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Dare la parola ai “senza voce”

Ultima modifica: mercoledì 16 maggio 2007

Miguel Benasayag*

Le elezioni provano a trascinarci sistematicamente in una logica infantile d’opposizione tra gli eletti e la base, tra il potere e il contro-potere. E’ un errore considerare che il buon momento della politica, la rivitalizzazione del campo sociale, arrivi ogni cinque anni. Arriva tutte le mattine…

Eccoci dunque arrivati alle elezioni presidenziali. Finalmente non sarò costretto a votare Chirac un’altra volta!

Ogni cinque anni siamo ormai costretti a pensare lì dove ci viene detto di pensare. E’ il momento in cui ci viene detto che siamo liberi e possiamo prendere in mano il nostro destino. In questo momento e non un altro. E questa intimazione a rispondere presente e ad adattarsi ad un pensiero di questo calibro funziona a meraviglia. Chiunque lo riconosce di buon grado: l’elezione, in particolare quella presidenziale, è IL momento della politica. Non esiste niente di più logico, nelle nostre società de-vitalizzate, abitate dalla paura che i momenti della politica siano così regolamentati, ben codificati. La politica è ormai ciò che dipende dalla delega. E soprattutto, ciò che non esce mai dai binari. Non arrischiatevi a manifestare, sarà mal visto, cioè represso, come si è visto con gli studenti anti-Cpe, o criminalizzato come avviene con le azioni simboliche degli oppositori degli Ogm. Rispetto a questi comportamenti di cattiva politica, l’elezione presidenziale s’annuncia come il momento della “buona politica”.

Il problema che si pone allora agli alternativi è: cosa abbiamo da dire in questo momento? In che modo organizzare i rapporti tra la politica rappresentativa e gli attori del contro-potere? Bisogna respingere immediatamente quel pregiudizio semplicistico che vorrebbe la politica dividersi tra attori sul campo, la cosiddetta base, e i politici seri, responsabili, che sono i loro rappresentati eletti. Al momento delle elezioni, si può vedere i secondi blandire i primi, sottolineando l’importanza di quelle persone che “costruiscono il sociale” ed aggiungere subito che bisogna “passare alle cose serie”.

C’è un dibatto fasullo secondo il quale la centralità che permette di dirigere un paese è una prerogativa della politica rappresentativa, mentre la dispersione appartiene al sociale. Per noi, il contro-potere deriva da una consustanzialità tra il sociale, tutto ciò che infittisce i legami, e la politica. E’ necessario ripoliticizzare la vita sociale che è stata depoliticizzata a favore dell'unica dimensione accettabile, la rappresentanza elettorale.

L’esperienza ha mostrato che il potere centrale è incapace di cambiare la situazione costituita. Tale impotenza non è dovuta alla malafede o alla corruzione, ma al fatto che esso è precisamente il luogo della rappresentazione, e non dell’azione. Non è lì che le cose accadono. Sarebbe scambiare la mappa per il territorio. Non è agendo sulla mappa che il territorio si trasforma. La mappa esiste per darci un’idea di ciò che accade sul territorio.

Il luogo del potere rappresentativo è un luogo di gestione della complessità, delle contraddizioni. Non è il luogo dove si potrebbe cercare di polarizzare tali contraddizioni in maniera radicale. Il luogo del contro-potere, in compenso, è quello della potenza, lì dove si sviluppano i processi , dove la complessità diventa leggibile, dove le tensioni si esercitano, dove brulica la diversità, dove si formulano le ipotesi teoriche e pratiche.

Dal nostro punto di vista, ci chiederemo nelle prossime settimane a venire quale sia il candidato capace di assumere la realtà storica e non ideologica che è alla base del motore del cambiamento. Quale sia il candidato che accetta che i sostenitori della gestione devono accompagnare, cioè potenziare, il lavoro dei contro-poteri che alimentano questo motore. Quale sia il candidato che avrà compreso da che parte va il progresso sociale e in che modo si può rinnovare una democrazia troppo presa dalla rappresentazione, troppo virtualizzata.

Non possiamo chiedere ai cittadini di essere allo stesso tempo responsabili per la loro vita e di credere alle promesse che spuntano ad ogni elezione, seguite subito da decisioni che non sono all’altezza e non suscitano che disinganni e disillusioni. Se si può constatare che molte paure sono dovute all’esperienza della perdita di controllo, allora questa promesse senza domani non fanno che nutrirle un po’ di più. A costo di alimentare un ciclo infernale: mi faccio eleggere facendo promesse, non le mantengo, creando confusione… che utilizzo alle prossime elezioni per alimentare nuove promesse. Il tema della sicurezza ne è una perfetta illustrazione. In questo modo, la politica tesse le maglie della rete della complessità.

L’America Latina, che negli ultimi tempi si ama citare volentieri a sinistra, ci mostra un esempio significativo. Quello che è accaduto di recente in Brasile illustra questo meccanismo. Uscito dal movimento sindacale, dalla base, Lula ha modificato il suo discorso dopo che ha raggiunto il vertice del paese, dichiarando che doveva ormai affrontare seriamente i problemi. E’ così che si è fatto prendere a sua volta nelle maglie della rete. Nel suo percorso e nella sua azione, la contraddizione è flagrante perché non ha saputo dire subito che non era lì, come presidente, per alimentare il motore dei movimenti sociali.

Le elezioni provano a trascinarci sistematicamente in una logica infantile d’opposizione tra gli eletti e la base, tra il potere e il contro-potere. E’ un errore considerare che il buon momento della politica, la rivitalizzazione del campo sociale, arrivi ogni cinque anni. Avrriva tutte le mattine…

Una delle giustificazioni del fatto che le elezioni esistono per organizzare la gestione delle nostre società e non per creare senso e slancio, sta nel rapporto tra gli eletti con il tempo, con la durata. Tutti i problemi essenziali che ci troviamo ad affrontare non possono essere compresi, e quindi risolti, se non su una lunga, o molto lunga, durata, il progresso tecnico, la sanità, l’educazione, il lavoro. E’ evidente che non è in cinque anni che si può andare sino in fondo e fare le scelte decisive. C’è solo il tempo necessario per cogliere la complessità di tali problemi. E’ solo al livello del contro-potere, slegato da ogni obbligo elettorale, da ogni scadenza, che i grandi problemi delle nostre società possono essere affrontati.

*Filosofo e psicanalista. Tra i libri tradotti in italiano: Contro il niente. Abc dell’impegno (Feltrinelli), L’epoca delle passioni tristi (Feltrinelli).