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La morale imposta per legge

Ultima modifica: lunedì 17 ottobre 2005

Grazia Zuffa

"La legge 40 è innazitutto una legge manifesto, tesa ad affermare principi etici più che a regolare l’applicazione delle tecnologie. O per meglio dire, l’ideologia detta anche le prescrizioni in campo sanitario. Insieme alla difesa della “naturalità” della procreazione, la legge propugna la “naturalità” della famiglia: lo Stato si incarica di prescrivere il modello di famiglia e di genitorialità ammessi, mettendo al bando le famiglie “anomale”, come le single con figli, attraverso la proibizione"

(da Critica Liberale, gennaio 2005)

Il 10 febbraio 2004, la legge sulla fecondazione assistita veniva approvata definitivamente dalla Camera. A distanza di un anno o poco meno, il 13 gennaio 2005, la Corte Costituzionale ha ammesso quattro dei quesiti referendari per cancellare alcuni articoli della legge 40, sui quali si sono raccolte le firme necessarie alla presentazione. La legge non potrà essere sottoposta al giudizio popolare nel suo insieme, poiché la Corte ha ritenuto inammissibile il quesito di abrogazione totale. Tuttavia, i referendum ammessi, se approvati, eliminerebbero buona parte delle enormità giuridiche della normativa in vigore, sconfessando in buona sostanza il suo impianto.

Quest’ultima affermazione merita un approfondimento, poiché le modalità con cui è stata lanciata la consultazione popolare –quattro modifiche parziali su cui sono state raccolte le firme per quattro distinti referendum, più un altro (distinto) referendum di cancellazione totale- farebbero pensare il contrario. In altri termini, l’aver voluto individuare quattro opzioni tematiche – la salute della donna, il ripristino della fecondazione con seme di donatore, la cancellazione dell’art.1 sui diritti del concepito, la libertà della ricerca- cui corrispondono altrettanti quesiti referendari, ha creato una strategia confusa, che rende opaca la lettura complessiva della legge. Perciò è proprio da questa che è conveniente partire, per meglio comprendere la vicenda politica intorno alla sua approvazione e allo scontro referendario in corso.

Si tratta innanzitutto di una legge manifesto, tesa ad affermare principi etici più che a regolare l’applicazione delle tecnologie. O per meglio dire, l’ideologia detta anche le prescrizioni in campo sanitario. In questo senso, l’articolo 1 racchiude la chiave di lettura di tutta la legge. Non solo nel comma 1, dove “si assicura la difesa di tutti i soggetti coinvolti, compreso il concepito”, su cui va fatto un ragionamento a parte; ma anche nel comma 2, dove si afferma che “il ricorso alla procreazione medicalmente assistita è consentito qualora non vi siano altri metodi terapeutici efficaci per rimuovere le cause di sterilità o infertilità”. Quest’ultima affermazione illumina su uno dei principi fondanti: la fecondazione artificiale è un Male, da limitare il più possibile. Se esaminata sotto l’aspetto sanitario, la norma è di per sé vaga, qualità poco adatta ad un articolato di legge ma molto conveniente ad un proclama.

Dalla stigmatizzazione delle tecniche procede in primo luogo la proibizione delle stesse, nella gran parte dei casi: eclatante è la messa al bando dell’inseminazione con seme di donatore, una delle pratiche più semplici, permesse in tutti i paesi d’Europa e largamente applicata anche in Italia da molti anni, per non dire decenni. E ciò basta e avanza per rendere chiare le ricadute di deregulation della legge. E’ ben difficile che le coppie rinuncino ad una pratica ormai consolidata, perciò sono destinate a ricorrere al turismo procreativo, con evidenti e gravi discriminazioni di censo; oppure alla clandestinità, con evidente pregiudizio per la salute.

