sessuali. La famiglia nucleare, formata da una coppia eterosessuale e dai figli, sebbene definita naturale, non solo è storicamente recente ma, pur costituendo la norma giuridica, non lo è sul piano sociale, dove si scompone e ricombina in una pluralità di forme.

Si dice che lo Stato non può vietare quello che la natura – ovvero i rapporti sessuali - consente, mentre deve ricondurre al rispetto di una presunta norma naturale chi vuole avere figli con le tecniche. In questo caso - solo in questo caso ? – la prima responsabilità verso i nuovi nati sarebbe dello Stato. Ma è la legge dello Stato, non la natura, a riconoscere come padre un gay, come madre una donna singola o una lesbica in coppia, come genitori un uomo e una donna sposati che riconoscono il figlio di lui partorito da un’altra donna (caso prossimo alla famigerata maternità surrogata) o concepito da lei con altro uomo (caso analogo alla vietata inseminazione eterologa). Pazienza: se non si può soddisfare il bisogno/diritto di tutti i bambine e tutte le bambine di avere a fianco il vero papà e la vera mamma, almeno per quelli nati con le tecniche lo Stato offre sicura garanzia.

Tutta la legge tende a stabilire una corrispondenza piena tra biologia e diritto. Nell’intento ipocrita quanto retorico che, una volta ricondotte entro i rassicuranti argini della terapia per coppie sterili, le tecniche possano rafforzare un unico modello di famiglia, basato sui legami biologici. Il nocciolo di questa impostazione consiste nei diritti dell’embrione: a nascere, all’identità genetica, fino al diritto, davvero inedito, alla doppia figura genitoriale, fatta coincidere con la coppia biologica. E si sostanzia nell’articolo 14, il più assurdo e mostruoso della legge, che impone di creare solo tre embrioni per un unico e contemporaneo impianto nell’utero della donna. Una volta avvenuta la fecondazione in provetta la donna non può revocare il consenso e, di conseguenza, dovrebbe sottoporsi all’intervento ed affrontarne le conseguenze, le quali, in ogni caso, sono del tutto diverse dalle sue aspettative. Se va bene, avrà non uno ma tre figli, non è difficile immaginare con quali e quante complicazioni . Se va male dovrà scegliere se affrontare un aborto terapeutico, o mettere al mondo uno o più figli malati o con malformazioni, dato che non si possono fare diagnosi pre-impianto o sopprimere embrioni malformati, ma si può fare l’una e l’altra cosa dopo. Se nessuno dei tre embrioni è sano, dovrà sottoporsi di nuovo alla stimolazione ed al prelievo di ovuli, con un aggravio dei costi fisici, psichici, economici.

Tra le donne più giovani aumenteranno, verosimilmente, i parti plurigemillari, quelle più adulte è meglio che rinuncino, considerata anche la più alta probabilità di insucesso. L’obbligatorietà dell’ intervento non solo apre problemi di incostituzionalità, ma è palesemente impraticabile. Il medico dovrebbe chiedere un’ingiunzione al giudice, alla polizia di prelevarla, agli infermieri di legarla? Non potendo operare senza consenso, cosa potrà fare degli embrioni, se non congelarli o sopprimerli, violando l’esplicito divieto della legge (art. 14)?

L’assurdo nulla toglie alla gravità di aver anche solo ipotizzato di costringere una donna ad accogliere tre embrioni, a rischio della sua salute e di quella dei nascituri . Norme come queste, o il divieto di ricorso a donazione di seme ed ovulo, dimostrano che il legislatore non si è proposto di regolamentare la fecondazione assistita, sia pure restringendone l’impiego. Ha scritto una legge-manifesto, senza preoccuparsi dei suoi effetti devastanti, in nome della tutela della vita e dei diritti del concepito. E’ questo che motiva le norme sui requisiti di accesso, come quelle che vietano la ricerca e la sperimentazione.

L’affermazione dei diritti del concepito, a cominciare dal diritto alla vita, non è affatto nuova. Il dibattito bioetico e politico, e le argomentazioni di opposto segno, non presentano varianti significative rispetto all’aborto proprio sull’aspetto cruciale della vita, e del conseguente diritto dell’embrione. Non capisco infatti con quale logica si possa affermare che questa legge non avrà effetti su quella dell’aborto.

Dopo la fertilizzazione in vitro, molti ritengono che non sia più lecito dubitare che il processo avviato è l'avventura di un nuovo essere umano . Certo, la fecondazione in provetta ed il congelamento rendono verosimile l’autonomia dell’embrione dalla donna, e quindi il suo riconoscimento di persona, titolare di diritti inalienabili. Peccato che la biomedicina non possa far compiere un tratto essenziale di quell'avventura, quello dal concepimento alla nascita in assenza della madre. Senza di lei l’embrione è fissato a quello stadio cellulare, finché non deperisce. Tutte le sue potenzialità, a cominciare da quelle della vita biologica, sono affidate all’accoglienza materna. E’ la madre che rende effettiva la sua vita, il suo sviluppo, la sua pensabilità come essere umano, ancor prima della nascita, dal momento in cui lo accoglie in sé. I figli della scienza, i bambini venuti dal freddo non nascono in provetta, sono anche essi nati da donna. L'inevitabile conseguenza è che la tutela dell’embrione dipende da lei. E per tutti noi dal senso che diamo al fatto che senza di lei non saremmo al mondo. Anche se il patrimonio genetico bastasse a assicurare al concepitot utte le qualità psico-fisiche di un essere umano, unico e irripetibile. Se pure questo fosse un presupposto scientificamente corretto - e non lo è - nulla toglierebbe all'impossibilità del vivente di essere se non grazie alla madre, al suo consentire con esso. Senza assumere questo come cardine fondamentale, non vi è alcuna posizione etica, e neppure sensatezza.

