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La dissonanza cognitiva della sinistra

Ultima modifica: martedì 1 luglio 2008

Stefano Perri*

Il documento 11 tesi dopo lo tsunami del Centro per la riforma dello stato è importante perché mette a fuoco temi essenziali.

La domanda da cui partire mi sembra sia: come mai si è affermata in Italia una maggioranza di centro destra nel paese reale, indice di una egemonia che appare ben radicata, e contemporaneamente una crisi di rappresentazione e di rappresentanza da parte della sinistra?

Partirei da questa constatazione: la sinistra, in tutte le sue forme, da quelle ultra-moderate a quelle radicali, ha subito nell’arco degli ultimi venti anni uno stato di dissonanza cognitiva, in cui gli “atteggiamenti”, le convinzioni, i valori, i progetti, l’idea di sé sono entrati progressivamente in contraddizione con i comportamenti effettivi possibili. Se fino agli anni 80, anche nei momenti più duri, chi era di sinistra non dubitava di andare nella direzione stessa della storia, di sentirsi all’interno del fiume del progresso e della modernità, dall’ultima parte del secolo scorso è sembrato essere sempre più evidente il divorzio tra sinistra e modernizzazione. La storia è sembrata svoltare nella direzione opposta rispetto agli stessi valori e obiettivi di eguaglianza comunque formulati - di opportunità, di possibilità di realizzazione, di diritti civili, sociali ed economici – che rappresentano l’essenza dell’idea di sinistra. L’innovazione e la dinamica stessa della società sembrano procedere “nonostante” e a prescindere da quelle conquiste che la sinistra del novecento aveva ottenuto e che ora sono vissuti come vincoli piuttosto che come elementi del progresso stesso.

La risposta della sinistra è stato il tentativo continuo di mutare atteggiamento per adeguarlo ai comportamenti che apparivano possibili nella mutata situazione. La modernizzazione da affiancare e non più da considerare elemento interno del moto verso l’espansione della democrazia, dei diritti e delle opportunità per tutti. Il riformismo predicato come metodo e fine e non come strumento per cambiare. Si è parlato fino all’ossessione di riformismo senza accennare le linee di un programma di riforme coerente, non solo della macchina istituzionale, ma della società, cosicché, riprendendo Federico Caffè ancora oggi dobbiamo constatare la solitudine del riformista. Da parte della sinistra radicale si è insistito sul conflitto sociale. Ma anche in questo caso il conflitto sociale non è il fine, è il modo in cui in una società plurale si manifestano, si esprimono e si organizzano bisogni e interessi. Se non ci si pone il problema degli obbiettivi, che cosa si vuole ottenere dal conflitto, come si vuole affermare un cambiamento, si ritorna agli slogan dei sindacalisti rivoluzionari e al mito dello sciopero generale come essenza di non si sa quale rivoluzione. In altre parole la sinistra nelle sue varie versioni ha cercato le risposte nel metodo (la definizione dell’atteggiamento), senza affrontare il merito (il comportamento) cioè i contenuti della sua politica.

Ma da cosa deriva questa crisi di rappresentazione? Il brusco mutamento delle prospettive da quella che con qualche esagerazione è stata chiamata l’età dell’oro del capitalismo dei primi decenni del dopoguerra, in cui lo sviluppo economico, con tutte le sue contraddizioni, si coniugava con una espansione della democrazia e con la capacità di diffondere a tutti, sia pure in modo diseguale, i suoi benefici è a mio parere la causa scatenante delle attuali difficoltà. Certo, quello sviluppo era contestabile e aveva prodotto il massimo del conflitto sociale, le lotte operaie, le lotte per i diritti civili in America, il 68. Ma quello sviluppo era la base su cui si fondava la percezione che fosse possibile andare oltre. Dalla metà degli anni settanta in poi diviene dominante una vera “rivoluzione passiva” e si afferma l’dea che lo sviluppo stesso può manifestarsi solo nella misura in cui ci si libera dei vincoli prodotti dalla crescita sociale e civile dell’epoca precedente. Questa idea diviene presto egemonica: il lavoro diviene la variabile dipendente, da adattare alle esigenze della crescita del PIL, sia per quanto riguarda la sua attuazione e il suo svolgimento che per la sua remunerazione. Non solo si manda in soffitta la storia del movimento operaio e socialista, ma anche quanto aveva affermato quaranta anni fa Robert Kennedy: “il Prodotto Nazionale lordo, in breve, misura ogni cosa eccetto quello che rende la vita degna di essere vissuta”. E, per restare alla cultura americana,, come affermato da Joseph Stiglitz, una delle ragioni dello sviluppo squilibrato di questi ultimi anni risiede nel fatto che “i lavoratori hanno preso un cazzotto sul mento”. Le conseguenze di questo colpo sono molteplici: una delle più evidenti, misurabile statisticamente, è il mutamento della struttura della distribuzione del reddito nei paesi sviluppati, che ha portato ad una diminuzione della quota delle retribuzioni del lavoro sul reddito e a periodi di diminuzione assoluta dei salari reali. Se questo fenomeno è generale, i modi in cui esso si è verificato nei vari paesi sono diversi, e la diversità è di notevole interesse. Nei paesi anglosassoni la perdita della quota del lavoro dipendente sul reddito è meno visibile statisticamente, perché si allarga la distanza tra le retribuzioni dei top manager (le cui retribuzioni sono contabilizzate nel lavoro dipendente) e dei lavoratori (se negli anni 70 il reddito di un manager era di 50 volte quello di un operaio, ora è 500 volte più alto). Questa differenziazione delle retribuzioni si accompagna allo smantellamento sistematico delle misure sociali ereditate dal new deal, e produce l’estinzione del ceto medio e il crescere continuo dell’indice di concentrazione del reddito, l’indice Gini, che misura la diseguaglianza nei redditi delle famiglie (dal 38,6% del 1968 al 47% del 2006). Per contrò, al di là dei proclami puramente ideologici relativi al pareggio di bilancio, negli Usa si continua a perseguire una politica di sostegno alla domanda tramite la spesa pubblica, anche se le spese militari prendono il posto di quelle sociali. Negli ultimi anni si è addirittura assistito ad un uso insostenibile del debito privato, associato alla speculazione immobiliare, in funzione di sostegno della domanda aggregata, che non poteva che esplodere nella crisi dei sub-prime. In sintesi: diseguaglianza, smantellamento dello stato sociale e keynesismo bastardo.

