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La libertà, questa sconosciuta

Ultima modifica: martedì 1 luglio 2008

Roberto Ciccarelli

La scomparsa della sinistra italiana dalla rappresentanza parlamentare non è solo l’ultimo colpo di coda dell’insensato cupio dissolvi che l’ha accompagnata dal 1989, ma il sintomo plateale della sua inadeguatezza rispetto alla trasformazione dell’ormai trentennale ciclo politico neoliberale in cui ci troviamo. Di questo ciclo, delle sue contraddizioni politiche e delle sue rotture storiche, questa sinistra nulla o quasi ha compreso, se non quando ha denunciato con qualche approssimazione e genericità l’“americanizzazione” della società. La tonalità penitenziale che hanno assunto le analisi del voto convergono in gran parte su questo punto. E’ un gigantesco passo in avanti per chi non ha quasi mai praticato la virtù del dubbio, preferendo attribuire gli errori della propria proposta politica all’incapacità della società di coglierne il senso. Ammettere tuttavia di non avere compreso nulla della “realtà” è una conclusione imbarazzante che assomiglia ad una penosa autoassoluzione e non spiega la ragione per cui questo processo si è consolidato al punto da avere raggiunto conseguenze così imprevedibili.

E’ una salutare novità che alcuni protagonisti di questa “sinistra” abbiano invitato ad analizzare la sua disfatta politica a partire dai suoi presupposti culturali. Solo che non ci si può accontentare di pensare che le “culture della destra” si siano impadronite della società e che per questo motivo la sinistra non riesce più a capirla. Applicare lo schema ideologico destra/sinistra al ciclo politico neo-liberale può forse appagare l’istinto di conservazione di una cultura penalizzata dal suo originario storicismo, ma non spiega come una battaglia culturale potrebbe intervenire nella costruzione di un’identità politica alternativa. In un’intervista intitolata significativamente Building a New Left [Costruire una nuova sinistra], rilasciata addirittura alla fine degli anni Ottanta nell’Inghilterra della Thatcher, il filosofo (gramsciano) Ernesto Laclau ha spiegato che l’egemonia attribuita alla “destra” neo-liberista è un artefatto complesso che unisce tutti i livelli nei quali gli uomini condividono l’identità collettiva e le loro relazioni con il mondo (il sesso, il privato, l’intrattenimento, il potere ecc.). L’egemonia non è dunque mai un partito, o un soggetto, ma l’espressione di molteplici operazioni che si cristallizzano in una configurazione, quella che Michel Foucault ha definito “dispositivo”.

Così come l’egemonia neo-liberale non è l’espressione di un partito, né s’incarna in un soggetto (Thatcher? Blair? Berlusconi?), perché è un “dispositivo”, anche chi vorrebbe contrastarlo dovrebbe accettare l’idea per cui l’esercizio di una critica non ha bisogno solo di un partito, ma di capire quale funzione svolge nel dispositivo in cui si trova. Oggi, la faticosa, e non scontata, riscoperta del principio di realtà dovrebbe giovare a questo compito: non si tratta, infatti, di essere solo contro il neo-liberismo. Si dovrebbe capire, una volta per tutte, di essere dentro un ciclo di cui il neo-liberismo, come quella che per convenzione continuiamo a chiamare “sinistra”, sono esiti possibili, non verità incontrovertibili.

Si potrebbe allora immaginare, in questa cornice, un primo passaggio che renderebbe la “sinistra” l’espressione di una cultura politica che eliminava le specificità nazionali, etniche e politiche a favore di un soggetto universale, la classe operaia, agente della trasformazione e dell’emancipazione. Mentre però questo soggetto universale andava scomparendo, almeno nelle forme conosciute nel XX secolo, la “sinistra” non ha colto il senso profondo del nuovo ciclo politico che interroga l’assetto più generale dei saperi: l’universale non è più un’essenza, o qualcosa che si dà nella storia già bell’e pronto, al contrario si costruisce nella contingenza, seguendo le linee eterogenee dei problemi specifici, irripetibili, ed individuali.

Normalmente questo passaggio è stato interpretato come il tentativo di opporre la libertà all’uguaglianza, di fare il gioco della “destra” liberista all’interno del fronte della “sinistra” comunista, di preferire insomma l’individualismo alla classe. In realtà, il dispositivo neo-liberale – che non è il liberismo, ma la realtà in cui ci troviamo - ha provveduto a trasformare il significato di queste polarità a partire da un orizzonte unico per tutti, quello della libertà. Di essa, il neo-liberismo ha fornito solo un’interpretazione individualistica, o sicuritaria. Ciò non impedisce al pensiero critico di interpretare la libertà in un senso singolare. Quell’universale che prima veniva identificato nelle grandi identità collettive, garantendo l’esistenza del principio di uguaglianza e la possibilità di rivendicarlo, oggi si configura a livello della vita dei singoli, a livello cioè della qualità esperienziale che rende unica questa vita e, in questo modo, uguale a quella degli altri. Chi volesse interrogare la natura del dispositivo neo-liberale non dovrebbe trascurare la portata di questa trasformazione radicale. Egli dovrebbe quindi sapere distinguere il canone della filosofia liberale, per il quale la libertà è sempre prerogativa dell’individuo, dal dispositivo di governo che garantisce l’uso politico di questa libertà. E’ proprio tale uso ad essere l’oggetto della politica, incontrastata, di tipo neo-liberale. L’unico ad avere inteso, finora, questo problema è stato Michel Foucault che ha riassunto in maniera brillante il senso del dispositivo in atto: il liberismo produce libertà, mentre ne distrugge altre. Il suo dilemma è che la libertà degli individui deve essere governata e questo significa produrre insicurezza. Ciò obbliga a produrre nuove dosi di sicurezza, ma la sicurezza prodotta distrugge la libertà da governare. Questo significa che il dispositivo neo-liberale non è irreversibile, anzi è ricco di aporie e di contraddizioni sulle quali lavorare per trovare alternative.

Contro questa declinazione che inserisce l’individuo all’incrocio tra i legami e le affinità che si creano nelle comunità territoriali chiuse e nelle scelte individuali utili al consolidamento della propria sicurezza, il pensiero critico – e il progetto politico di cui esso è consapevolmente portatore – dovrebbe opporre un’idea affermativa della libertà. Una libertà intesa cioè come autonomia personale alimentata dall’ostinata e selvaggia volontà di vivere liberamente da parte dei soggetti; come ethos comune stabilito dal desiderio di affermare la singolarità, e la differenza, di ciascuno; come prospettiva universale capace di formulare una progettualità politica inclusiva e di rinunciare alle identità essenzialistiche che hanno caratterizzato la cultura politica della “sinistra”.

Un compito arduo, considerata l’arretratezza editoriale, politica e culturale dalla quale si muoverebbe una simile cultura politica. Un compito che diventerebbe però impossibile se si continuasse a credere che la “destra” ha capito un problema che la “sinistra” non ha nemmeno immaginato. La mancanza in Italia di analisi politiche sul “dispositivo” neo-liberale, e sulle gigantesche trasformazioni politiche ed epistemologiche da esso indotte, non è certo una novità. Continuare ad ignorarla, significa ammettere la propria superfluità in un dispositivo che già da tempo fa a meno di un punto di vista critico. A quel punto, lasceremmo volentieri questa coscienza infelice a chi preferisce contemplare le ceneri del proprio disastro, piuttosto che alimentare il fuoco di una prospettiva a partire dalla propria vita e da quella altrui.