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L’Europa e la paura del “popolo”. Crisi di legittimità, incapacità del consensoUltima modifica: martedì 25 ottobre 2005 Alessandro Coppola, Mattia Diletti, Mattia Toaldo
La costituzione è stata rifiutata dalla Francia, e con essa il tentativo di conciliare in un unico assetto istituzionale due visioni dell’Europa, quella anglosassone (il libero scambio) e quella dell’asse franco – tedesca (protezione sociale e aspirazioni geopolitiche). Ogni volta che l'Europa politica muove i suoi primi passi si scontra con la lontananza dei suoi cittadini La crisi francese, la crisi di tuttiI risultati del referendum francese sono stati interpretati come un nuovo episodio della lunga crisi politica francese, caratterizzata dalla crescente divaricazione fra le élite ed un’opinione pubblica allarmata dalle difficoltà sociali, economiche e di convivenza degli ultimi anni. Il si contestuale del Partito socialista e dell’Ump (entrambi a maggioranza: in presenza, soprattutto nel caso del Ps, di consistenti minoranze dissenzienti) rappresenta nitidamente l’immagine di una politica ufficiale, quella della frenetica alternanza gaullisti/socialisti degli ultimi due decenni, assediata dalla marea montante del dissenso incanalato dall’estrema destra e, in questo caso in modo nettamente prevalente, dalle sinistre radicali ed estreme. Queste élite dell’UMPS, secondo l’acronimo di invenzione lepenista, hanno perso il referendum (dopo aver vinto, per nostra fortuna, le elezioni presidenziali). Elite che condividono l’ultima utopia statale sopravissuta in Europa, quella della rèpublique una, indivisibile ed egualitaria; che si sono trovate a spartire il potere secondo un’incredibilmente ferrea legge dell’alternanza dal 1981 a oggi (ogni elezione un cambio di maggioranza, senza che le attese per le quali esso si era prodotto venissero poi soddisfatte); solidamente concordi nella difesa di una certa visione del ruolo della Francia e dell’Europa nel mondo, singolarmente pervicaci nell’evitare di affrontare problemi di fondo della convivenza civile quali, per esempio, l’immenso contenzioso culturale ed identitario che avvelena la vita francese. La geografia del voto rappresenta bene questa crisi, non articolata semplicemente sulla base di una divaricazione fra grandi città e realtà rurali. La divaricazione attraversa la stessa Francia urbana, considerando sia i centri urbani sia le immense banlieues che le circondano. Le città bobos (bourgeois-bohémiens), caratterizzate da una composizione sociale relativamente benestante e cosmopolita, votano per il si: Parigi (con il 66,5% di consensi al trattato), Lione (61,5%) e Bordeaux (57,9%). Mentre due grandi comuni a composizione sociale mista, caratterizzata da una rilevante presenza immigrata e franco-maghrebina (francesi di cittadinanza ma stranieri d’origine) votano, seppure in diversa misura, per il no: Marsiglia (61,17% di no) e Lille (50,38%). Entrambe le città sono capoluoghi di regioni caratterizzate da forti difficoltà sociali: l’agglomerazione marsigliese segnata da una grave crisi urbana, il Nord Pas de Calais simbolo di un’infinita crisi produttiva ed industriale che ha fatto deserto delle vecchie egemonie e solidarietà operaie. Il referendum francese smentisce totalmente l’ipotesi della rarefazione degli orientamenti di classe nell’espressione del voto, disegnando una geografia sociale dell’elettorato che rimanda all’immagine di un paese fatto di enclaves sociali ed etniche che non comunicano fra loro. Basta fare qualche fermata di metrò a Parigi: saliamo alla stazione Cadet (quartiere borghese), sulla linea sette nel IX arrondissement (oltre il 72% di si, circa il 27% di no: nemmeno il risultato più eccelso per il si nella capitale), e scendiamo, circa dieci minuti dopo, alla fermata La Courneuve, nel dipartimento Seine Saint Denis, una zona popolare caratterizzata dalla presenza di grandi comunità di immigrati (69,4% di no, anche in questo caso non si tratta del risultato migliore del no nell’agglomerazione parigina): in pochi minuti abbiamo abbandonato un mondo per trovarne un altro, profondamente diverso dal punto di vista dei livelli di reddito, delle preferenze culturali, delle abitudini religiose e degli orientamenti politici (o impolitici). Questo esempio potrebbe essere ripetuto all’infinito per mezza Europa. Vale per la Rotterdam di Pim Fortuyn, la Amsterdam cosmopolita e tollerante, per i nuovi membri dell’Unione. La parte di Europa che patisce di più e in modo più contraddittorio i problemi di questi ultimi decenni ha dato una schiaffo a un altro pezzo di Europa, anche per ragioni che non piacciono e che molti si ostinano a leggere con lenti inappropriate. La divaricazione tra elite e “popolo” europeo è un fatto: e ciò pone problemi squisitamente politici. L’identità, i confini, il sistema politico, l’identificazione di soggetti che dovrebbero stringere un patto costituzionale (ma può esistere un patto costituzionale senza sistema politico?), la missione di un’unione politica, la dimensione geopolitica. E’ la fine