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La politica, il linguaggio e la cultura

Ultima modifica: mercoledì 16 maggio 2007

Jacques Bouveresse*

Un’“Altra campagna” per le elezioni presidenziali che si preparano non dovrebbe essere soltanto una campagna dove vengono prese in considerazione anche altri problemi, ma anche una campagna condotta con un “altro linguaggio” da persone capaci di scegliere liberamente le espressioni più appropriate all’espressione di ciò che devono dire.

Un periodo di elezioni è sfortunatamente sempre un'occasione privilegiata per constatare quanto George Orwell avesse ragione quando, concludendo il suo saggio "sulla politica e la lingua inglese", osservava che "la lingua politica – che, con delle variazioni, è comune a tutti i partiti politici, dai conservatori agli anarchici - è concepita per fare apparire verosimili le menzogne e rispettabile l'omicidio, e per dare un aspetto di solidità alle mere chiacchiere". E’vero che Orwell scriveva nel 1946, in circostanze storiche abbastanza particolari, e che un buono numero di cose ingiustificabili sembra essere diventato, da allora, senz’altro difficile da giustificare a tal punto che, a prima vista, si esiterebbe molto di più a sostenere che "il linguaggio e gli scritti politici consistono in gran parte nella difesa dell'indifendibile". Tuttavia, non è per nulla sicuro che le cose siano cambiate a tal punto e che non abbiamo quasi sempre le stesse ragioni per pensare che, in virtù di una fatalità disperante alla quale è straordinariamente difficile resistere, la lingua politica non può “non essere costituita in gran parte da eufemismi, da vaghe petizioni di principio completamente fumose". Senza sopravvalutare in alcun modo l'importanza di questo aspetto della questione, Orwell pensava che la decadenza della lingua fosse un problema veramente serio e che si poteva forse sperare di ottenere alcuni miglioramenti prendendo le cose “per il lato verbale”.

È un punto sul quale ogni giorno che passa tende a dargli ragione. Sotto questo aspetto, un’“Altra campagna” per le elezioni presidenziali che si preparano non dovrebbe essere soltanto una campagna dove vengono presi in considerazione anche altri problemi, altre difficoltà, altre ingiustizie, altre sofferenze e altre esigenze di cui tutti si sentono più o meno obbligati a parlare, ma anche, presumibilmente, una campagna condotta innanzitutto con un “altro linguaggio”, da persone che, come disse Orwell, sono capaci di scegliere liberamente, e non solo di accettare, le frasi più appropriate all’espressione di ciò che devono dire. Esistono tuttavia delle ragioni per essere pessimisti se, come sottolineò Orwell, ci sono soltanto ribelli che esprimono opinioni private e non una “linea di partito”, foss’anche quella di un partito rivoluzionario, capace ancora di fare la rivoluzione.

I due difetti principali che il linguaggio politico riesce a trasformare in virtù apparenti sono, a parere di Orwell, l'eccesso d'astrazione e l'ambiguità sistematica. Gli uomini politici non hanno, in senso generale, alcun interesse reale perché parole come democrazia, libertà, uguaglianza, giustizia, progresso ecc. vengano usate in un senso preciso e concreto. Essi piuttosto si oppongono con tutte le loro forze affinché se ne dia uno. Dato che, se qualcuno osasse farlo, i dittatori avrebbero certamente più difficoltà a presentarsi come veri democratici, le persone che approfittano in tutta innocenza dei privilegi spesso esorbitanti e scandalosi che conferiscono il potere e la ricchezza non riuscirebbero a presentarsi come cittadini tra gli altri, i governanti che portano avanti le politiche reazionarie non si erigerebbero a difensori del progresso in tutti i campi compreso, beninteso, quello dell’intelletto e della cultura.

