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Il volto della RepubblicaUltima modifica: giovedì 13 luglio 2006 Mario Tronti
Il Comitato di redazione, incaricato di rappresentare la Commissione dei 75 di fronte all’Assemblea Costituente, durante gli otto mesi di discussione pubblica, propose di anteporre alle due grandi Parti in cui è divisa la Costituzione, “Diritti e doveri del cittadino” e “Ordinamento della Repubblica”, un breve testo intitolato “Princìpi fondamentali”. Sono gli artt. 1-12, che si decise di non chiamare Preambolo, per non creare una gerarchia con le altre norme costituzionali, ma che per il loro carattere “generalissimo - come si espresse il presidente Ruini - dovevano servire a incorniciare – si disse ripetutamente in Assemblea – il “volto della Repubblica”. I primi 12 articoli infatti riassumono i caratteri che fondano il nuovo Stato e che poi il testo costituzionale, nei 139 articoli che lo compongono, scioglierà in norme rigide e vincolanti. Stato repubblicano, Stato democratico-parlamentare, Stato sociale, Stato laico, Repubblica una e indivisibile, Stato regionale. Ognuna di queste definizioni, che sono delle vere e proprie decisioni, si ritrovano nei “Princìpi fondamentali”. L’incipit, il primo comma dell’art.1, ha una sua bellezza, se si può dire così, politica ed etica. Nelle grandi occasioni storiche, l’agire pubblico riesce a salire sulle vette della nobiltà dello spirito. << L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro >>: qui il volto rivela e rispecchia un’anima. Qui i Costituenti facevano definitivamente uscire il paese da una tragedia – dittatura più guerra – attraverso una catarsi di riappropriazione collettiva del destino di un popolo. Ancora più bella era la formula che avevano presentato i Gruppi parlamentari socialista e comunista, su proposta di Basso e Amendola: << L’Italia è una repubblica democratica di lavoratori >>. Sembrò che, al di là delle intenzioni dei proponenti, si accentuasse con questa formula un significato classista. La proposta “fondata sul lavoro”, presentata da Fanfani, mise d’accordo tutti. Fu una prima forma, alta, di compromesso sociale. Fa riflettere il fatto che, in quella temperie, il contrasto tra le componenti popolari della società italiana, democristiani da una parte socialcomunisti dall’altra, fosse di questo tipo, misurato sull’uso delle stesse comuni parole. E’ stato il presidente Andreotti a richiamare recentemente la circostanza che anche dopo la rottura politica, dura, provocata dalla cacciata di socialisti e comunisti dal governo, nel 1947, si continuasse a lavorare, nella Costituente, in un tranquillo costruttivo spirito di collaborazione. Era in gioco qualcosa di più che l’attività di governo, era in gioco l’interesse dello Stato. Si sapeva ancora distinguere tra livello politico e livello storico dei problemi: la prima cosa che un ceto politico deve saper fare, se vuole aspirare ad essere una classe dirigente. Parole che diventano princìpi, idee che si trasformano in valori, norme che diventano decisione: questo hanno dato, e hanno detto, le Costituzioni moderne, nate dalle grandi rivoluzioni dell’età moderna. La Costituzione italiana del 1948 si è iscritta, consapevolmente, in questo solco. Quando la dottrina giuridica si incontra con la saggezza politica, si può star sicuri che il prodotto sarà di particolare spessore. Scorretele queste parole-idee fondamentali. Nell’art. 2, troviamo “diritti inviolabili” e “doveri inderogabili”. I primi riguardano sia il singolo sia lo svolgersi della sua personalità “nelle formazioni sociali”. I secondi attengono alla “solidarietà politica, economica e sociale”. Solidarietà è parola-chiave della nostra Costituzione formale, che la costituzione materiale dell’attuale dittatura del mercato nega e stravolge. L’art. 3 parla di “pari dignità sociale” per tutti i cittadini. Il secondo comma di questo articolo è il più smentito da tutta intera la storia repubblicana, secondo forma e secondo sostanza: << E’ compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e la effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese >>. Si aspetta ancora un’azione di governo che metta in pratica questa indicazione della legge fondamentale dello Stato. L’art. 4 riconosce a tutti i cittadini “il diritto al lavoro” – altra parola-chiave - e << promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto >>. Ecco. Ci sono tanti altri elementi che varrebbe la pena di richiamare. Ma c’è questo spirito della Costituzione che credo vada oggi soprattutto colto e sottolineato. Una forma dello Stato che guarda alla materia della società, un’idea della politica attenta ai bisogni del sociale. E non in modo passivo, non in veste neutrale, ma con l’intento di un protagonismo delle istituzioni rispetto alle condizioni di uomini e di donne, soggetti di diritti e di doveri. La nostra è senza dubbio una Costituzione giuridicamente garantista, ma anche politicamente interventista. Ha dietro di sé il coraggio della lotta antifascista e la scelta di campo della Resistenza. Non può limitarsi a dare forma all’esistente. Deve, attraverso la leva del nuovo Stato, indicare le vie del cambiamento della vecchia società. La nostra Costituzione è un prodotto estremamente dinamico, ed è questo interno dinamismo che andrebbe di nuovo valorizzato. In questo senso, e solo in questo senso, si può avviare, per alcune parti, un lavoro non di revisione ma di aggiornamento. Il volto della Repubblica va ridisegnato, forse ricostruito, perché troppa distruzione sta dietro immediatamente le nostre spalle. Distruzione dello stesso testo costituzionale, attraverso improvvisate riforme di parte. In nome della Costituzione impegnamoci a cancellare queste cosiddette riforme. E poi riprendiamoci la visione d’insieme di un assetto istituzionale capace di guidare l’attuale mutamento sociale. Tra l’altro, molto più che per il passato, preme su di noi l’esigenza di aprire gli stessi princìpi fondamentali all’Europa e al mondo, oltre che alla nuova condizione della differenza umana. Ma è da questa Carta che dobbiamo partire. Questa Carta costituzionale, soprattutto le giovani generazioni devono amarla. Perché fu lo straordinario prodotto di un giovanile entusiasmo repubblicano, che provò a costruire con la politica quel nuovo Paese-Società, che ancora non abbiamo. |
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