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![]() La democrazia al tempo del reddito universaleUltima modifica: giovedì 19 aprile 2007 Giuseppe Bronzini Il reddito universale preso sul serio. La proposta viene dal suo più autorevole teorico, Philippe Van Parijs, in un seminario organizzato dal Crs a Roma. “Il reddito di esistenza è una chance offerta dall’attuale grande trasformazione per garantire un’effettiva libertà per tutti”. Philippe Van Parijs ha inaugurato così l’incontro su “Reddito e Nuovo Welfare” organizzato lo scorso 29 marzo a Roma dal Centro per la Riforma dello Stato e la casa editrice Egea che di recente ha pubblicato “Il reddito minimo universale”, un volume che Van Parijs ha scritto insieme a Yannick Vanderborght. Per Van Parijs, che può essere considerato il più autorevole studioso planetario sul reddito universale, il reddito universale è un reddito versato da una comunità politica a tutti i suoi membri, su base individuale, senza controllo delle risorse. E’ uno degli strumenti, ha detto Van Parijs in un’intervista pubblicata Mercoledì 18 aprile 2007 sul “Sole 24 ore”, utile “a superare l’idea di far crescere il prodotto interno lordo sempre più in fretta e aumentare la crescita della produttività, per trovare al contrario uno strumento per garantire una libertà, compatibile con lo sviluppo economico, a chi non possiede la libertà di vivere come vuole. Per esempio a chi non può scegliersi il lavoro che desidera”. Il reddito universale è una soluzione nota anche in Italia. Ricordo quando, nel 1996, provammo a riaprire questo dibattito pubblicando “La democrazia del reddito universale” con la Manifestolibri, un testo che raccoglieva gran parte di quella che allora era la bibbia del "basic income" “Arguing for basic income” a cura dello stesso Van Parijs. “Arguing for basic income” mantiene ancora oggi la sua attualità, ma all’epoca ebbe poca fortuna. Più o meno nello stesso periodo anche la CGIL aveva invitato ad una riflessione che aprisse ai contributi che venivano dagli avamposti della socialdemocrazia del Nord Europa, ma anche in questo caso si trattò di un nulla di fatto. “Il reddito minimo universale” viene a cadere in un momento particolarissimo, nel momento in cui si è aperto un tavolo più concertativi, che di discussione, tra il Governo Prodi e le parti sociali che si propone di modificare gli ammortizzatori sociali. Da qualche tempo si è tornati a parlare di continuità di reddito, di coperture universalistiche, di adeguamento dell’Italia (unico paese a non avere nessuna forma di garanzia dello "ius vitae", oltre alla Grecia) al cosiddetto “modello sociale europeo” complice anche il nostro art. 38 della Costituzione che limita il sussidio di disoccupazione ai soli disoccupati involontari. Alle spalle di questa “riapertura di discorso” da qualche anno le iniziative dei movimenti (la Mayday) che dei nuovi diritti di cittadinanza hanno fatto la loro bandiera nella prospettiva di un ribaltamento del senso e del significato della flessibilità. Il libro pubblicato da Van Parijs è prezioso in questa fase perché offre una sintetica ricostruzione degli argomenti a favore di questa misura (e delle sue possibili iniziali forme di attuazione) in una situazione che sembra molto mutata e maturata rispetto ad una “ svolta “ universalistica del welfare state. Il "basic income" è infatti il punto di caduta di argomenti specialistici diversi e concorrenti che motivano una discussione multidisciplinare come quella che si è svolta a Roma alla quale hanno partecipato, tra gli altri, Elisabetta Ambrosi, Francesco Liso, Laura Pennacchi e Alex Foti. Il nodo della questione è venuto subito al pettine: il reddito universale non è una misura assistenziale. Potrebbe, al contrario, avere un impatto forte sul mondo del lavoro, sul mercato nazionale e internazionale. Il reddito universale è pensato anche per chi già lavora. Può permettere, usando le parole dello stesso Van Parijs, “a chi lavora di interrompere la propria attività per qualche tempo, lascia un genitore lo spazio di prendersi cura personalmente dei bambini […]. In questo modo si libera spazio lavorativo, si dinamizza l’offerta di lavoro. Si dà vita ad una redistribuzione. Chi non lavora ancora avrà un maggiore potere per negoziare un posto di lavoro, per