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La sinistra si è impiccata all'albero della fictionUltima modifica: martedì 1 luglio 2008 Pietro Barcellona
Eugenio Scalfari esprimeva, su Repubblica di qualche settimana fa, un giudizio perentorio sui caratteri reazionari della vittoria della destra, riproponendo il modello del partito democratico laico e liberale che tanto sta a cuore a una gran parte dell’establishment intellettuale italiano. In verità, farebbe meglio a porsi il problema della comprensione delle ragioni della sconfitta del progetto del partito democratico che, con toni diversi, è stato fortemente sponsorizzato dai tre grandi quotidiani nazionali. Infatti, non sembra ancora chiaro chi sia stato sconfitto nelle elezioni dello scorso aprile. A mio parere, non è stata sconfitta la “sinistra”, che già da un decennio non esiste più, ma la convinzione presuntuosa di alcuni direttori di giornali e di alcuni rappresentanti dell’establishment dello star-system, che hanno ritenuto di poter usare una base elettorale, in gran parte dovuta alla tradizione e al radicamento comunista, per realizzare il “suicidio” consensuale delle componenti più popolari e “plebee” della nostra società. Mi chiedo quanto stolti si debba essere, per pensare che il popolo delle Festa dell’Unità potesse lasciarsi suggestionare della razionalità mercantile di Salvati o di Ichino, dell’apologia dell’America clintoniana di Veltroni, della virtù della libera concorrenza e dal risanamento dei conti pubblici. Scalfari sostiene che sono tornate a destra le ideologie. Evidentemente non si rende conto che non sono mai morte e che non si tratta di contrapporre il razionalismo liberale e laico all’ideologia comunitarista territoriale, ma di sapere trasformare paure e interessi popolari in idealità. All’insicurezza sociale di milioni di cittadini travolti dall’irrompere della globalizzazione non si risponde con il razionalismo astratto dei conti economici. Non può esistere un movimento politico senza ideologia, come non può esistere una chiesa senza fede. Veltroni ha proposto al popolo (che una volta si chiamava di sinistra) di non credere più a niente: un programma analogo a quello di Berlusconi, le liste dei candidati determinate da logiche di potere, le discussioni sugli equilibri interni dopo la sconfitta, sono la squallida controprova della nullità ideale e programmatica del partito democratico. Nessun riferimento alla realtà degli stati d’animo diffusi nei giovani, negli anziani, nel ceto medio, nelle periferie. Il male che ha prodotto nel paese, come dice De Rita, depressione e sfiducia, è l’assoluta insignificanza della nostra classe politica dirigente, l’assenza di grandi progetti e di un esempio di una vita davvero spesa a servizio di un’Idea. La banalità della televisione, dei giornali, dei centri culturali, dei dibattiti “democratici”, hanno spento lo spirito creativo, la voglia di scommettersi, lo sguardo al futuro come spazio di innovazione e trasformazione del presente. Siamo oppressi dai luoghi comuni, dalla retorica ripetitiva, dal disimpegno da ogni compito civile, dall’assenza di spirito “missionario”. Il paese intero non ha una “missione” da svolgere nei confronti del mondo globalizzato. Il rischio del centro-destra è enorme, se continua ad alimentare logiche di chiusura nell’egoismo territoriale senza capacità di oltrepassare i confini e voglia di accogliere i diversi e gli “stranieri”. Se fallisce il centro-destra non c’è però il ritorno della sinistra di Veltroni e del partito democratico, né quello dell’Arcobaleno, ma un vero e proprio precipizio verso forme inedite di autoritarismo. La fine della tradizionale articolazione fra destra e sinistra può determinare un tracollo se non si riesce a ridare forma alla dialettica democratica in termini profondamente nuovi. Penso che vada innanzitutto individuata una differenza di culture tra chi ha una visione della politica come amministrazione efficiente del sistema istituzionale e chi, invece, identifica la politica con il governo delle dinamiche profonde di una formazione sociale, dei suoi sentimenti e delle sue aspettative. Quest’ultima idea è necessaria, anzitutto, per consentire un’autorappresentazione della società e dei cittadini capace di esprimere identità, differenze, speranze e frustrazioni in una sintesi dotata di senso comune e, perciò, effettivamente condivisa. La differenza, cioè, tra una visione minimalista che prende atto della struttura dei bisogni e il ritorno, invece, alla grande politica in cui la posta in gioco è sempre il problema del senso della vita collettiva e individuale. Va posto all’ordine del giorno il problema dell’identità della sinistra come problema generale dell’epoca in cui viviamo, cioè all’altezza delle nuove sfide che la fase storica impone a ciascuno di noi. È chiaro, infatti, che le nuove discriminanti non possono essere più la riproposizione classista del conflitto economico, né la rivendicazione di un