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I diritti al futuro della generazione precaria francese ed europeaUltima modifica: sabato 6 maggio 2006 Giuseppe Allegri
Il movimento francese contro la precarietà ha saputo chiamare a raccolta le altre generazioni su parole d’ordine condivise da un’opinione pubblica sempre più disposta a rispecchiarsi nell’insicurezza e nelle rivendicazioni dei propri fratelli e sorelle minori, dei propri «figli e figlie della Repubblica», che lottano confusamente per un sistema di garanzie sociali all’altezza dei tempi in sintonia con i princìpi cardine di una tradizione francese di emancipazione, libertà e giustizia sociale 1. Il Contratto di primo impiego (CPE): dalla crisi delle banlieues all'attacco della generazione precaria«Non si riesce a togliere dalla testa delle élite dell’economia e della politica l’idea del lavoro per tutti. […] «Perché gli uomini combattono per la loro servitù come se si trattasse della loro salvezza?» Commentando a caldo le sommosse nelle banlieues francesi dello scorso autunno avevamo notato l’incapacità di formulare risposte adeguate da parte delle istituzioni repubblicane alle brucianti domande di riconoscimento, rispetto e giustizia che venivano gettate in modo violento dai banlieusards nello spazio pubblico e nell’agenda politica francese ed europea(1). I fuochi dei giovani invisibili cittadini de la République avevano illuminato le afasie del modello sociale francese di integrazione, con un pensiero rivolto alla largamente condivisa aparheid sociale che subiscono le nuove generazioni di francesi europei, non solo nelle periferie delle metropoli, ma soprattutto al cuore delle istituzioni repubblicane e delle grandi capitali d’Europa. In Francia il governo di Dominique de Villepin proprio all’indomani dei riots periferici aveva percepito l'urgenza di fare «delle pari opportunità (l'égalité des chances) una realtà per tutti», insistendo sulla centralità dell'impiego e dell'educazione per i giovani cittadini maggiormente svantaggiati. Al punto che uno dei primi atti del Governo nel nuovo anno fu quello di presentare un «progetto di legge per mettere fine alla situazione di ineguaglianza delle possibilità e alle discriminazioni», come affermarono l'11 gennaio 2006 i ministri Jean-Louis Borloo (Ministro per l’impiego, la coesione sociale e le abitazioni) e Azouz Begag (Ministro con la delega alla promozione delle pari opportunità) in occasione della presentazione all’Assemblea nazionale del progetto di legge per l'égalité des chances, all’interno del quale verrà introdotta la previsione del CPE. Il progetto di legge si iscrive all’interno di un più ampio Piano governativo di coesione sociale e prevede interventi per favorire l’educazione, l’impiego e lo sviluppo economico per i giovani residenti nelle zone urbane sensibili o che incontrano difficoltà d’inserimento sociale e professionale, passando dalla previsione di misure per la lotta contro la discriminazione fino all’introduzione di contratti di responsabilità parentale e alla creazione di un servizio civile volontario. In questo contenitore legislativo maggiormente orientato a dare risposte alle rivolte delle periferie il 16 gennaio il Primo ministro de Villepin presenta l’ipotesi di introduzione del Contratto di primo impiego (Contrat première embauche – CPE), che viene effettivamente introdotto nel testo legislativo attraverso un emendamento proposto dal Governo e adottato dalla Commissione affari culturali dell’Assemblea nazionale il 25 gennaio. Il Contratto di primo impiego (CPE) è un contratto di durata indeterminata presso le imprese con più di 20 salariati (questo nella redazione definitiva), costituito da un primo periodo di due anni all’interno del quale si può essere licenziati senza motivo e destinato ai giovani (di età compresa tra i 15 ed i 26 anni) attualmente prigionieri di un ciclo cumulativo di contratti a tempo determinato e di periodi di stage (che si vorrebbe in ogni caso regolare attraverso la previsione di uno Statuto degli stage). Appare naturale che mentre, tra il 31 gennaio ed il 9 febbraio si svolge il dibattito parlamentare, la mobilitazione attiva dei giovani studenti, precari, stager comincia a farsi sentire nelle piazze e dentro le Università ed i licei ed infatti il 7 febbraio si svolge una prima giornata nazionale di mobilitazione, con