Ad un uomo che intende parlare oggi di cose come “la nazione” o “la Francia”, di cui occorre salvaguardare il prestigio e la grandezza, gli viene risposto di scegliere i dirigenti politici considerati più capaci a difenderle. Ma lui non avrebbe delle buone ragioni di chiedere una spiegazione del senso di questi concetti e di formulare una domanda dello stesso genere di quella che Orwell si poneva nel 1940 ne “Il leone e l'unicorno: il socialismo e il genio inglese”: “L'Inghilterra non è a detta di tutti divisa in due nazioni: quella ricca e quella povera? Chi oserà sostenere che c'è qualcosa in comune tra gente che guadagna 100.000 £ all'anno e chi guadagna 1 £ alla settimana?”. Anche se non c'è forse più nessuno, nella Francia attuale, che guadagna così poco, ed anche se non dispiace all'uomo politico distintosi durante la crisi delle banlieues quando ha affermato che non c'erano più poveri in Francia ma solo gente meno ricca di altri, un bell’esempio di abuso del linguaggio cinico a cui la destra è abituata e che fa parte di quelli che proprio Orwell denunciava, la domanda resta, ancora oggi, purtroppo pienamente attuale.

Alain Trautmann, nel suo appello a favore di un'azione per la ricerca e la costruzione europea, osserva che: "L'attuale ideologia dominante presenta le tasse non come lo strumento indispensabile per la costruzione di servizi pubblici necessari per il funzionamento di una società che non sia una giungla, ma come una penalizzazione di coloro che guadagnano denaro e che si vedono derubati dagli scansafatiche […]. E’ necessario riabilitare l’idea per cui le tasse sono una necessità insuperabile”. Il discorso che viene qui denunciato, e che viene continuamente ripetuto da chi ci governa, è anch’esso una pregevole spiegazione della maniera in cui il mondo politico si considera autorizzato a dare alle parole il senso che più gli conviene, piuttosto che quello che hanno effettivamente, o che in ogni caso dovrebbero avere. E’ vero che, in un’Europa dove, come ha scritto Alain Accardo, “la pietra di paragone di ogni attività umana è la rendita finanziaria a breve termine”, coloro che si affannano a difendere i resti di ciò che potrebbe evitare che la società nella quale viviamo si trasformi in una giungla, in particolare il settore dei servizi pubblici, e che sostengono l’idea di un’azione pubblica vigorosa condotta sia a livello nazionale che a livello europeo riguardo alla ricerca, alla cultura e alla creazione artistica, hanno poche possibilità di riuscire visto che il trionfo incontrastato e smisurato del liberismo promette al mondo un avvenire più radioso che mai e li fa passare tutt’al più come degli attardati.

E’ già da molto tempo che abbiamo la possibilità di sperimentare diffusamente non soltanto i limiti, ma anche gli effetti disastrosi del liberismo selvaggio e della privatizzazione ad oltranza in un buon numero di settori, in particolare quello dei media dove, come ha notato Renaud Lambert, ai media privati controllati dalle imprese, alcune delle quali vivono grazie alle committenze di Stato e i cui dirigenti intrattengono delle relazioni privilegiate con il potere politico, corrisponde un settore pubblico sprovvisto di mezzi e impegnato nella corsa dell’audience con il suo rivale. Fino ad oggi, quando si ricorda che, per i mezzi d’informazione, l’indipendenza dal potere politico ed economico è una condizione sine qua non dell’indipendenza intellettuale e morale, ci si sente generalmente rispondere con una certa commiserazione che non esiste, da questo punto di vista, alcun pericolo e che nessun serio attacco rischia di essere portato alla libertà che devono avere i giornalisti nel lavorare, nel parlare e nello scrivere come desiderano.

Può darsi che alcuni recenti avvenimenti abbiano avuto tuttavia l’effetto di temperare un po’ questo ottimismo di facciata, ma è improbabile. Su un problema così politico, ci si può aspettare che gli eufemismi, le petizioni di principio e a nebulosa inesattezza di cui parla Orwell svolgano esattamente la funzione che gli è stata assegnata. Chi sostiene che esiste un problema non ha bisogno di invocare nient’altro che i fatti e la logica, ma è talmente facile accontentarsi di imputargli la convinzione assurda in un grande complotto a favore della disinformazione e della menzogna che tutte le persone serie sanno che non esiste e che non è mai esistito.

