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Cominciamo a fare domandeUltima modifica: martedì 1 luglio 2008 Ella Baffoni
Giusto, una sconfitta epocale. A guardarla con gli occhiali del pessimista, è la prima volta che i comunisti escono dal consesso parlamentare, e che gli esclusi dall’arco costituzionale trionfano al governo. Ma il pessimismo non serve a nulla. Guardiamola allora così: siamo a una svolta, abbiamo un’occasione. Utile la concorrenza al centro, ma non è abbastanza. Utile il tentativo di “salvare” la sinistra, ma vano. In campagna elettorale ho trovato molto fastidioso il martello pneumatico del “voto utile”, e il contromartello isterico della sinistra arcobaleno “ci volete far fuori”. Così hanno perso tutti, il voto è stato inutile e la sinistra è rimasta fuori, ma davvero. Non resta che ricominciare da capo. Già, ma qual è il capo? Il capo è, secondo me, la Costituzione, quella nata dalla resistenza. I vecchi partigiani ci lasciano, uno dopo l’altro. E se ne va con loro non solo la testimonianza di gente che ha saputo fare la scelta giusta (al momento giusto), ma anche di quelli che, deposte le armi, si sono dati da fare per ricostruire il Paese e la sua identità annichilita. La Costituzione, ad esempio, è stato uno sforzo condiviso di diversi. Diversi? Diversissimi. Democristiani, socialisti, liberali, comunisti, repubblicani, persino monarchici. Non s’è fatto un nuovo partito, o uno schieramento, per poter stilare la Carta. Si è discusso pazientemente, civilmente, esagitatamene a volte. Ma poi trovando la sintesi e le parole giuste, a volte più giuste ancora dopo sessanta anni. Perché la diversità è bella, utile, sana. Finora. Ecco, quello spirito è in declino. Basta guardare l’ex sinistra arcobaleno. Si spacca Rifondazione, si spacca il Pdci, e chissà cosa succede nella microfrazione di Sinistra critica, magari si spaccano anche lì; certo gli unici due consiglieri di sinistra arcobaleno del comune di Roma si spaccano: volevano fare tutti e due il capogruppo e il gruppo non c’è più. E non è una discussione di merito. Si discute di simboli, parole, teorie. Non del fatto, terribile, che dal Parlamento sono fuori una miriade di istanze sociali vere, vitali, produttive. Dove sono i pacifisti? Dove gli ambientalisti? Le femministe? Gli antiutoritari? Insomma, sono fuori da lì i movimenti, i fermenti vitali della sinistra, quelli che s’impegnano e guardano al futuro. Non so da dove Berlusconi tirerà fuori i suoi volontari per la mondezza di Napoli. So da dove sono venuti fuori gli “angeli del fango” nell’alluvione di Firenze, perché ero tra loro. Dalla Fgci, dagli scout, dai volontari della Cri, dalle scuole… ma anche da niente, da ragazzi autorganizzati, che davanti allo sgomento della tragedia si sono detti: c’è da fare, eccomi. Dov’è questa “meglio gioventù”, oggi? Non lo so, il volontariato non è più così trendy. Qualche anno fa era nel movimento per la pace, a Genova e non solo. Magari mi sbaglio, ma non credo che la vicenda dei rifiuti napoletani li appassioni, e poi là i netturbini ci sono, il problema non è raccogliere, ma dove portare il pattume. Quella è una tragedia, ma veramente sporca. Come veramente sporca è una parte di politica e società del nostro paese, e non solo a sud. Per questo bisogna guardare oltre, andare avanti, fare futuro. La politica, dite, non deve dare risposte: deve interrogare la società. Verissimo. Invece da quasi due decenni la politica ha scelto come sua arena privilegiata la televisione di Porta a Porta. Lì, è evidente, si danno risposte. Ma chi fa le domande è Vespa, mica la società. Nessuno fa più vere inchieste - o, se qualcuno le fa, viene confinato in fondo al palinsesto, in orari improbabili -per forza che poi a prevalere sono le istanze del ceto politico. Di cui fa parte, sia detto per inciso, Vespa ma anche quelli che puntano il dito sulla “Casta”. Invece c’è - è quasi la metà del paese - gente che fa comunque la raccolta differenziata, lavora con rigore e onestà, collabora a migliaia di adozioni a distanza e al microcredito, rispetta le regole e rifiuta le scorciatoie, fa del proprio meglio. E’ gente che sa benissimo che quel che fa non basta, e che soffre dell’angustia dell’orizzonte monco, povero, dello schermo televisivo. E’ la stessa gente che si è messa in fila davanti ai gazebo per consegnare le sue speranze a un’Unione che ha mancato la sfida. E’ quella che gridava: state insieme. Invano. Stare insieme è stato difficile, ma soprattutto perché non si è guardato avanti. Il governo Prodi è stato molto migliore dei governi precedenti e del successivo, ma non abbastanza. Tra le difficoltà degli accordi politici le grandi riforme sociali sono rimaste in lista d’attesa. Poiché governare significa soprattutto guardare al domani. Pensare in anni se non decenni. Qui si arrancava sui mesi. Asfitticamente. La grande sinistra, dite. Magari si superasse l’ansia atavica di dividersi, a sinistra. Altro che ceto politico, qui c’è da pensare, da recuperare bambini buttati via con l’acqua sporca e costruire