Ma anche nei limitati casi ammessi - l’inseminazione o la fecondazione in vitro con gameti unicamente della coppia (stabile ed eterosessuale)- l’etica di Stato entra nel merito delle procedure terapeutiche, dettandone di abnormi, chiaramente lesive della salute della donna e del nascituro. A cominciare dal divieto di crioconservazione degli embrioni e dall’obbligo di non creare più di tre embrioni, da impiantarsi contemporaneamente. Ciò significa per la donna doversi sottoporre di nuovo alla stimolazione e al prelievo di ovociti, nel caso, frequente, di mancato impianto. Ma la legge si spinge oltre, vietando da un lato la diagnosi prenatale sull’embrione, in quanto considerata “a fini eugenetici”, dall’altro sancendo l’obbligatorietà dell’impianto in utero degli embrioni creati in provetta, anche contro la volontà della donna. Questa norma (insieme ad altre) è chiaramente incostituzionale, poiché configura un trattamento sanitario obbligatorio senza le garanzie previste. E’ anche con ogni evidenza assurda, a meno che non si pensi di legare la madre con una camicia di forza. Ma ciò niente toglie alla sua mostruosità e, ancora una volta, svela il primario intento ideologico del legislatore.

L’insieme delle norme succitate rimandano all’art.1, sulla tutela dei diritti “di tutti i soggetti compreso il concepito” e ne svelano il vero significato. E’ stato osservato da diversi costituzionalisti che il riferimento ai “diritti del concepito” è presente anche in una sentenza della Corte costituzionale (n.35/1997), dunque la norma in questione non aggiungerebbe nulla di nuovo. Peraltro, anche la legge 194, secondo l’interpretazione della citata sentenza, contempera i diritti della gestante e del concepito.

Tuttavia, come si evince dalle enormità suddette dell’articolato, nella legge 40 non vi è alcuna volontà di contemperare i diritti di diversi soggetti, bensì al contrario di affermare la personificazione (giuridica) dell’embrione, i cui interessi lo Stato si incarica di tutelare contro la madre. In questo senso si leggono la proibizione della diagnosi prenatale, insieme a quella di “qualsiasi sperimentazione su ciascun embrione umano”, poiché “l’embrione è uno di noi”, secondo la colorita espressione di un deputato della maggioranza in occasione del voto alla Camera. In quest’ottica, meglio si comprende l’apparente contraddizione fra l’obbligo di impianto di embrioni anche con malformazioni, e la possibilità di abortire successivamente lo stesso embrione malato, visto che dopo l’impianto è possibile lo screening prenatale: la legge 40 diventa il grimaldello per cambiare la legge sull’aborto, come ha dichiarato Buttiglione all’indomani della pronuncia della Consulta sull’ammissibilità del referendum. E come peraltro aveva dichiarato Andreotti, nella sua dichiarazione di voto al Senato.

Insieme alla difesa della “naturalità” della procreazione, la legge propugna la “naturalità” della famiglia: lo Stato si incarica di prescrivere il modello di famiglia e di genitorialità ammessi, mettendo al bando le famiglie “anomale”, come le single con figli, attraverso la proibizione. Per di più, la messa al bando dell’eterologa, mira a sancire la purezza genetica della filiazione. Insomma, come scrive Elena Del Grosso (Fuoriluogo, gennaio 2005), “Ritorna il concetto di bastardo. Cos’altro è il no all’eterologa, se non una valutazione di ordine morale in quanto considerata come adulterio in vitro”?

Riepilogando, la legge è orientata da una bussola ideologica, che di per sé confligge con la finalità di regolazione delle tecniche. Onde appare assolutamente ipocrita sostenere che questa legge, seppur imperfetta, è “meglio del Far West”, come è stato affermato da alcuni deputati che a suo tempo hanno votato a favore, come Francesco Rutelli e Rosy Bindi: in realtà è questa legge a creare il peggiore dei Far West, rinunciando al compito di governare la società per ribadire solo alcuni - discutibili e di parte - principi etici, disinteressandosi perfino dell’effettiva probabilità che hanno di essere applicati.

E’ evidente la lesione grave alla laicità dello stato, rispetto alla funzione stessa della legge, poiché confonde il piano dell’etica e della regolazione statale. Lo stato non può stabilire che cosa è permesso e cosa è vietato dalle leggi sulla base di ciò che è lecito o non è lecito per l’etica. Nel rispetto delle diverse concezioni etiche presenti nella società, la laicità richiede che nessuna concezione etica possa prevalere avvalendosi della legge.