libertarismo sfrenato che ricalca lo schema anarcoide dell’indifferenza ai valori. La prima discriminante è la concezione della democrazia e del suo rapporto con i diritti umani universali. La democrazia di cui oggi si parla, sui grandi quotidiani o nei saggi politologici (come carattere costitutivo dell’Occidente) è diventata soltanto una tecnica opportunistica per l’allocazione della risorsa “consenso”, e, come tutte le tecniche, esportabile senza alcun riferimento alle identità culturali. Viceversa, sono convinto che la democrazia sia una forma di vita orientata allo sviluppo dell’autogoverno sociale attraverso la partecipazione attiva di tutti i cittadini alle decisioni collettive. Il principio costitutivo di ogni forma democratica è, come scrive Aristotele, la decisione su ciò che è comune, e non appropriabile individualmente, e ciò che è divisibile e utilizzabile nella sfera individuale. Il bene comune non è una sostanza, ma una decisione storico-sociale. La democrazia istituisce la distinzione tra pubblico e privato. Proprio per il carattere deliberativo della democrazia, essa non può essere generalizzata oltre lo spazio comune dei cittadini, e per la sua intrinseca storicità non può non implicare l’autolimitazione rispetto a chi non partecipa al processo deliberativo. La democrazia, più che sulle libertà, si fonda sull’amore per il rischio e per la responsabilità del “decidere” e sulla lotta contro tutte le forme più o meno esplicite di eterodirezione e manipolazione del consenso, fino alla forma estrema del totalitarismo. La democrazia non è perciò dissociabile dalla ricerca della verità, dall’informazione sui fatti su cui occorre prender partito, e suoi nemici principali sono la menzogna, il sospetto, la manipolazione e la disinformazione. La strutturale polemicità della forma di vita democratica istituisce contestualmente la distinzione fra sé e altro, fra interno ed esterno. La seconda grande discriminante è, perciò, la politica estera, che oggi significa niente più e niente meno della guerra al terrorismo proclamata da Bush e dei rapporti tra Europa e Stati Uniti, relativamente alle relazioni con le altre culture e civiltà. La terza grande discriminante riguarda la tutela della vita e dell’ambiente, contro le forme di egemonia scientistiche e tecnologiche che tendono a distruggere le specificità delle culture e le differenze fra le identità sociali. Il rapporto tra tecnica e vita non è solo una questione etica, ma eminentemente politica, perché si tratta di scegliere fra un’omologazione sostanzialmente biologista, fondata sulla presunta neutralità della tecnica applicata al vivente, e una visione “umanistica” delle diverse società. Sottolineo umanistica perché il senso di questa parola non è quello dell’homo faber, ma, piuttosto, quello della consapevolezza della specificità umana rispetto a ogni altra forma di vita. Naturalmente ciò non significa riproposizione di visioni luddistiche e nostalgie del passato, ma proposta di una governo politico della tecnica. Ciò che sconvolge e fa inclinare ad un crescente pessimismo sul futuro del nostro paese è come sia scomparsa la realtà, i cittadini concreti con i loro bisogni e le loro ansie, come si sia ormai divaricato il rapporto fra il linguaggio politico mediatico e le condizioni effettive del conflitto politico e sociale. Prima di diventare un segno sulla scheda elettorale, un partito e un candidato sono una “rappresentanza mentale”, un’immagine, un movimento delle labbra, uno sguardo, uno stile, l’incarnazione di un’idea. Ricordo gli anni ’50 quando costringevo mio padre ad accompagnarmi ai grandi comizi. De Gasperi in piazza Università, in una sera di pioggia fitta, sotto una ragnatela di ombrelli, il suo viso asciutto trasmetteva emozioni e pensieri a un pubblico in attesa di una speranza di futuro. Togliatti in piazza Teatro Massimo, in una giornata di caldo sciroccoso rompeva il peso dell’area con le sue parole secche e scandite: i compagni fremevano. Nenni ancora a piazza Università si toglieva il basco mentre parlava della irriducibilità socialista allo scambio mercantile del voto: non ci venderemo per un pateracchio ministeriale. Era evidente lo sforzo di entrare in sintesi con i bisogni e i desideri popolari. Oggi non ci sono più neppure i comizi e comunque chi parla al microfono non ha più la faccia per entrare in sintonia con il pubblico. Manichini imbalsamati e linguaggi stereotipi. Dov’è oggi a sinistra questo sentimento di dolore e pietà per le frustrazioni, per le umiliazioni, per le sofferenze di tanti nostri simili? Bisogna essere chiari e duri: la sinistra attuale ha come referente la parte più cinica della società italiana: la fascia di intellettuali senza vocazione, i garantisti del vecchio sistema di reazioni industriali, la borghesia più ricca e più protetta. Non c’è più né il ceto medio, né il proletariato nuovo del lavoro precario, né le nuove generazioni che si affacciano a una vita senza ideali e