Nell’Europa continentale la storia è parzialmente diversa: qui si ha l’evidenza statistica di una drastica riduzione della quota del reddito da lavoro dipendente per tutto l’ultimo ventennio del XX secolo, con un rallentamento del fenomeno solo negli ultimi anni. Contemporaneamente, però, contrariamente a quanto ci si potrebbe attendere, l’indice di concentrazione dei redditi non cresce in modo parallelo, ma oscilla. Addirittura, se confrontiamo i valori dell’indice Gini in Italia nel 1970 e nel 2006, vediamo che esso è diminuito dal 38,3% al 34, 9%. Segno che una parte dei redditi non da lavoro si diffonde anche nei redditi delle famiglie dei lavoratori, dato questo che dovrebbe essere tenuto in considerazione quando ci si interroga sulla egemonia del centro-destra. L’altro elemento di spiegazione di questo andamento dell’indice di diseguaglianza è che, a differenza che negli Usa, lo stato sociale è stato solo in parte eroso negli ultimi anni. Ad esempio, in Italia, il peso dei trasferimenti nei redditi delle famiglie passa dal 16% del 1973 al 23,50% del 2006. Per contro nell’Europa continentale prevale una politica antikeynesiana di contenimento della spesa pubblica e conseguentemente della domanda aggregata in funzione della stabilità del valore della moneta. Collegata a questa politica di contenimento della domanda è l’andamento del rapporto tra PIL e stock di capitale, ovvero del rapporto chiamato indice di produttività del capitale, che cade in modo consistente nell’Europa continentale, a differenza che nei paesi anglosassoni. Una delle possibile spiegazioni di questo andamento, che, sia pure a fasi alterne, dura da quasi trent’anni, può essere ricercata proprio nella insufficienza della domanda interna, che causa una utilizzazione insufficiente delle capacità produttive, oltre che nel tipo di cambiamento tecnologico attuato. Questo andamento rappresenta un problema: significa infatti che per ottenere la stessa crescita del PIL occorre investire sempre più capitale e si collega direttamente alla diminuzione della quota dei redditi da lavoro. Affinché gli investimenti siano convenienti occorre infatti che il tasso di profitto non diminuisca o addirittura cresca nel tempo, e in queste condizioni questa stabilità o crescita può realizzarsi solo se la quota dei profitti sul reddito aggregato cresce a spese di quella del lavoro. In sintesi il modello di crescita europea è stato caratterizzato dalla diminuzione della quota dei redditi da lavoro, dalla parziale difesa dello stato sociale, dal contenimento della dinamica della domanda aggregata e dalla diminuzione del rapporto tra PIL e capitale che a sua volta induce ad un ulteriore diminuzione della quota dei redditi da lavoro.

L’Italia, in questa dinamica, si situa in una posizione particolare: da una parte la diminuzione della quota dei salari sul prodotto nazionale e del reddito nazionale sullo stock del capitale è più accentuata, dall’altra l’indice di diseguaglianza Gini è più alto che negli altri paesi europei.

Questa analisi sull’andamento della distribuzione del reddito può essere utile per capire le ragioni della sconfitta e per ragionare sul che fare. La sinistra europea e italiana in particolare, si è identificata storicamente in larga parte con il movimento dei lavoratori. Dopo decenni di cazzotti sul mento ai lavoratori e di emarginazione del lavoro non c’è da stupirsi se la sinistra ha perso forza attrattiva. Che utilità ha una forza che non sa fare il proprio mestiere, che non sa difendere la propria base sociale?

Paradossalmente, sul che fare, almeno a livello intellettuale, sembra più facile individuare le linee di una politica di sinistra in America: lì, come ormai dicono molti economisti e intellettuali liberal, si tratta di ricostruire lo stato sociale, qui in Europa si tratta di riporre al centro della agenda politica il lavoro, non solo, ma certamente anche, per quanto riguarda la distribuzione del reddito e dei benefici dello sviluppo. Ma per far questo occorre oggi individuare gli obiettivi intermedi e gli strumenti.

I segni recenti della crisi del modello di sviluppo basato sulla globalizzazione, la finanziarizzazione e l’estensione a tutti gli aspetti della vita delle regole del mercato, sembrano riaprire spazi all’iniziativa sociale e all’intervento pubblico. Lasciare questi spazi alla destra in nome dell’efficienza del mercato e dell’incubo del contabile che sembra affliggere le autorità europee sarebbe l’ennesimo tentativo di suicidio. Così come lasciare alle destre la bandiera della lotta alla speculazione: storicamente le proposte più articolate di politica economica della sinistra sono sempre state, in Italia, collegate al contenimento delle rendite, viste nel passato come sintomo di arretratezza. Oggi che le rendite si presentano sotto il travestimento della modernità, non per questo sono meno odiose: come descrivere la speculazione sul prezzo del cibo che condanna alla fame miliardi di esseri umani?

* Docente presso il Dipartimento di Istituzioni Economiche e Finanziarie, Università di Macerata.