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Una politica senza salvezzaUltima modifica: martedì 1 luglio 2008 Giorgio Piccarreta e Alfredo Morganti
La Undici tesi dopo lo tsunami aprono una discussione serissima sulle ragioni della sconfitta elettorale, sullo stato della sinistra, sul che fare. La soluzione proposta (schematizziamo colpevolmente l’assoluta profondità del ragionamento) passa per un rafforzamento della soggettività politica, quale unico strumento davvero in grado di “ricostruire” il sociale, producendo e mettendo in campo finalmente un “popolo” della sinistra, che sappia svolgere con lo stesso vigore il ruolo già compiuto dalla ormai vecchia classe operaia. Tra “rappresentanza” (ossia ascolto) e “rappresentatività” (ossia la proposta politica) le tesi scelgono senz’altro la seconda, anche perché la prima vive di un equivoco, quello di assumere il “dato” socio-politico nella sua neutralità, senza interpretarlo. In realtà, dicono le tesi, il sociale va costruito, non descritto. Serve una proposta politica, non un generico (si intende neutrale e obiettivo) ascolto. A questa analisi si accompagna, ed ecco alcune nostre considerazioni, un giudizio assolutamente negativo verso la cosiddetta società civile. Le metafore utilizzate sono di tipo freudiano: “pulsioni” di massa, istinti sociali, lato oscuro dell’animo. La società post-movimento operaio è frammentata, corporativizzata, cetualizzata, anarchicamente individualizzata. Non c’è più “voce sociale”. Ecco perché la politica deve “ricostruire” la società, deve tornare a “interpretarla”. Ma ecco, pure, un giudizio negativo: la società è ventre molle, pancia, la sede di istinti e pulsioni, un magma da cui prendere le distanze, il lato oscuro da “illuminare”. Detto in modo figurato: carne che deve tornare a essere spirito. Si dimentica (ma fino a un certo punto, perché si accenna pure a un “autogoverno” del sociale) che la società è, si, un inferno freudiano, ma è pure un fatto imprescindibile. Che essa è l’oggetto, da cui la scienza non può fare astrazione. Noi crediamo sia sbagliato ritenere che prima venga la scienza, poi l’oggetto, altrimenti riapprodiamo all’idea di un Ego assoluto a cui spetta il compito di fondare e mettere rigorosamente in sicurezza il mondo. Dimenticando che proprio l’esigenza di fondare un tale Ego è il sintomo più forte di un’insicurezza che cova nel profondo e che tale resta. La società non deve essere assunta come un “dato”, ma nemmeno ritenuta un “inferno” (precariato, rom, degrado, decadenza culturale, crisi economica..) dal quale smarcarsi al più presto. C’è poco da fare: la polis è questo inferno, e la politica deve entravi senza speranze salvifiche e senza ritenere che vi sia un Bene assoluto a cui appellarsi e conformarsi in vista di una palingenesi. Compito della politica è semplicemente il governo (o meglio la trasformazione), non la salvezza. Si tratta, in fondo, dell’eterna disputa tra riformisti e rivoluzionari. La politica deve essere la cura dell’interesse generale, non il disprezzo di quelli particolari. Considerare il sociale un magma, un catino dionisiaco di oscure pulsioni, vuol dire assegnare implicitamente alla politica l’aspetto paradisiaco, razionale, apollineo. Niente di più falso. Il sociale, in realtà, sa autogovernarsi (lo si dice anche nelle tesi) mentre la politica in talune circostanze è quanto di più oscuro possa esservi (la strategia della tensione non dice niente? E tangentopoli?). E l’affermarsi pieno di una soggettività politica forte, capace di interpretare il sociale, non è garanzia di trasparenza. Da parte loro, i micropoteri sociali sono una anche speciale forma di resistenza (inerzia) politica alle decisioni (vedi le tante Chiaiano di questi decenni: No Tav, No Dal Molin, No alle strisce blu); ciò che appare un ventre molle è, in realtà, una forma semi-strutturata politicamente, capace persino di dettare l’agenda politica o di essere ingovernabile alla prova dei fatti (perché oppositiva). E ciò vale non solo per le micro-strutturazioni di potere sociale, ma anche per i cosiddetti poteri forti, che oggi dettano alla politica le regole e le linee, ben più di quanto accada al contrario. La politica (intesa come istituzioni, élite, partiti) dimostra di essere (anche negli schieramenti vincenti e maggioritari) auto-oppressa da un “rimosso” difficile da digerire (penso alle vicende della legge elettorale, sciocche e mutevoli al punto di mettere