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Sarkozy: il tempo delle destre post-ideologiche e iper-mediatiche

Ultima modifica: giovedì 17 maggio 2007

Giuseppe Allegri

Tempi cupi e strani per l'Europa. La necessità di risposte all’insicurezza genera il rifugio nelle speranze salvifiche portate dall’"uomo nuovo" Sarkozy. Ségolène Royal aveva intuito che il cuore della sua riscossa avrebbe potuto essere il dialogo permanente con la generazione precaria, ma la classe dirigente socialista ha assecondato la torsione spettacolare della campagna presidenziale.

“La società si sta ritribalizzando, è svuotata di ogni ideale, di ogni spinta sociale.” J.G. Ballard

Dopo il “6 maggio”: Sarko tutore della moltitudine bambina nella “modernità liquida”?

“Miei cari compatrioti”: così Nicolas Sarkozy, novello, prevedibile, Presidente della quasi cinquantenne V Repubblica francese, si è appellato al “suo” popolo, la sera stessa della vittoria.

E poco dopo, senza timore di cadere in contraddizione, Sarko ha proseguito: “il popolo francese si è espresso. Ha scelto di rompere con le idee, le abitudini e i comportamenti del passato. Io intendo riabilitare il lavoro, l'autorità, la morale, il rispetto, il merito” (1) .

Ecco il padre-condottiero che con un solo colpo si pone come innovatore rispetto a un passato recente politicamente incolore e al contempo restauratore dei princìpi della tradizione. C'è molto della “invenzione Sarkozy” in questa capacità di passare per l'uomo nuovo, che però ristabilisce l'ordine, come se non fosse il leader del partito, UMP, che ha eletto il precedente Presidente della Repubblica, il già dimenticato Jacques Chirac, nonché il Primo Ministro de Villepin ancora in carica.

Così l'opinione pubblica francese è riuscita ad archiviare la continuità del Ministro dell'Interno Sarkozy, nel solco dell'era “chiraquienne”, affidando la propria fiducia ancora una volta agli eredi del gaullismo: dal 1995 al 2012 tre mandati presidenziali ai neo-gaullisti. Un perseverare che spinge la V Repubblica, nell'anno che verrà del suo cinquantenario, in fondo a destra, prigioniera dell'incubo di una coazione a ripetere: la “forza dell'abitudine” di un paese ripiegato in se stesso, che preferisce perseverare nei territori già battuti delle risposte semplificanti e sicure dinanzi all'incertezza sociale, economica, culturale; anche perché l'alternativa proposta sembrava priva di credibilità programmatica e slancio politico.

Sarko: verso una destra ultra-protettiva, post-ideologica e iper-mediatica

Del resto Sarkozy è il “figlio ribelle”, che si lancia con caparbietà e determinatezza nella campagna presidenziale proprio eliminando dal gioco politico “papà Chirac” e, in un certo senso, tutto un retaggio politico-ideologico della V Repubblica: perciò Nicolas Sarkozy è l'uomo nuovo della “destra repubblicana”.

La formidabile miscela che Sarkozy è riuscito a creare tiene insieme atteggiamenti politici e posture cultural-comportamentali che scompongono lo sclerotizzato quadro politico-istituzionale della V Repubblica. È come se fosse riuscito a creare una propria genealogia nella tradizione politica francese, utilizzando al meglio venature neo-bonapartiste (2) , autorità gaullista, moderatismo orleanista, potere carismatico, demagogia iper-mediatica, radicalismo di destra, pulsioni populiste e quindi, al momento di affacciarsi alla presidenza, ecumenismo di un nuovo spirito repubblicano. Perciò riesce ad essere credibile come portatore dell’innovazione, sia quando prende le distanze dal trio Chirac-Raffarin-de Villepin, facendosi rappresentante di una nuova generazione politica che scalcia l’autoreferenzialità di quella esistente, sia quando rispolvera l’apparentemente logoro armamentario della trinità lavoro-autorità-rispetto. È questa combinazione di richiamo alla sicurezza, al decisionismo, all’autorità che ha convinto il timoroso elettorato francese nell’epoca dell’insicurezza, economica e sociale, delle paure, fisiche e ancestrali, delle incertezze, esistenziali e lavorative. Questo prevedibile plebiscito per Sarkozy può essere interpretato anche come l’invocazione della protezione dell’uomo nuovo dinanzi alle intemperie di questi tempi così complicati, confusi e minacciosi. E infatti Sarkozy è l'uomo di una “destra repubblicana”, che sa sottrarre consenso alla destra “sovranista” e sciovinista dello schieramento politico (de Villiers e Le Pen, cosa effettivamente successa, ma scontando parole d'ordine securitarie e nazionaliste) e che può cominciare a definirsi post-gaullista: radicale e moderata, mediatica e populistica.

