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Ue: L'allargamento compie due anni

Ultima modifica: domenica 15 luglio 2007

Il processo di amalgama tra i vecchi Quindici e i nuovi partner centro-orientali dell'Ue appare ancora lungo. L'est vede l'Europa come una grande cornucopia più che come un orizzonte, l'ovest pecca a volte di avidità

È una forzatura fino a un certo punto, perché un minimo di analogia c’è. Il fatto è che l’Europa dell’est è un po’ come la vecchia Germania orientale, che riunita sotto lo stesso tetto dopo anni di dura e feroce contrapposizione di cortina, non è ancora riuscita a completare il processo di transizione e a volerla dire tutta, guarda con più di un pizzico di ostracismo all’altra Germania, ricca e pasciuta.

Certo, l’Europa centro-orientale ha avuto la fortuna di sfruttare 15 anni di purgatorio (1989-2004) per preparare al meglio l’inevitabile ingresso nell’Unione europea, che ha sancito, come molti politici, molto enfaticamente, hanno tenuto a precisare, la «riunificazione» del Vecchio continente. Ma non è che si possa valutare questo processo attraverso un approccio solamente geografico. Di mezzo ci sono la politica, la cultura e soprattutto i soldi.

Perché è chiaro: Praga, Varsavia, Lubjana, Bratislava e le altre capitali dell’est sono state cooptate in Europa con l’idea che Bruxelles fosse una gigantesca cornucopia, pronta a coprirle di fiumi d’euro e a consacrare al libero mercato le loro economie, in fase di decollo ma pur sempre un po’ ammaccate, costrette a fare i conti con tutti i problemi collaterali della transizione: dalla disoccupazione alla creazione di ampie sacche di povertà, alla progressiva divaricazione tra redditi alti e bassi.

Certo, l’ingresso nell’Ue ha attratto investimenti, potenziato alcuni settori delle economie centro-orientali, offerto una sponda preziosa, grazie all’introduzione (comunque non piena) della Pac, per l’export agricolo. A questo proposito, è singolare la storia dei contadini polacchi. Euroscettici a oltranza prima dell’allargamento e timorosi che i prodotti agricoli francesi, tedeschi e britannici avrebbero distrutto il mercato locale, gli agricoltori polacchi si ritrovano ora con un discreto gruzzolo mensile di euro in più, grazie all’aumento della domanda e all’arrivo dei fondi Ue.

Eppure qualcosa, nel complesso, è andato storto. L’est è impaziente, vuole tutto e subito. Riteneva che l’Ue avesse la bacchetta magica e s’è accorto che le istituzioni comunitarie sono un fortino di interessi, in cui prevalgono spesso e volentieri le priorità nazionali degli Stati membri, piuttosto che quelle dell’Europa. C’è da dire, inoltre, che l’indole delle classi dirigenti post-comuniste è fortemente nazionalista: per ragioni storiche, in primo luogo.

Nei vecchi territori d’oltrecortina – così vanno affermando diversi sociologi – la riconquista della sovranità nazionale, ottenuta al prezzo di enormi sacrifici, è un bene troppo grande per essere ceduto. Per questo motivo, l’Europa viene percepita come una fonte di limitazione di sovranità e c’è chi, maliziosamente, sostiene che ciò derivi dal ricordo ancora fresco della dottrina Breznev. Ne discende la tendenza, da parte dei Paesi dell’est, a vedere l’Ue come un distributore di denaro e a spogliare le istituzioni di Bruxelles da qualsiasi valenza politica. Da ciò, allo stesso modo, trae origine l’accentuato filo-americanismo e la propensione ad affidare a Washington le questioni relative a difesa e sicurezza.

La miscela tra questi elementi e l’abitudine di concepire Ue e Nato come due cose distinte (soprattutto la seconda viene vista come una proiezione europea dell’America e non come un foro per la discussione transatlantica), ha reso complesso e farraginoso l’amalgama tra i vecchi Quindici e i nuovi partner dell’est. L’est ha le sue responsabilità, questo è fuori discussione. Ma sul banco degli imputati figurano anche Parigi, Berlino e Londra. Chi non ricorda il poco cavalleresco «bambini viziati» affibbiato da Chirac ai politici dell’est durante i negoziati sull’allargamento? E che dire di Tony Blair?

Il primo ministro britannico ha peccato di onestà: ha corteggiato i governi dell’est e dato forma alla così detta “nuova Europa” salvo poi scaricare gli alleati orientali durante i negoziati sul budget 2007-2013. Anche Schroeder c’ha messo del suo, instaurando un special partnership con Vladimir Putin, pur consapevole dell’esistenza – nei Paesi di nuovo ingresso – di una “sindrome del cuscinetto”, tesa a rappresentare Russia e Germania come una tenaglia in grado di schiacciare l’est. Questa interpretazione è viziata da una buona dose di vittimismo, lo stesso che pervade l’ex Germania est. Ciò non toglie che l’ovest, sia che si parli di Germania o Europa, pecca spesso di egoismo. Il rischio, di questo passo, è quello di europeizzare gli arcinoti dissapori tra Wessis e Ossis.