Se questo è vero, alcune rappresentazioni dello scontro politico sulla fecondazione assistita sono assolutamente fuorvianti. In primo luogo, l’idea che per le forze politiche e i singoli parlamentari la questione non rivesta un carattere politico vero e proprio, bensì attenga alla “coscienza” individuale. In nome di ciò è stata rivendicata la libertà di voto, al momento dell’approvazione della legge e lo si ripete oggi alla vigilia del referendum. In nome di ciò si è detto che le posizioni sulla legge non avrebbero avuto rilevanza nei rapporti fra le forze politiche e tra eletti ed elettori. Ora la libertà di voto del parlamentare dovrebbe sempre essere rispettata, in quanto protetta dalla Costituzione, che gli riconosce una rappresentanza “senza vincolo di mandato” da parte degli elettori, nonché dei partiti che hanno contribuito ad eleggerli. Dunque, l’appellarsi alla libertà di voto è solo una trovata demagogica, che maschera (malamente) l’imbarazzo degli schieramenti a confrontarsi con una questione politica di primario rilievo, come quella della laicità dello Stato, del senso della legge, della funzione del parlamento.

Tanto più che le ricadute del fondamentalismo etico della legge 40 nel delicato rapporto fra l’intervento statale e la sfera delle libertà individuali sono molteplici: la personificazione giuridica dell’embrione, come nota Eugenio Scalfari, porta a far sì che “lo Stato si attribuisca il diritto di decidere in nome del concepito contro il diritto soggettivo della madre e della coppia genitoriale” (Repubblica, 16 gennaio 05). Così come la prescrizione di requisiti per poter essere genitori, insieme alla messa al bando dei gameti estranei alla coppia, ci riporta all’era pre-nuovo diritto di famiglia (anno 1974), alla discriminazione fra figli legittimi e illegittimi. Di più. Se è vero che l’eugenica novecentesca, di trista memoria, è stata una politica sanitaria pubblica di carattere coattivo, allora questa è una legge eugenica per eccellenza, come giustamente osserva il giurista Amedeo Santosuosso: lo Stato si assume il compito di stabilire i limiti, al di fuori dei quali c’è un “modo sbagliato di nascere”, e li impone con la coazione della legge penale (Il manifesto, 4 novembre 04, intervistato da Luca Tancredi Barone).

Con ciò è spazzato via un altro equivoco, che si tratti di un conflitto fra laici e cattolici, da mediare nei contenuti, alla ricerca di una “etica condivisa”. Per la semplice ragione che la laicità dovrebbe stare a cuore a tutti, laici e cattolici, o per meglio dire credenti di qualsiasi credo e non credenti, in quanto, in uno stato liberale, presiede al rapporto fra Stato e Chiesa, fra etica e legge. In quanto cornice di garanzia per una dialettica democratica e pluralista non è soggetta a mediazione, ma solo a stravolgimenti. Quanto ai contenuti, e cioè alle differenti visioni etiche, questo non è per l’appunto un affare di stato, ma della società, in un libero confronto fra coscienze.

Eppure la tentazione di ricercare “principi etici comuni” da tradurre in legge è stata presente fin dall’inizio della vicenda parlamentare, quando l’iniziativa era in mano al centrosinistra, e relatrice in Commissione Affari Sociali della Camera era l’onorevole Marida Bolognesi. Sebbene il testo di allora fosse lontano dalle mostruosità della legge attuale, tuttavia anch’esso non rinunciava a prescrivere il “modo giusto di nascere”, individuando la norma genitoriale. Ed è stata ancora presente nel dibattito che ha fatto seguito alla raccolta delle firme referendarie, nei tentativi di emendare l’attuale normativa per evitare la consultazione popolare. Significativo l’intervento di Carlo Flamigni, che, da laico, rilancia le soluzioni di mediazione, contenute nella proposta di legge promossa da Giuliano Amato. Le più importanti riguardano la previsione di congelamento degli ootidi, al posto degli embrioni, in quanto “il rispetto della vita nascente ha ragione di esistere solo dopo che si è formato un genoma unico” (e non è il caso dell’ootide); l’individuazione delle malattie genetiche più gravi da “meritare un’indagine pre-impiantatoria”; ed infine la richiesta alle coppie che desiderano una donazione di gameti “di dimostrare, come fanno le coppie che vogliono avere un bambino in adozione, di essere pronte ad assumersi tutte le responsabilità necessarie” (Unità, 25 settembre 04).