Sia dal punto di vista del progetto economico, che da quello delle garanzie e della sicurezza, si assiste al tentativo di innestare spunti liberisti e riformisti con pulsioni di ordine e autorità: interpretazione e guida delle trasformazioni, addomesticando le innovazioni economico-sociali, ma provando a confrontarsi con i nodi irrisolti della “modernità liquida”; il tutto con una innegabile capacità di tessere alleanze nel sistema comunicativo-mediatico. Queste almeno sembrano le intenzioni di un uomo politico che è riuscito ad infiammare le banlieues con l'uso di odiosi epiteti e nel discorso presidenziale spende parole in favore dell’Africa, che critica la guerra in Iraq professandosi filo-atlantico e riaprendo il processo costituente europeo a partire da un mini-Trattato, che vuole ridurre il numero di dirigenti della funzione pubblica, ma non si sognerebbe di toccare l'État providence francese.

Verrebbe quasi da pensare ad una moderna destra post-ideologica, populista e riformatrice; in ogni caso con una originale capacità di reinventare il Pantheon ideale della tradizione repubblicana di destra.

Ségo, in solitaria finale, sulle tracce della generazione precaria e della millenium people

L’infinita campagna elettorale presidenziale (a confronto di quella per le elezioni legislative, che dura meno di un mese, votandosi a giugno prossimo per le elezioni dell’Assemblea nazionale), tende ad una definitiva “personalizzazione” di una forma di governo, che storicamente investe, con suffragio diretto, il Capo dello Stato in dialogo permanente con la nazione: questa tendenza si acuisce e diviene un tratto esemplificativo delle democrazie al tempo di regimi iper-mediatici.

Tale spettacolarizzazione della campagna elettorale presidenziale, con la sua investitura già tradizionalmente plebiscitaria non giova alle strategie politico-comunicative della sinistra francese. Come nel 1969 Pompidou divenne Presidente della Repubblica all'indomani del maggio 1968, così ora, dopo i due effervescenti fermenti sociali delle banlieues dell'autunno 2005 e della precaria primavera 2006 anti-cpe, convince il messaggio, rassicurante ed al contempo di rottura, di una destra che impone di dichiarare conclusa e fallimentare proprio quella stagione aperta dal maggio parigino del 1968.

Il PS dovrebbe da un lato riflettere sulle difficoltà incontrate nel rendere abitabile le istituzioni gaulliste della V Repubblica: del resto dall’interpretazione del gaullista “colpo di Stato permanente” del primo Mitterand, si giunge ad un solo rappresentante socialista su sei Presidenti della Repubblica (non a caso proprio Mitterand, che dovrà aspettare 17 anni, da quel lontano 1964 di sconfitta). Dall'altro dovrebbe porsi l'interrogativo di rinnovare la propria classe dirigente, evitando di puntare tutto sulle qualità di una donna isolata e invisa agli apparati di partito, sottoponendola alla diffidenza permanente dei suoi nemici elefanti socialisti (Strauss-Kahn, Fabius, Lang), che poi rientrano prontamente in campo per le elezioni politiche successive, auspicando la chiusura della parentesi Ségo. Non è inoltre per nulla da sottovalutare il consenso di oltre 16 milioni di francesi a quella che avrebbe potuto essere la prima Presidente donna di una Repubblica che per definizione si pensa come gelosamente custode del potere maschile. Da questo indubitabile successo di consensi dovrebbe ripartire Royal per giocarsi la leadership interna socialista e investire in un cambio generazionale, oltre che di genere. Certo, dovrà combattere una battaglia familiare dentro al PS e alla sua sinistra c'è un deserto di partitini identitari e obsoleti, dal quale sembra impossibile rintracciare un qualsiasi segnale di vita.

Eppure Ségolène Royal aveva intuito, probabilmente troppo tatticamente, che il cuore della sua auspicabile, ma impossibile, riscossa avrebbe potuto essere il dialogo permanente con la generazione precaria (e con le lavoratrici: “il precariato di oggi”) , con ciò intendendo quella moltitudine di singolarità sottoposte ad una diffusa condizione lavorativa ed esistenziale di insicurezza, che in realtà include fasce di età fino ai 40 anni ed oltre e incrocia l'impoverimento generalizzato della ex “middle class”: la millenium people sapientemente descritta da J.G. Ballard nel suo omonimo volume.

Aveva sapientemente fotografato la centralità che avrebbe dovuto assumere questa interlocuzione un Dossier sulle “proposte di welfare” costruito da Il Sole 24 ore del 18 aprile scorso, in cui si metteva a confronto, su due pagine speculari, “Ségolène che rilancia lo Smic (Salario minimo inteprofessionale di incremento)”, con un'intervista a Philippe Van Parijs in favore di “un reddito di esistenza, come chance offerta dall'attuale grande trasformazione per garantire una effettiva libertà per tutti”.