il nostro futuro. Aprire gli orizzonti, costruire barriere al qualunquismo odioso. Quello che alza gli argini della paura e apre le porte al razzismo. Così da mantenere la manodopera manuale muta e senza diritti. Gli immigrati – clandestini o no - muoiono nei cantieri oggi come ieri morivano calabresi e siciliani, in silenzio oggi come ieri. Le “badanti”, orrido neologismo offensivo anche per chi è “badato”, stiano al loro posto nello stanzino buio, invece di pretendere diritti e contributi, e magari l’uscita infrasettimanale. Bisogna dirlo forte cosa c’è dietro l’ondata di razzismo, le ronde dei cittadini e quelle dei militari, l’insofferenza verso i diversi. C’è la questione del lavoro dietro le politiche securitarie: chi fa quello sporco e manuale, stia muto. Chi pretende diritti e un lavoro meno schifoso – i nostri ragazzi – si metta in fila e accetti precariato e stipendi risibili. Quelli che hanno il posto fisso ci si siedano sopra come su una pignatta d’oro, che sono l’ultima generazione beneficata e la pacchia è finita. La pacchia? E se si mettesse in asse la questione degli immigrati con quella dei ragazzi, legati dal filo rosso del lavoro? Non è vero che la globalizzazione è solo questa. Basta andare in Spagna, a due passi da qui, e non c’è questo incattivimento meschino. Basta girare un po’ il mondo e cercare di capirlo. Il lavoro è fatica ma anche speranza, si lotta per una vita migliore, non si ammuffisce in un enclave chiuso e senz’aria. Qui, in Italia, non c’è speranza. E’ questo che darebbe ragion d’essere a una sinistra, grande o piccola che sia. Meglio grande. Questo, e l’idea che esistono diritti individuali e diritti collettivi. E se quelli individuali fanno crescere la persona, quelli collettivi fanno crescere la comunità civile; questa e quella, insieme, aprono l’orizzonte. Di qui si può partire, se si vuol fare futuro. Sì, cominciamo a fare domande. Negli anni ’70 volevamo cambiare il mondo, un po’ l’abbiamo cambiato. C’è stato un grande sommovimento di classi, anche l’operaio ha avuto il figlio dottore. Ma tutto s’è bloccato, oggi la scuola è sull’orlo del collasso. E’ stato uno strumento di emancipazione sociale, ora è un parcheggio. Perché non ripartire dagli insegnanti? Dequalificati, sottopagati, tra loro ci sono intellettuali di pregio. Che scuola vogliamo per i nostri figli? Tarata su quale società futura? E poi. Eravamo un paese di migranti, lo siamo ancora: i nostri figli studiano e lavorano all’estero. Eppure c’è un’ondata sicuritaria, la paura del diverso, la diffidenza, il localismo alla leghista. Mandiamo i nostri ragazzi all’estero perché cerchino la loro strada, trovino occasioni, però blindiamo le frontiere per chi fa la stessa cosa, e cerca – non l’eccellenza, la sopravvivenza, qualunque lavoro - in Italia. Facciamo ronde contro la microcriminalità, mentre la grande se ne sta quieta nei gangli dello Stato. Le classi, forse, si sono blobbizzate, ma alla base della piramide ci sono loro, gli immigrati. Se incrociassero le braccia per un giorno entrerebbero in crisi fabbriche e famiglie, mense e aeroporti, allevamenti e trasporti. E’ un miracolo non si siano ribellati finora. La lotta per i loro diritti sta tutta nel campo della sinistra. Ancora. C’è un odio diffuso e generalizzato contro i rom. Eppure chi li conosce? Vivono accanto a noi, invisibili e disprezzati. Eppure sono un popolo che conserva ricchezze umane, in estinzione e protetto dall’Europa. Chi se ne occupa? Sono solo due esempi. Sul razzismo si gioca una partita dura, ma cruciale. Non si può perderla. Un’idea giusta il Pd l’aveva: far lievitare il meglio della cultura progressista, il cristianesimo (diciamo così) di sinistra e il comunismo post-stalinista. Impresa fallita, mi pare, eccezion fatta per il ceto politico. Resta però una sfida importante: un ragionamento sui diritti – vecchi e nuovi – potrebbe suggerire ai cattolici l’abbandono della battaglia di retroguardia sull’aborto per sostituirvi l’impegno su valori forti, magari la ricostruzione di un’etica civile. Spesso, sul campo, si sono ritrovati insieme cattolici e comunisti, anche radicali, e non solo negli anni ’70 (ricordo i doposcuola nelle borgate romane). Da qui nasce l’ultima domanda, ultima davvero anche se si potrebbe continuare ancora. Non andrebbe ricostruito quell’impegno che, appunto, ci portava tra i baraccati, tra gli occupanti di case, davanti ai cantieri e nelle fabbriche? Facevamo dibattiti, giornali parlati, lettura delle buste paga, cineforum, alfabetizzazione per adulti, scuole di partito… Il volontariato politico - non la beneficenza, ma la condivisione e l’accompagnamento verso il riscatto - ha ancora senso? Nell’epoca di internet, non si potrebbe trovare in rete lo stesso spirito di chi teneva le sezioni aperte e faceva la rassegna stampa? La politica non è solo un lavoro. Dovrebbe essere una passione forte, generosa. Una formazione di senso oltre che una barriera forte contro le derive morbidamente golpiste di questi anni. |
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