Su quest’ultima proposta vale la pena di spendere qualche considerazione, non tanto sulla opportunità o meno di inserirla in un articolato di legge, su cui si è detto in abbondanza; quanto sulla visione etica che la sottende. Mi si concederà che l’equiparazione di uno spermatozoo o di un’ovocita “eterologhi” ad un bambino abbandonato ha del grottesco. Così come ha dell’incredibile l’immagine di Amato, quando equipara la donazione degli embrioni per la ricerca, quando non utilizzabili a fini procreativi, alla “ donazione degli organi del figlio pre-morto” per i trapianti (Repubblica, 13 novembre 04). In quale ordine di pensiero, di esperienza, di sentire umano, un embrione può essere considerato pari ad un figlio già nato? E’ per venire incontro alle coscienze di chi, come Paolo Prodi, scrive che non si può distinguere tra l’embrione (come uomo in potenza) e l’uomo “in atto”, poiché ciò riproporrebbe una vecchia distinzione che la scienza, insieme alla Chiesa, hanno spazzato via? (Unità, 10 gennaio 05).

E che ne è della mia coscienza e dignità umana di donna, che vede cancellata d’un colpo l’opera creatrice della madre? Il problema non sta nelle scoperte della biologia, quanto nel salto filosofico verso una concezione biologistico-sacrale del farsi del vivente, che si vorrebbe già “al mondo” (simbolico, giuridico, sociale, relazionale) indipendentemente dal corpo e mente di donna. Se la vita, anzi l’embrione “vivente” è soggetto identico all’uomo nascituro, e la nascita si identifica in una sequenza meccanica di diversificazione cellulare, allora davvero la madre può essere sostituita da un utero artificiale. Nella personificazione e sacralizzazione dell’embrione è in nuce il viatico simbolico alla più conturbante delle prospettive tecnologiche. Dal che si evince che il conflitto non è tra chi è a favore o chi è contro la scienza. Semmai quest’ultima e il progresso tecnologico ripropongono in nuove forme l’antico conflitto fra i sessi sulla procreazione, e l’espropriazione patriarcale del corpo femminile.

E questo va ricordato anche a chi, come Giuliano Ferrara, ha schierato il proprio foglio liberal a difesa di questo obbrobrio giuridico per contrastare la cultura del “figlio a tutti i costi”. Se è vero, com’è vero, che non esiste un “diritto a procreare”, può mai esistere un “diritto a nascere” giocato dallo Stato a prescindere, anzi, contro la madre? E a Marcello Pera, che proclama con voce roboante l’essere l’embrione diverso “da una muffa”, possiamo sommessamente ricordare che le donne l’hanno sempre saputo, ben prima che il loro corpo diventasse tecnologicamente trasparente? Io credo che una delle difficoltà degli stessi laici a distinguere chiaramente fra legge ed etica stia nella subalternità all’etica cattolica, considerata come l’Etica con la e maiuscola. L’idea che il pensiero femminile, innanzitutto, a partire da una riflessione sulla maternità, la sessualità, l’aborto, abbia messo in campo un’altra etica non si è mai radicato più di tanto nelle menti dei politici “progressisti”.

A ciò si aggiunga che il conflitto con le gerarchie vaticane in merito alla divisione fra ciò che è di pertinenza della politica e ciò che attiene alla coscienza religiosa non si è mai risolto. Anzi. I cattolici dell’uno e l’altro schieramento sono sollecitati dal Vaticano a riportare in parlamento i dettati della dottrina cattolica. La Chiesa sembra parlare più al legislatore che ai fedeli, e quando parla ai fedeli, è per dettare i comportamenti in politica. Sulla fecondazione assistita la confusione ha raggiunto l’assurdo. Non solo il cardinale Ruini si è trasformato in un capogruppo di Montecitorio, dichiarandosi contrario ad eventuali modifiche di legge per evitare il referendum; ma addirittura invita i cittadini all’astensione come un segretario di partito, in nome della più spregiudicata "real politik". Come dire: poco importano i principi, va bene anche appoggiarsi alla maggioranza silenziosa pur di vincere la partita. Della legge naturalmente. Viene il sospetto che quella dell’osservanza dei fedeli ai precetti morali l’abbiano già data per persa da tempo.