un’alta adesione e partecipazione autorganizzata, soprattutto studentesca e dei giovani lavoratori precari, quantificata tra 200.000 e 400.000 persone nelle 187 manifestazioni, per il ritiro del CPE e di contestazione della procedura parlamentare seguita dal Governo. Infatti il Governo ha utilizzato tutti gli strumenti costituzionali previsti per abbreviare i tempi dell'iter parlamentare, a cominciare dalla procedura ex art. 49, comma 3, Cost., che permette di impegnare la responsabilità del Governo dinanzi all’Assemblea nazionale sulla votazione di un testo, che si ritiene adottato, salvo che una mozione di sfiducia, presentata entro 24 ore, non sia votata nei termini previsti dall’art. 49, comma 2, Cost. È un modo evidente per escludere un approfondito dibattito parlamentare sulle misure legislative volute dal Governo, accorciare i tempi delle votazioni parlamentari ed escludere il coinvolgimento di un dibattito pubblico nazionale e con le forze sociali e politiche esterne al circuito istituzionale. Il 10 febbraio il testo è adottato dall’Assemblea nazionale e viene trasmesso al Senato, dove l’intero testo legislativo viene votato il successivo 5 marzo, giorno in cui è convocata dal Governo la Commissione Mista Paritaria (CMP), che il 7 marzo licenzia il testo legislativo definitivo, poi approvato l’8 marzo dall’Assemblea nazionale ed il giorno successivo dal Senato, alle condizioni previste dall’art. 45, comma 3, Cost. 2. L'impotenza dell'opposizione parlamentare: dall'Assemblea nazionale al Consiglio Costituzionale (2)«Il diritto globale sorgerà prevalentemente dalle periferie sociali, non dai centri politici degli Stati-nazione e delle istituzioni internazionali» Nel frattempo l'opposizione parlamentare ha tentato tutte le vie per arginare il progetto governativo, pur sapendo di non avere i numeri sufficienti per mettere in crisi l'iter parlamentare. Così il 15 febbraio presentano all’Assemblea nazionale una mozione di censura ex art. 49, comma 2, Cost., da parte di J.-M. Ayrault e 144 deputati socialisti, radicali di sinistra, verdi, comunisti ed altri deputati di sinistra, che verrà ovviamente bocciata dalla maggioranza parlamentare. Poi, esaurita la battaglia parlamentare, 60 tra deputati socialisti, radicali di sinistra, verdi e comunisti hanno deferito al Conseil constitutionnel un ricorso di costituzionalità sulla legge per l’eguaglianza delle possibilità (3), specificamente sulle previsioni legislative riguardanti l’introduzione del CPE(4). Oltre ad alcuni rilievi sul procedimento, come l’aver presentato l’emendamento che introduce il CPE eludendo il parere del Consiglio di Stato (procedura già precedentemente cassata dal Conseil in una decisione del 3 aprile 2003 riguardante la legge Raffarin sull’elezione dei consiglieri regionali; quindi l’assenza di dibattito in Commissione Mista Paritetica), i deputati ricorrenti lamentano un «attentato al principio di eguaglianza» e ai «principi di sicurezza giuridica» e di «equilibrio dei contratti», garantiti anche da quel Codice del lavoro che sembra ora il reale nemico dei contratti flessibili. Quindi la violazione della convenzione 158 dell’Organizzazione internazionale del Lavoro (OIL) recepita dalla Carta sociale europea del 1996, a causa della eccessiva durata (due anni) del periodo di prova previsto dal CPE. Al punto che nell’avvenire, e come extrema ratio, potrebbe non essere escluso un successivo ricorso presso la Corte di giustizia delle Comunità europee, come paventato da alcuni analisti , alcuni dei quali, in ogni caso, non ritengono «una via d’uscita onorevole» per il Governo neanche la censura del Conseil Constitutionnel. 3. Contro il CPE: la presa di parola pubblica di studenti e precari-e, dopo i riots delle banlieues«La mia scheda elettorale è un pavé, E mentre la sinistra sconta l'inferiorità numerica in Parlamento e «si rimette ai saggi»(5), il 7 marzo, ad un mese esatto dalla prima giornata di mobilitazione per il «ritiro del CPE», si svolge un’altra prova di piazza che vede partecipare per la prima volta i sindacati a fianco dei movimenti autorganizzati dei giovani studenti e precari, con più di un milione di manifestanti in tutta la Francia e circa 350.000 nella sola Parigi. La proposta governativa viene percepita come un intervento legislativo che assume la questione sociale della precarietà delle forme del lavoro come nodo