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Cronache di fabbrica

Ultima modifica: giovedì 15 marzo 2007

Mattia Diletti

Un reportage di Mattia Diletti scritto "a caldo" dopo l'incontro alla "fabbrica del programma" dove giovedì 24 febbraio 2005 Romano Prodi ha incontrato il Crs insieme a molte altre realtà culturali per prepararsi alla definizione del nuovo programma di governo.

Arel, Astrid, Italianieuropei, Cespe, Cespi, Fondazione Basso, Fondazione Brodolini, Fondazione Einaudi, Circoli Rosselli, Fondazione Nenni, Istituto Gramsci, Fondazione Di Vittorio e, nel nostro piccolo, Crs. Eravamo in cinquanta o giù di lì giovedì 24 febbraio 2005 a raccolta da Romano Prodi nella Fabbrica del Programma di Bologna per discutere delle “priorità per il futuro” del paese.

La Fabbrica del Programma è il think tank elettorale di Romano Prodi: il fatto che esista è in sé una buona notizia. Rispetto alle ultime elezioni europee si compie innanzitutto un salto di qualità in fatto di trasparenza: esiste un luogo dove poter confrontarsi sul programma, i problemi del paese e le soluzioni possibili. E’ un fatto positivo e una novità che esista un’arena di discussione dove si incontrano saperi, esperienza sociale e classe politica. La sua presenza è un elemento nuovo di mobilitazione elettorale: il confronto serve anche a motivare, ed è uno strumento indispensabile se non si posseggono televisioni.

Trasporti, lavoro, industria, scuola, casa, politica estera e politiche per le città… per ogni argomento gli stati generali. “Analisi dei problemi e progetto di risposta” da ricercare attraverso discussione e dialogo è molto di più di quanto abbiamo visto alle ultime elezioni europee (non credo che nessuno ricordi quali fossero i temi della campagna elettorale dello scorso giugno). La Fabbrica gode anche del fascino del post-industrial: una grande sala spoglia con al centro un tavolo quadrato e tanta tecnologia intorno (schermi al plasma, telecamere, redazioni internet). Se fino a oggi i capannoni in disuso si prestavano a ospitare rave adesso tocca agli ex ministri e agli aspiranti tali.

Il 24 febbraio si è riunito il “brain trust” dell’Unione per discutere due temi, le questioni economiche e sociali e quelle istituzionali. Rispetto al ’96 è tutto cambiato: sono finiti i tempi in cui si esaltavano le virtù della piccola e media impresa italiana. Oggi si parla (qui alla Fabbrica) di declino, nanismo aziendale, crisi del modello di impresa italiano, fine del capitalismo a conduzione familiare. Nonostante ciò le parole lavoro e precarietà brillano per la loro assenza. Aiuti, sostegni e incentivi sono destinati alla piccola impresa che deve crescere e non agli individui che vivono di redditi precari, mentre il problema della crisi del sistema formativo si affaccia in continuazione durante tutta la giornata. Il dibattito sulle riforme istituzionali è condizionato da quello che potrebbe accadere in questi giorni in Parlamento (l’approvazione di una nuova Costituzione e l’introduzione del vincolo di mandato per i rappresentanti del popolo italiano).

Luigi Ferrajoli chiede di “drammatizzare” la questione della riforma costituzionale per farne una battaglia qualificante su cui mobilitare il centrosinistra, cogliendo due volte il segno: perché il problema richiede questa attenzione e perché è fondamentale scegliere poche e chiare questioni su cui fondare le priorità del programma dell’Unione con le quali chiedere consenso e mobilitazione. Il problema della necessità di una ricaduta politica di quanto si afferma attorno al tavolo della “Fabbrica del Programma” non è preso sufficientemente in considerazione, come se ancora potesse bastare appellarsi al mito del buon governo, tanto da non affrontare il problema della riconoscibilità del programma e del suo senso politico. Forse perché non si riesce a sciogliere il nodo di chi si dovrà effettivamente rappresentare (a quale paese ci si rivolge?).

Ed è proprio su tutto questo (il rapporto tra sapere tecnico, intellettuali e politica) che si interroga da tempo il Crs: “governo certo è sapere disciplinare, politica degli esperti, conoscenza specialistica dei problemi, approntamento empirico delle soluzioni - ha scritto Mario Tronti - Ma governo è anche visione d’insieme, immaginazione creatrice, possesso intellettuale delle relazioni tra cose, e insieme gestione di movimenti dei soggetti, rappresentazione di bisogni delle persone in società, e poi e per questo, è produzione di futuro, e di futuro altro, alternativo. La sinistra deve fare governo con passione politica. E suscitare, mentre governa, nel proprio popolo, passione politica. Ecco perché serve, ma non basta, una pura tecnica di governo. Serve, ma non basta, una cultura tecnica per il governo politico” (Mario Tronti,Politica e Cultura, oggi)