Anche se è vero che ciò che Orwell chiama lo "stato di coscienza ridotto" che accompagna di solito l’uso politico del linguaggio e che è, se non indispensabile, almeno disponibile al conformismo politico, ha la forte possibilità di ridursi ancora più del solito nei periodi della competizione elettorale, durante i quali la predominanza del linguaggio imposto sul linguaggio scelto sembra dover essere ancora più totalizzante, bisogna nondimeno osservare che la realtà ci riserva talvolta qualche bella sorpresa: le elezioni possono forse costituire, anch’esse, fortunatamente, l’occasione di un certo risveglio e di un innalzamento del livello della coscienza politica e delle possibilità reali di cambiamento, sottovalutate in precedenza, ma che si manifestano all’improvviso in un modo che non è debitore del discorso e delle azioni dei partiti e degli individui che lottano per la conquista del potere.

Tutti gli autori della sezione “Cultura e Educazione” del volume dell’Altra campagna che qui introduco, condividono la convinzione, in una forma o in un’altra, che la situazione preoccupante che descrivono non cambierà da sola, né attraverso il mero impulso dei governi di oggi o di domani, fintantoché essi manterranno la stessa ideologia. Come scrive Alain Trautman, “la situazione non può cambiare finché i cittadini non riusciranno a contenerla, finché un movimento non nascerà, finché non si creerà un dibattito serio”. È forse su questo punto che si possono trovare alcune ragioni per sperare. Parlando, a proposito del comportamento di Lincoln nel corso degli anni 1860-1862, dei rispettivi ruoli che ricoprono l'attivista ed il politico nell’incerto percorso verso l'utopia che esige talvolta la rivolta, talvolta la stabilità, Howard Zinn ha osservato che il politico soffre di un difetto derivante dal suo status (per cui si può, di conseguenza, rimproverargli una certa moderazione): “La sua lettura del mondo è statica e non tiene conto dei movimenti riformatori, in corso o imminenti, che modificano l'equilibrio delle forze anche nel momento in cui prende una decisione”. Di conseguenza, tutte le decisioni politiche hanno la tendenza ad essere conservatrici. Il politico è così occupato a valutare le forze esistenti che dimentica di valutare il suo potere. Un potere di cui si serve per interpretare l'opinione pubblica e non per provare a trasformarla” (1).

Se si considerasse soltanto il comportamento degli uomini politici, qualunque sia il loro contributo, ci sarebbero poche ragioni per aspettarsi delle sorprese. Ma c'è fortunatamente un altro elemento che occorre considerare. Come ha osservato Zinn, ci sorprendiamo a scoprire, sotto la superficie, i leggeri fremiti dell’indignazione, i primi echi della protesta ed i segni diffusi di resistenza e di sommossa. Chiedere agli uomini politici, che si ritengono chiamati a dirigerci, di essere capaci non solo di valutare lo stato delle forze esistenti, ma anche di modificarlo a vantaggio di coloro che hanno un bisogno urgente e talvolta drammatico di cambiarlo, è chiedere senz’altro troppo. Ma abbiamo il diritto di esigere da loro almeno che non restino ciechi davanti ai segnali che sono quasi sempre gli ultimi a cogliere.

* Nato nel 1940 a Epenoy (Doubs). Ancien élève dell’Ecole Normale Supérieure, Agrégé all’Université, Docteur ès Lettres. Ha insegnato nelle Università Paris I et di Ginevra. Occupa dal 1995 la cattedra di Filosofia del linguaggio e della conoscenza al Collège de France. Ultima opera apparsa in italiano “Filosofia, mitologia e pseudo-scienza. Wittgenstein lettore di Freud”, Einaudi 1997.

1) Howard Zinn, L’Impossible neutralité, Autobiographie d’un historien et militant, trad. fr. di Frédéric Cotton, Editions Agone, 2006, p. 134.

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