senza principi. La sua bandiera è un liberismo senza eticità che giustifica l’individualismo egoista e il rampantismo competitivo. I suoi campioni sono “facce inespressive” con i sorrisi dilatati di chi non crede alle cose che dice. Non c’è l’epopea dell’eroe sconfitto. Non c’è alcun Ulisse che combatte contro le forze del male per tornare a Itaca, ma un gruppo di sbandati che cercano la salvezza personale. È ora di dire basta. Il paese ha bisogno di un’opposizione a Berlusconi. Ne ha bisogno per la vita delle sue istituzioni, per la necessità di ricostruire uno spazio culturale comune fra Nord e Sud, per uscire da una situazione generale di sfiducia nelle proprie forze, per superare le paure e le insicurezze che mortificano la creatività dell’intelligenza italiana e della sensibilità delle nuove generazioni. Ma perché questo accada è necessario un appello alla lealtà verso il popolo: gli attuali gruppi dirigenti della cosiddetta sinistra debbono passare la mano: non sono più legittimati a chiamare a raccolta quel che resta del sogno di rompere il cerchio delle violenze fratricide e di aprire un nuovo orizzonte di pace. La prima operazione necessaria per favorire un processo di ripensamento e riflessione critica è quella di smettere di usare Berlusconi come il nemico pubblico numero uno. Già molte voci si levano da sinistra per contrastare questa ennesima riproposizione del paradigma giustizionalista. È bene dire chiaro che se Berlusconi si muove sui temi della giustizia come un elefante in un palazzo di vetro, è anche vero che dal ’92 ci trasciniamo uno scontro improprio fra il circuito magistratura-sistema mediatico e il governo Berlusconi, che serve soltanto a depistare dall’attenzione ai problemi reali del paese. C’è un problema giustizia che minaccia di trascinare il paese in una perenne instabilità. L’uso politico delle inchieste giudiziarie non può essere negato da nessuna persona seria. La corporazione dei PM, rappresentata da Di Pietro, è una lobby potente e autoreferenziale alleata al sistema mediatico per sole ragioni di potere. È necessario nell’interesse di tutti sottrarre la politica al ricatto di giudici e giornalisti spregiudicati. Riproporre, come La Repubblica, il tema della lotta al tiranno liberticida è una scelta falsa e perdente. Le leggi ad personam di Berlusconi sono una indecenza e uno sfregio alla Costituzione, ma la frequenza con cui alcuni magistrati italiani con grande risalto mediatico iniziano procedimenti penali contro esponenti di governo è di fatto una delegittimazione continua del voto popolare che non ha riscontro in nessun paese europeo. Berlusconi non è il fascismo. È solo un abile comunicatore che ha saputo costruire un messaggio per un blocco sociale (borghesia, ceto medio, proletariato) che avrebbe dovuto essere referente reale della sinistra. Paradossalmente oggi il popolo di sinistra vota a destra e non già perché è ottuso dalla televisione, ma perché trova le parole chiave di Tremonti più sintoniche di quelle di Salvati e di Ichino, che continuano a proporre un modello di liberismo che non ha alcun riscontro nella realtà. E qui tocchiamo un punto nevralgico: gli intellettuali del centro sinistra sono totalmente indifferenti alle paure e alle aspettative diffuse nella società. la società che hanno in testa menzionata dagli intellettuali di sinistra, a cui anche Merlo fa riferimento nel suo ultimo articolo contro Berlusconi, è la società dei salotti sofisticati dove si celebra la complimentosa complicità di chi si sente al riparo dalle temperie dell’esistenza quotidiana. Questi illustri pensatori del mercato concorrenziale e della trasparenza dell’impresa si sono mai posti il problema della muta disperazione di un emigrante approdato miracolosamente nelle spiagge di Lampedusa? Conoscono il mondo aberrante dei giovani drogati che si sballano per provare qualche esperienza in un mondo disumanizzato dell’indifferenza generale? Hanno mai guardato negli occhi un ragazzo che vive l’esistenza come un peso insopportabile perché non trova più amore in nessun rapporto con gli altri? Cosa sanno i laudatori del libero mercato, che rimproverano a Tremonti di fare populismo di sinistra, della vita nelle suburre delle periferie urbane dove la violenza del più forte è l’unica regola a cui devi sottostare per non morire? Conoscono i nostri opinionisti l’angoscia degli anonimi che corrono per le strade delle metropoli senza sapere dove vanno? Relativismo, scientismo, liberismo, progressismo , evoluzionismo sono grandi temi, ma sono lussi da circoli della vela in un porto dove marinai senza volto si sfottono la vita a scaricare e caricare balle di merci e barili di petrolio. La destra ha vinto perché la sinistra si è impiccata all’albero della fiction. Prendiamone atto e cerchiamo di valutare quali spazi ci sono per trasformare in speranza questo inabissarsi nell’insicurezza e nella paura di un intero paese. |
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