Quale futuro per le trasformazioni del modello sociale francese? Come prevedere nuove forme di protezione sociale che ridisegnino i diritti e l’autonomia delle singolarità, insieme con sistemi di solidarietà, condivisione e riconoscimento, oltre la dogmatica lavoristica, familistica e statualistica? Come pensare e praticare l’Europa senza proporre l’apertura di spazi pubblici dove far incontrare, scontrare, confliggere mutamento sociale e affermazione di nuovi diritti, domande di giustizia sociale e aspirazioni a inedite forme del vivere in comune, innovazione costituente in tensione con la ricombinazione della governance istituzionale?

Domande che la classe dirigente socialista non si è mai poste, perché probabilmente neanche si è mai posta tali problemi, troppo ossessionata dall’assecondare la torsione spettacolare della campagna presidenziale. Mentre la sinistra di alternativa ha quasi sempre dato risposte paurosamente passatiste, nostalgiche, quasi malinconiche ed infatti è stata definitivamente sanzionata dal suo possibile elettorato.

Dinanzi a questo deserto dominano le ricostruzioni improntate a ordine, sicurezza, autorità, che una destra sapientemente imbevuta di affermazione dei più tradizionali valori (patria, famiglia, lavoro) e di spregiudicata modernizzazione economica riesce soddisfare. È Sarkozy il Presidente della Repubblica che nel suo primo Governo nominerà l’ex Ministro degli Affari sociali François Fillon, insieme con qualche sensibile nome ex-socialista, per convincere di essere il Presidente di tutti i francesi e così meglio guidare l’UMP alle elezioni legislative di giugno.

Come non dare ragione all’elettorato francese nella sua inequivocabile e radicale scelta in favore di una continuità disgiuntiva, in fondo a destra?

*

Sembra insomma di essere dinanzi a tempi cupi e strani per questo tormentato Continente, in cui la necessità di risposte all’insicurezza genera il rifugio nelle speranze salvifiche portate dall’uomo nuovo, che tranquillizza con la sua schietta ruvidezza. Per converso la leadership opposta a Sarkozy non è riuscita a proporre una visione delle trasformazioni sociali da governare all’altezza dei tempi. L’opinione pubblica nell’epoca della “modernità liquida” insegue messaggi rassicuranti di ordine, disciplina, autorità e sicurezza: il lato oscuro della tradizione illuministico-occidentale prende il sopravvento e sembra disegnare un tempo grigio per il presente ed il futuro delle democrazie europee; del tutto oscuro per l'esistenza della millenium people della generazione precaria, seppure residua la speranza che, dietro l'angolo, ci siano gli abitanti di una qualche Chelsea marine disposti ad affermare la propria porzione di libertà, autonomia, dignità, prima che si dispieghi il tempo tremendo Regno a venire (l’ultimo di J.G. Ballard, che ci restituisce uno sguardo inquietante sull’ultranazionalismo intollerante al tempo delle società tardo-consumistiche).

E non è probabilmente un caso se proprio in questi giorni a Parigi, subito dietro al Père Lachaise, il Théâtre National de la Colline manda in scena due lavori di Thomas Bernhard (Le Président e Au but): forse uno tra gli Autori del Novecento che con maggiore rabbia, intransigenza e indomita “protesta esistenziale” si è scagliato contro le forme più artificiosamente vuote dei poteri; ma anche contro l’ottusità dei tempi e il rischio che qualunquismo, identitarismo e appartenenza facciano terra bruciata della ricchezza del pluralismo, delle differenze, della condivisione di una vita dignitosa, che valga la pena sperimentare .

“In effetti il mondo, come già è stato detto moltissime volte, è un palcoscenico sperimentale su cui si prova in continuazione”. Thomas Bernhard, Perturbazione, 1967.

Note
  1. Così nella traduzione del discorso di Nicolas Sarkozy fatta da Anna Bissanti e pubblicata su La Repubblica del 7 maggio 2007.
  2. Esemplificativa la copertina dell'Economist del 14 aprile 2007, che lo ritraeva con la celebre feluca napoleonica, in groppa al cavallo bianco.
  3. Così è titolato un intervento del 18 aprile sul sito di Ségolène Royal: Le salariat féminin c'est le prolétariat d'aujourd'hui - http://www.desirsdavenir.org/index.php?c=sinformer_actualites&actu=1605
  4. Si veda l'articolo di René Solis, Pouvoir, obsession, domination, su Libération del 24 aprile 2007, http://www.liberation.fr/culture/249511.FR.php. Per la “protesta esistenziale” contenuta nei lavori di Bernhard si rinvia in prima battuta, e per quanto riguarda Perturbamento, a Claudio Magris, Thomas Bernhard Perturbazione, in (a cura di) Baioni, Bevilacqua, Cases, Magris, Il romanzo tedesco del Novecento, Einaudi, Torino, 1973, pp. 553 e ss.