in questione se la politica sappia davvero autogovernarsi! O penso al caso del conflitto di interessi. Oppure, in questi giorni, i continui stop and go su temi essenziali come la sicurezza, le telecomunicazioni, la tariffazione della sosta che va e viene…). Insomma, sia la politica sia il sociale sono un controverso e mutevole spazio in cui chiaro e oscuro convivono lottando tra loro, e solo una certa fede illuminista potrebbe essere indotta a pensare che una linea netta li smarchi reciprocamente e totalmente. C’è un termine heideggeriano (lichtung, radura) che dà bene l’idea: un non-oscuro che non è chiarità, un’apertura improvvisa, incalcolabile, ma dai confini oscillanti ed esitanti. Noi cogliamo questa oscillazione, questa incalcolabilità, nei frequenti (e spiazzanti) passaggi tra Politico e Sociale. Giusto, dunque, immaginare un rilancio della soggettività politica di sinistra, sbagliato ritenere di farlo a discapito della concretissima, attuale strutturazione sociale. Mai parlare di “dato”, in questa circostanza. Non si cambia nulla se il dato, appunto, lo si nega intellettualmente, quasi infastiditi del suo porsi. Se proprio vogliamo salvare qualcosa della dialettica, diciamo che la negazione deve sempre essere concreta, rispettosa di ciò che si nega. E tuttavia questa esitazione fa un po’ girare la testa. Perché un punto resta, per noi, ineliminabile, ed è l’impossibilità materiale di farsi capire da chi non parla la nostra stessa lingua. L’impossibilità di porre mano a una situazione, se tra noi e quella stessa situazione c’è un solco profondo. Non c’è nulla di più ideologico che assumere qualcosa come “dato”, perché anche il “dato” è un’interpretazione, non va dimenticato. La società intesa come “ventre molle” è già una visione sociale, è già un’immagine, che noi proponiamo al corpo sociale stesso. L’ipostasi non è un rischio, ma un fatto reale e attualissimo. L’illuminismo, per quanto sia animato da buoni propositi, è il primo responsabile di questo “disimpegno” verso l’inferno ineludibile che è sotto di noi. Ecco raffigurato il tipo di distacco (altro che!), che sussiste tra l’élite politica e intellettuale della sinistra e un corpo sociale che non ne subisce più l’egemonia. Un’egemonia che era nata dalla frequentazione della cosa stessa, non dal distacco intellettuale. E se oggi davvero assistiamo a una crisi della “rappresentanza” (e non ci pare vi siano dei dubbi in proposito) sarebbe sbagliato lavorare sul soggetto, sulla sua “rappresentatività”, quasi ritenendo che quest’ultimo (attraverso una nuova “interpretazione” sociale) basti da solo a riscrivere i connotati sociali. Crisi della rappresentanza è soprattutto crisi della Ragione moderna, della sua capacità di calcolo, della possibile linearità tra causa ed effetto. Dinanzi a questo sfaldamento del sapere, a questa lontananza del dato, a questa assoluta libertà interpretativa, il “soggettivo” rischia di essere solo un’escrescenza astratta, priva di aderenza sociale e così incapace di saltare il fossato. A quel punto saremmo davvero indotti a cercare di vincere le elezioni ricorrendo a qualche ritocco “marginalista” (secondo la tesi: togliamo agli altri un 4-5% di elettorato moderato, con proposte ad hoc, e il gioco è fatto), secondo i suggerimenti di un giovane esperto di marketing politico. Il destino è un soggetto autoreferenziale più di quanto non sia oggi, e una scienza senza un mondo a cui applicarsi. Lo tsunami, prima ancora di spazzare definitivamente la nostra soggettività di sinistra, ha divelto da tempo i nostri rapporti con la società. Rapporti reali, vissuti, di frequentazione, non solo gnoseologici. Si tratta di ritrovare l’umiltà giusta indispensabile a capire che noi esistiamo politicamente per le persone che vivono nella polis, non la polis esiste per noi e per il nostro Ego insaziabile, la nostra volontà di potenza politica. Capire che il nostro compito non è “salvare” il dato, ma governare (per tentare di trasformare) una polis in cui sentirci a pieno titolo “cittadini”, e non ospiti forzosi. Non dobbiamo covare alcuna speranza di salvezza, ma più modestamente essere pronti a metterci a lavorare per migliorare con l’esercizio politico e la capacità di governo (e di opposizione quando ce ne sarà il bisogno) la vita di tanti uomini e donne che oggi sono precari, disagiati, perseguitati, offesi. http://l_antonio.ilcannocchiale.it |
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