problematico centrale per le nuove generazioni, ma dando una risposta che sembra avvalorare la sensazione di forza lavoro “usa e getta” che attanaglia la gioventù francese. Per di più questa previsione è calata all’interno dell’altro corno della questione sociale e generazionale francese: quello legato alle problematiche di ineguaglianza, discriminazione, esclusione sociale, che hanno scatenato i banlieuesards nell’ottobre-novembre 2005. Complessivamente appare un tentativo di risposta istituzionale e legislativa agli eventi dello scorso autunno e alle domande di giustizia sociale per le nuove generazioni, in cui si prova a miscelare precario inserimento professionale e sociale, con forme di controllo e disciplinamento che includano tutti i luoghi e le formazioni sociali – dalla famiglia, al lavoro, alle amministrazioni locali, al tempo libero – per «rinforzare la coesione sociale e preservare il nostro patto repubblicano»(6). Sembra davvero che il legislatore governativo non abbia saputo fare di meglio che riesumare il lato oscuro delle ricette novecentesche per difendere la cittadella assediata delle istituzioni repubblicane: conciliare lavoro precario diffuso e pervasivo controllo sociale per i non garantiti che reclamano, ai margini del modello sociale francese, il loro diritto al futuro. Per di più provando a giocare l’opposizione tra i giovani liceali ed universitari figli dei bianchi borghesi francesi contro i giovani immigrati di terza generazione segregati nelle mille banlieues senza cittadinanza che il modello repubblicano francese di integrazione ha eretto nelle sue periferie. Perciò nelle piazze di mezza Francia la protesta dilaga tra occupazioni e blocco di più della metà delle Università, ma anche di molti licei, cortei con la partecipazione di circa un milione e mezzo di manifestanti (sabato 18 marzo, di cui mezzo milione solo a Parigi, insieme con i sindacati) e al contempo scontri di piazza tra giovanissimi studenti, ragazzi delle banlieues parigine, che spesso aggrediscono e derubano anche i loro coetanei liceali, universitari, borghesi e bianchi del centro di Parigi, ma che all’occorrenza si alleano con loro per scontrarsi con le forze dell’ordine che presidiano le piazze. In ogni caso la sensazione della stragrande maggioranza dei francesi sembra essere quella di trovarsi dinanzi ad «una crisi sociale profonda, che potrebbe ampliarsi nelle settimane a venire» (7). Il consenso a questa ampia sollevazione sembra vasto, perché l’opinione pubblica percepisce questa prima mobilitazione collettiva della generazione precaria come un conflitto che parla la lingua comune e condivisa dell’estensione dei diritti, della garanzie sociali, dell’inclusione sociale di fasce sempre più emarginate e meno rappresentate: e qualcuno parla del movimento anti-CPE, come della «replica, nelle classi medie, di quello delle banlieues»(8). Anche se proprio questo confronto può generare scintille di conflitto intra-generazionali, come è ulteriormente accaduto nella successiva giornata di mobilitazione nazionale di giovedì 23 marzo, degenerata in violenti scontri in diverse città francesi, in cui la violenza dei casseurs e dei banlieusards si è scatenata indistintamente contro le vetrine dei negozi e le forze dell'ordine, le automobili e i giovani manifestanti dei licei e delle università, al punto che un giovane militante anti-CPE è risultato gravemente ferito in seguito ad un pestaggio ad opera di queste giovani bande. E proprio questa ventilata opposizione interna alla giovane generazione precaria e/o disoccupata – tra banlieusards e giovani liceali/universitari – dopo essere stata giocata nel progetto legislativo, viene agitata dal Governo, ed in particolare dal suo Ministro dell’Interno Nicolas Sarkozy per segnalare che «le manifestazioni stanno cambiando aspetto», invocando «rispetto» per i manifestanti pacifici e «severità» per i facinorosi che provocano incidenti ai margini dei cortei (9). Ma «parlare di una distanza siderale tra gli studenti ed i banlieusards è quindi errato. In questo movimento le linee di confine che separavano la città dalle sue periferie sono, per il momento, dissolte, perché i due mondi – studenti e ragazzi delle banlieues – sono accomunati dalla precarietà» (10). E intanto il conflitto tra istituzioni e movimenti anti-CPE va avanti con lo sciopero generale proclamato per