rifiutare un lavoro non adatto, che andrà bene per un’altra persona”. A queste considerazioni, è necessario aggiungerne altre sul piano costituzionale, o semi-costituzionale, europeo. Il “basic income” è divenuto finalmente un diritto fondamentale europeo. Dalle due Carte sociali (quella del Consiglio d’Europa del 2002 e quella comunitaria del 1989) alla Carta di Nizza. In particolare, l’articolo 34 della Carta di Nizza prevede, anche se con un linguaggio molto tecnico e poco espressivo, una forma di tutela dei bisogni vitali che si estendono alla questione abitativa. La Carta è già per la giurisprudenza multilivello europea esigibile, ma il suo “valore” sarebbe (anche come linea direttrice nei confronti delle politiche dell’unione e degli Stati) enormemente rafforzata con la prevista inclusione nei Trattati. Il punto sul quale vorrei insistere è che, nella formulazione della Carta di Nizza (e delle altre due Carte sociali europee) non si parla affatto di una condizionatezza della misura e quindi il cosiddetto “workfare” non ha alcuna necessita giuridico-costituzionale. La riflessione sul “basic income” deve poi essere contestualizzata in quella più ampia sulla cosiddetta “Flexicurity”. Questo neologismo, ormai ampiamente usato, allude al rovesciamento del senso e del significato della flessibilità dominante. Fissa una serie di nuovi diritti come il sostegno al reddito e formazione permanente e continua. Prospetta un’idea di “cittadinanza laboriosa” oltre il pianeta della subordinazione. Nella prospettiva di questi ultimi anni, il “basic income” sembra la base per una ricerca soggettiva di modalità auto-scelte di lavoro” (in senso ampio), oltre le rigidità del lavoro salariato, che (per quanto possano arrecare una limitata sicurezza) costituiscono una mortificazione delle aspirazioni soggettive e al desiderio di cambiare interessi ed attività. Ottimi spunti a questo riguardo giungono dal “Rapporto Supiot” (Transformation of labour and future of labour law in Europe). Il reddito universale è uno dei simboli per un’Europa federale e sociale. Una riflessione politica su questa misura sarebbe un passo concreto verso la costituzione di una cittadinanza continentale europea. Suggestiva, a questo proposito, la proposta richiamata anche nel volume di Van Parijs di finanziare questo reddito ricorrendo alla Politica Agricola Comunitaria (Pac). L’istanza politica è netta e va ripresa. Da John Rawls, ad esempio, e dal neocontrattualismo (anche se vi sono importanti eccezioni nella scuola) lo “ius vitae” come il cuore del welfare post-bellico. C’è una intuizione morale profonda in quel rapido passaggio di “Una teoria della giustizia”, per cui la dignità della persona si assicura attraverso la sua libertà dai bisogni immediati (e quindi con il diritto all’esistenza) che riassume in sé tutte le varie forme di demercificazione di aspetti cruciali della vita in cui si è realizzato lo stato sociale nella prassi. Vi è stato poi un fecondo intreccio tra questa scuola e la grande sociologia contemporanea: da Giddens a Baumann, da Beck a Gorz,allo stesso Habermas lungo una linea di universalizzazione del welfare che quindi in tendenza sconnette la dimensione del lavoro da quella della cittadinanza Anche dal punto di vista marxiano, il reddito universale ha molte cose da dire. In questa proposta va registrata una sorta di attualizzazione dell’argomento di Tom Paine per il quale il reddito universale doveva essere pagato dai proprietari perché costoro si erano appropriati della terra che invece appartiene al genere umano. Oggi si pone la grande questione della redistribuzione della ricchezza accumulata mediante strumenti (internet, la conoscenza, etc.) che sono prodotti collettivamente. I nuovi movimenti sono riusciti a ben interpretare questo nuovo senso di appartenenza collettiva, il meticciato universale che impone a chi produce profitti di disinteressarsi almeno dei bisogni fondamentali di una società dove lavoro e non lavoro sembrano ormai indistinguibili. Libero accesso ai saperi, basic income, formazione permanente e continua, libertà civili. Basterebbero questi punti (che però sono tutti in un modo o nell’altro nell’agenda della Ue) per rilanciare il sogno e l’avventura europea. |
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