Sei in: Home / Testi / Non è la vittoria degli islamici

Non è la vittoria degli islamici

Ultima modifica: giovedì 20 aprile 2006

Nell'analisi delle elezioni palestinesi, il rischio di essere superficiali è molto forte. Potrebbe infatti sembrare la vittoria di una nuova ondata islamica, si potrebbe dire (e si è detto) che i palestinesi hanno scelto di farsi governare dai terroristi fondamentalisti

Mattia Toaldo

Queste elezioni segnano la condanna non tanto di una politica in sé, quanto di una classe politica, quella del partito di Arafat, che si è dimostrata non solo corrotta ed inefficiente ma anche incapace di portare a casa dei risultati tangibili per il suo popolo. A dimostrazione di ciò basta fare un'analisi più approfondita dei risultati. Si votava infatti con due sistemi, uno più “politico” in cui si sceglieva una lista nazionale, e uno più basato sui singoli candidati eletti sulla base di collegi uninominali: nel voto “politico” Hamas ha sopravanzato Fatah di soli 3 seggi mentre la vera Caporetto c'è stata nel voto uninominale con 46 seggi per il Movimento di Resistenza Islamica e solo 16 per Fatah.

Se si vuole un'ulteriore dimostrazione della complessità della natura di Hamas e della sua imprevedibilità politica, basti pensare che a Ramallah, la più grande città palestinese, dopo le scorse elezioni amministrative i consiglieri comunali del movimento hanno votato come sindaco una donna, di sinistra e per di più cristiana.

E' interessante vedere come, secondo tutte le indagini svolte negli ultimi mesi, i palestinesi non condividono due dei punti chiave della piattaforma di politica estera di Hamas:la distruzione dello stato d'Israele e l'esclusione di negoziati con lo stato ebraico. Non è un caso se la campagna elettorale della lista “cambiamento e riforma” è stata incentrata sui temi di politica interna come la corruzione e le condizioni materiali di vita.

La maggior parte dei palestinesi vuole i negoziati ed è evidente il calo di consenso sociale per la strategia terroristica che è uno tra i motivi per la sensibile diminuzione degli attentati nell'ultimo anno. Dall'altro lato, contrariamente a quanto si potrebbe pensare, quasi la metà (il 48%) degli israeliani non ha problemi a trattare con Hamas. La fonte è un'indagine del quotidiano Yediot Ahronot che in Israele non è certo il portavoce delle colombe.

Non ci si può nascondere, dall'altro lato, che quello del 25 gennaio è stato anche un voto sul processo di pace. Non si può dimenticare che lo zoccolo duro del movimento è costituito da persone disilluse dal processo di pace e che pensano, come diceva il fondatore del movimento, che “i kamikaze sono i nostri F-16”.

In questo senso il voto della scorsa settimana è speculare a quello degli israeliani del 2001. Lì si elesse Sharon, considerato allora uno dei personaggi più estremisti della destra del Likud, nella convinzione che non ci fosse più nessuno con cui trattare dall'altra parte e che bisognasse occuparsi seriamente di costruire una barriera di sicurezza contro i palestinesi. Qui si premia un partito che ha mostrato sempre la sua ostilità verso gli accordi con Israele e ha sabotato con i suoi attentati il processo di pace.

Articoli:

Il professor Ali Jarbawi, dell'università palestinese di Bir Zeit, sostiene che la vittoria di Hamas è giunta a sorpresa per il movimento stesso. E ora o ci sarà un governo di unità nazionale (ma bisognerà convincere Fatah) oppure un esecutivo "tecnico"

Di chi è la colpa della vittoria di Hamas? L'unilateralismo di Israele ha fatto pensare ai palestinesi che non ci fosse nulla da perdere sul piano diplomatico e che non sarebbe cambiato granchè sul fronte dei negoziati votando per i radicali.

Secondo il sito Debka, vicino ai servizi segreti israeliani, l'ex-premier Sharon avrebbe favorito la vittoria di Hamas per non avere un partner negoziale credibile e giustificare la sua politica unilaterale. E ora la fusione tra forze di sicurezza palestinesi e struttura militare di Hamas potrebbe creare grandi pericoli per lo Stato ebraico.