il 28 marzo, e nonostante l’inflessibile Dominique de Villepin abbia cominciato a ricevere rappresentanti dei sindacati e degli studenti, ma senza ottenere nulla: le forze sociali assestate sulla richiesta del ritiro del CPE, il Governo incapace di avviare un reale dialogo. Per la coppia De Villepin–Chirac la questione si fa spinosa, ad un anno esatto dalle elezioni presidenziali, con il sardonico amico-nemico Sarkozy, numero due del Governo, che rimane defilato dinanzi al precipitare dei consensi nei confronti del Governo (che comunque non incontra il l’appoggio dell’UDF, partito centrista sempre più distante dal Governo) e con l’occulta speranza di giocare il dissenso popolare contro questa misura fortemente voluta da De Villepin per fare il pieno dei consensi a destra nel primo turno delle presidenziali 2007 (11). Al punto che il ministro dell’Interno esita dinanzi all’ipotesi di «restare o andarsene» dal Governo (12). D’altro canto anche i vertici delle Università chiedono una mediazione possibile al Governo, al punto che la Conferenza dei Presidi delle Università (CPU) riconosce le giuste cause delle mobilitazioni studentesche e già il 17 marzo invocava l’apertura di un dialogo tra i ragazzi delle mobilitazioni ed il Governo; ed il primo vice-presidente della CPU ancora il 23 marzo «rinnova la sua domanda di sospensione del contratto di primo impiego» (13). In ogni caso l’arroccata maggioranza governativa e presidenziale, proprio dopo un quinquennio di faticosa amministrazione, spesso contro il consenso della popolazione francese (si vedano le sconfitte nelle elezioni regionali ed europee del 2003-2004, così come nel Referendum che ha bocciato la ratifica del Trattato costituzionale europeo dello scorso 29 maggio 2005), sembra condannata a pagare il magro bilancio sociale delle sue politiche economiche dinanzi al manifestarsi e all’acutizzarsi di una frattura generazionale che nasconde al suo interno dinamiche conflittuali tra centro e periferie, tra garantiti e non garantiti, tra esclusione ed inclusione, tra autorappresentazione delle questioni sociali e incapacità a rappresentarle da parte della politica istituzionale. 4. Quale futuro per le precarie rivolte d'Europa?«Possiamo avere speranza soltanto in ciò che è In queste settimane sembra essere protagonista delle piazze un movimento generazionale che coinvolge liceali, universitari, precari-e, disoccupati di tutta la Francia, che hanno incontrato i precedenti movimenti degli intermittenti dello spettacolo, sulla questione precarietà e sulla richiesta di diritti per le nuove generazioni: un movimento spontaneo, composto da centinaia di migliaia di «singolarità qualunque» (14) che sperimentano sulla propria pelle la quotidiana ingiustizia sociale di chi vive in un permanente condizione di esclusione sociale, tra precarietà ed insicurezza, che il Governo vorrebbe mettere definitivamente a regime. E questa colorata moltitudine che riempie le Università ed i licei e che sempre più spesso tracima nelle strade delle mille città di Francia, sciamando da una piazza all’altra, da un Boulevard all’altro, da un Café ad una Brasserie, decide di battere il tempo della contestazione per affermare i propri tempi e stili di vita, fuori dai ricatti economici, dentro la foga di voler rivendicare tutto, quando non si ha nulla, se non la propria giovinezza e gioia di vivere. E sembra che prenda la parola senza obbedire a collettivi ideologizzati e sclerotizzati della vecchia sinistra, piuttosto dimenticando le appartenenze e invece riconoscendosi nell’agire le proprie rivendicazioni qui ed ora. Per questo è un movimento che mette in crisi il sistema e costringe le forze sindacali ad accettare la centralità di queste battaglie e le rivendicazioni per l'adeguamento del modello sociale repubblicano alle esigenze dei giovani precari non garantiti: una generazione che sa di vivere in condizioni peggiori di quelle che l’hanno preceduta, come non era mai accaduto dalla fine della II guerra mondiale in Europa. E finora questo movimento ha saputo chiamare a raccolta anche le altre generazioni, su parole d’ordine condivise da un’opinione pubblica sempre più disposta a rispecchiarsi nell’insicurezza e nelle rivendicazioni dei propri fratelli e sorelle minori, dei propri «figli e figlie della Repubblica», che lottano confusamente per un sistema di garanzie sociali