della visione funzionalista dell’Europa. Un processo senza più virtùA questa si rifà chi crede nella virtuosità del processo dell’integrazione europea, capace sempre di riassorbire le crisi e adattarsi agli imprevisti. L’esperienza del passato fa credere che anche le implicazioni negative di questo voto possano essere neutralizzate: l’Europa ha già affrontato crisi di questo genere, a partire dal rifiuto francese di ratificare la Comunità Europea di Difesa nel 1954, e le ha sempre superate. Di eurosclerosi si parlava già negli anni ’80, poi arrivarono Delors, il Mercato Unico, l’Euro. Questa posizione non tiene conto di alcuni fattori ed è superficiale nell’affrontarne altri: immagina semplicemente come deboli e irrazionali le ragioni di chi ha votato no (“un pot pourri di sentimenti, pregiudizi e valutazioni contraddittorie” come scrive Sergio Romano); non tiene conto della fragilità europea dopo la fine della guerra fredda e la profondità della crisi euroatlantica. L'attuale costruzione europea sarebbe stata impossibile senza l'incoraggiamento americano, soprattutto negli anni '40 e '50: l'Europa della guerra fredda poteva agire per “trials and errors” grazie alla stabilità che garantiva il sistema bipolare e l’ombrello della NATO. Era il sistema internazionale a sostenere un'Europa occidentale unita: le tensioni di oggi, invece, rendono possibile l’unità solo in presenza di una chiara volontà e visione politica. La competizione geopolitica ed economica pretende risposte adeguate in tempi più rapidi. Il secondo elemento di differenza sta nell'economia. Il Mec e la Cee erano strumenti che garantivano successo economico e redistribuzione delle risorse. Anche se il Continente ha vissuto un periodo di crisi negli anni '70, questa era dovuta a fattori esterni, dai quali la Comunità sembrava addirittura proteggere. Oggi l'Unione è percepita dai suoi cittadini come origine del problema, causa dell’indebolimento dei sistemi di protezione sociale e della perdita di potere d’acquisto: è un club di paesi prevalentemente in stagnazione o recessione e, guarda caso, si salvano solo quegli Stati che hanno resistito di più al processo d’integrazione. La fine del TrattatoIl Trattato è stato rifiutato, e con esso il tentativo di conciliare in un unico assetto istituzionale due visioni dell’Europa, quella anglosassone (un’Europa solo del libero scambio) e quella dell’asse franco – tedesca, che vi aggiungeva elementi di protezione sociale e aspirazioni geopolitiche. Il risultato di questo compromesso è stato che l’Europa è parsa troppo francese ai britannici e troppo britannica ai francesi. A questo punto l’abbandono del Trattato sembra l’ipotesi più probabile. L’Europa continuerà a navigare a vista secondo procedure e tecniche consolidate. Continuerà ad essere un sistema prevalentemente tecnocratico, incapace di esprimere una visione politica delle questioni che è chiamata ad affrontare. Ma fino a quando sarà possibile continuare a spoliticizzare la realtà? Il paradosso, generato dalla sconfitta del sì, è che i motivi d’insoddisfazione attuale degli europei, le ragioni di molti no francesi, sono destinati ad aggravarsi senza un'Europa politica più forte che, nel bene e nel male, passava dall’adozione di questo trattato. E tuttavia ogni volta che l'Europa politica muove i suoi primi passi si scontra con la delusione, la lontananza, l'incomprensione dei suoi cittadini. Un processo destinato ad accentuarsi con l'annacquamento dovuto all'entrata dei nuovi membri dell'Europa orientale e la conseguente redistribuzione di fondi e poteri che sarà ancora più tangibile nel 2006, quando verranno riallocate le risorse dei Fondi Strutturali europei. L'Europa come spazio di una nuova politicaLa crisi dell'Europa avviene in un quadro di crisi del sistema internazionale, crisi della democrazia e crisi del modello di sviluppo. Queste tre crisi hanno bisogno di scelte e la politica è il campo di queste scelte che non possono più essere delegate alle tecnocrazie. L'Europa non può essere un fine in sé ma deve trasformarsi in un luogo di confronto tra soggettività politiche capaci di confrontare visioni diverse della politica europea, deve possedere una sua dimensione istituzionale che le garantisca capacità di direzione e regolazione dei processi economici e sociali. L’Europa e il mondo hanno bisogno di più governo. Da dove ripartire allora? L’unica prospettiva sembra essere quella della formazione di un gruppo di paesi in grado di avviare forme più avanzate di integrazione, anche a costo di dare una scossa al processo europeo. Se in passato si parlò di Europa a due velocità oggi bisogna iniziare a trattare il tema dell'Europa a due intensità: l'Europa leggera, come area di libero scambio a 25 e l'Europa “pesante” con spazi politici e istituzionali comuni. Chi avrà il coraggio di proporre questa opzione? I socialisti europei sono divisi e in crisi di identità da molto tempo, mentre i popolari hanno cambiato pelle rispetto ad allora: Mitterand e Kohl ci appaiono oggi come giganti. |
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