Pure si discute se l’embrione è o no persona senza fare distinzione tra grembo materno e provetta, come se a fare il vivente non fosse più il corpo femminile; come se quest’ultimo fosse integralmente sostituito dalla capacità delle tecniche di disporne.

Per questo è bene distinguere le questioni etiche e giuridiche poste dagli embrioni in sovranumero, da quelle della procreazione le quali, pur nelle diversità considerevoli, tutte coinvolgono la madre ( dall'aborto, alle terapie prenatali, alla fecondazione artificiale). Come per l’aborto, il diritto dell’embrione non ha altra possibilità di realizzarsi se non come dovere di maternità per una donna. E, ancora, come per l’aborto, non vi è legge di Stato, né ingiunzione etica che possa pretendere ed ottenere l’attuazione di questo dovere. Lo sanno bene tutti coloro che lo invocano. Il loro intento, infatti, non è di ottenere questo obbligo, ma di enunciare il valore, senza preoccuparsi della sua realizzazione. Forse ci si illude di dissuadere dal ricorso alle tecniche. O forse si mette in conto la violazione della legge, con la clandestinità ed il cosidetto turismo procreativo.

Ma il punto cruciale è che il conflitto non è tra l'embrione (che ha il solo interesse, se proviamo a immedesimarci, a che sua madre sia lasciata in pace) ma tra adulti, sessuati : donne incinte da un lato, uomini, per lo più, dall'altro in veste di tutori. E' uno scenario antico, che nelle forme attuali, non si presenta meno inquietante e violento. Negli Stati uniti d'America avviene da tempo che donne con comportamenti "rischio" siano sottoposte a controlli o chiamate a processo.

Non vi è e non vi sarà tregua nella pretesa di controllo del corpo femminile, finché "civiltà" significa continuare a rimuovere la colpa etica della riduzione della madre a un corpo contenitore della vita. Per questo non capisco la timidezza verso l’etica della vita, considerata, a torto, più coerente e rigorosa nel rispetto dell'essere umano. Al contrario ritengo che l'abuso del concetto di vita sia una delle cause della crescente incapacità di orientarsi e assumere comportamenti responsabili, nel mondo dei viventi. Dare senso al fatto che da donna nasciamo è essenziale per non consegnarci nella procreazione, ma non solo, all'impersonalità della tecnica.

Infine, la legge 40 è un vulnus al un altro principio fondamentale, quello della laicità. C’è grande confusione e, fatto più grave, c’è stato nel Parlamento, su come intendere la laicità dello Stato. Si sente continuamente parlare di conflitto tra etica laica ed etica cattolica, o religiosa. Ma la laicità attiene al rapporto tra qualsiasi concezione etica, e la legge. Nessuna etica può avvalersi della legge, per affermarsi. Viceversa parlare di etica “laica”, e di conflitto tra questa ed altre etiche, già sposta, vorrei dire corrompe, la distinzione fondamentale, tra etica e diritto, e quindi stravolge la funzione stessa della legge.

Certo, la fecondazione assistita è questione eminentemente politica. Ma questo non vuol dire che lo Stato si possa arrogare il potere di ammettere o vietare questa o quella scelta, questa o quella pratica, decidendo qual è l’etica che deve affermarsi nella società. Il Parlamento, ed ogni singolo parlamentare, non può decidere, né sulla base delle convinzioni dei singoli parlamentari – il voto “secondo coscienza”, da tante parti invocato – né operando una mediazione tra i valori, che presumono di rappresentare. Nessun Parlamento può arrogarsi il potere di stabilire qual è l’etica condivisa, o peggio ancora maggioritaria, e nessun parlamentare può subordinare la responsabilità politica della funzione pubblica che esercita alle proprie convinzioni personali, trasformando queste ultime in norme vincolanti, e dunque esercitando una coazione sulle coscienze di altri, obbligandoli a rinunciare alle loro convinzioni. E’ questo il primo limite che la legge deve darsi, se vuole corrispondere al principio della laicità dello Stato. E’ bene ricordare che non si tratta di un principio astratto, ma del solo modo per evitare che il pluralismo etico diventi una causa endemica di conflitti tra i più aspri ed insidiosi per una società, poiché minano proprio la legittimità delle norme e del potere che le emana.

Parlare di limite alla legge vuol dire che in ambiti come questi la legge non può dire tu sì e tu no, riconoscendo legittimità ad alcune scelte, e negandola ad altre, a seconda dell’identità, dei requisiti di “normalità” di questo/a o quel cittadino/a. Questo limite non è connesso alle questioni emergenti della bioetica. Fa parte della storia e della cultura politica della modernità, ed anche in un paese come il nostro, tradizionalmente poco attento alla laicità, si è avuto negli anni ’60 - ’70, una sua progressiva, importante, affermazione. Molto, grazie alle donne che hanno fatto del corpo, della sessualità, della vita “privata”, questioni politiche; ed è noto che quando si parla di questi problemi c’è sempre in gioco l’etica prima e più della legge. Questa legge rappresenta quindi una pericolosa inversione di tendenza e come tale va contrastata.