all’altezza dei tempi e almeno lontanamente in sintonia con i princìpi cardine di una tradizione francese di emancipazione, libertà e giustizia sociale troppo spesso disattesa. La loro attitudine a stare per le strade in modo visibilmente conflittuale e rumoroso è percepita come l’emergenza di quel profilo irriducibile di conflittualità di piazza che accompagna l’evoluzione del sistema sociale francese. La «febbre francese» (15) lascia campo aperto alle forme più radicali e condivise di ribellione all’esistente, consapevole che da queste scosse sociali, per l’ottenimento di nuove esigenze di giustizia, si possa uscirne con un miglioramento complessivo delle condizioni di vita della collettività. E allora i giovani liceali ed universitari che si ritrovano nelle brasserie per l’aperitivo di fine giornata ed inizio serata, poi attraversano velocemente le vie del centro per andare a riprendersi la Sorbona assediata da cordoni di polizia e lamiere di ferro che la rendono irraggiungibile dagli stessi studenti, ricercatori, professori ed isolata rispetto al fermento percepibile nel resto della città. Ma al contempo questi giovanissimi visi sorridenti e provocanti, troppo spesso nascosti dai fazzoletti necessari a proteggersi dal fumo acre dei lacrimogeni polizieschi e dei fuochi appiccati dalla rabbia di una parte dei manifestanti, sembrano puntare i loro sguardi e speranze al di là delle coordinate spazio-temporali date loro in sorte. È la grandissima scommessa di sentire questa improvvisa ribellione come la parte di un tutto: e quel tutto è la «generazione europrecaria», che rivendica diritti, garanzie, reddito, giustizia sociale, insomma diritti al futuro, e che ormai da un quinquennio lancia i suoi MayDay, MayDay – il Primo Maggio del precariato europeo (16). È forse possibile leggere questa sollevazione della generazione precaria francese nel solco del movimento universitario italiano che l’autunno scorso ha occupato le facoltà di molte università e assediato le istituzioni per opporsi tanto alle riforme universitarie dell’ultimo decennio (da Zecchino-Berlinguer a Moratti), quanto ai coevi processi di precarizzazione della ricerca ed in generale delle forme del lavoro (17). In Francia incontrando l’attenzione e spesso il consenso dei media mainstream e la disponibilità all’ascolto e a lanciare date comuni di mobilitazione delle forze sindacali e della sinistra istituzionale; in Italia vagando nell’isolamento mediatico più assoluto e nella deliberata volontà di chiusura rispetto ai movimenti sociali mostrata dalle forze sindacali e della sinistra istituzionale, ormai condannate ad una suicida autoreferenzialità, che fa del conservatorismo e del moderatismo l’unica arma di opposizione. C’è un filo rosso di indomita ed imprevedibile ribellione all’esistente che lega l’autunno degli studenti e ricercatori precari italiani al marzo francese: una diffusa, nel tempo e nello spazio, prima rivolta precaria d’Europa che si inventa le condizioni per rendere abitabile l’abisso in cui è costretta quella generazione precaria. Le/i ventenni che indicano la strada ai loro fratelli maggiori per cambiare di segno alla loro condizione: un guardarsi negli occhi che comporta un reciproco riconoscimento e un agire in comune. La condivisa rabbia e gioia nell’essere disposti a lottare insieme non ha nulla di arcaico e/o di conservatore, come vorrebbero farci credere i timorosi analisti italioti, ma evoca invece la volontà di praticare una vita degna di essere vissuta, oltre e spesso contro il lavoro impostole dalle compatibilità economiche; e quindi la possibilità di continuare a sperimentare l’universale propensione alla gioia di vivere, al di là della soglia generazionale della giovinezza. Quelle urla, quella musica, quei sorrisi, quei colori che si vedono per le strade di Francia sono i segni evidenti che una nuova generazione scende nelle strade per rivendicare un gioioso diritto al proprio futuro, fatto di un modello sociale all’altezza dei tempi della generazione precaria e della ricchezza irrinunciabile alla condivisione delle gioie della vita. Non sembri strano che si possa di nuovo rivendicare insieme reddito e diritto alla felicità comune, senza concedere nulla alla stantia retorica dei sacrifici e della serietà. «E se non tutto, almeno l’inizio». L. B. Note
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