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L'idraulico polacco: identikit dell'uomo nero della UeUltima modifica: domenica 15 luglio 2007 Matteo Tacconi e Fabio Tonacci
Il ritratto dell'idraulico polacco, lo spauracchio della vecchia Europa e la causa del naufragio della Costituzione europea in Francia. Un reportage dalla Polonia. Uno dei motivi – forse quello principale – con cui la Costituzione europea si è frantumata contro il muro del ‘no’ in Francia e Olanda è stata la paura di un’invasione di manodopera a basso costo proveniente dai Paesi dell’est europeo, caratterizzati generalmente da un’elevata disoccupazione interna. A recitare il ruolo di capofila di questa formidabile pattuglia di lavoratori sottosalariati è stato indubbiamente l'idraulico polacco, di recente avvistato ai varchi frontalieri dei Paesi dell'Europa occidentale, pronto a sottrarre lavoro agli autoctoni. Pronto a partire? Perché un idraulico e perché proprio di nazionalità polacca? Fu Fritz Bolkestein, ex commissario europeo al Mercato Interno, che nel gennaio 2004, in sede di presentazione della famosa direttiva recante il suo nome, suggerì come la liberalizzazione del mercato dei fornitori di servizi (non solo idraulici, quindi, ma anche imbianchini, elettricisti e altre professioni) avrebbe supplito alla mancanza di manodopera in Paesi come la Francia dove, a detta dello stesso Bolkestein, «non si trova mai un idraulico disponibile». Naturale che l’attenzione ricadesse sulla Polonia, lo Stato più popoloso tra i dieci nuovi membri Ue (quasi 40 milioni di persone), con una storia di grande emigrazione alle spalle e con il tasso di disoccupazione più alto di tutta Europa: 18-19% della forza lavoro, pari a tre milioni di persone. A tutto questo va aggiunto che il salario medio mensile lordo di un impiegato, pari a 2500 zloty (poco più 600 euro), ha subito una perdita del potere reale di acquisto dopo l’allargamento, a causa dell’aumento dei prezzi e dell’introduzione di un’Iva modellata sulla base dei paramentri europei. Una retribuzione modesta alimenta lo spirito migrante e questa propensione è stata confermata dai sondaggi pre-allargamento, secondo cui il 18% della popolazione adulta – un polacco su cinque – ha dichiarato di voler andare a lavorare in uno dei Paesi dell’Unione, dopo l’ingresso di Varsavia nell’Ue. Mèta preferita da più di un terzo degli intervistati risultava essere la vicina Germania, seguita dal Regno Unito (17%), Francia (8%) e Italia (5%). Barriere contro l'invasione dei 'nuovi europei' Tanto è bastato per stabilire pesanti restrizioni nei confronti della manodopera proveniente dai Paesi di recente adesione. Attualmente solo Irlanda, Gran Bretagna e Svezia hanno aperto completamente le porte ai lavoratori dell’est. Danimarca e Finlandia l’hanno fatto parzialmente, limitando loro la possibilità di usufruire delle prestazioni dello Stato sociale: per i primi due anni, i lavoratori provenienti dall’Europa orientale non avranno diritto all’assistenza pubblica e saranno soggetti all’ obbligo di iscrizione in un apposito registro. Nella maggior parte degli altri Paesi dell’Unione, i lavoratori polacchi, slovacchi, cechi, lituani, estoni e lettoni rimarranno extracomunitari nelle pratiche del lavoro almeno fino al 2006. Germania e Austria hanno allungato questo periodo di transizione di altri cinque anni. E in Francia? Secondo una stima fatta dal governo francese, dal maggio 2004 a oggi avrebbero trovato lavoro in Francia circa ottomila cittadini polacchi, solo una minima parte di quelle 500mila persone che hanno lasciato la Polonia nello stesso periodo, in cerca di un’occupazione in Gran Bretagna, Irlanda, Svezia e Germania. Mezzo milione di emigranti in poco più di un anno, tutti o quasi appartenenti alla categoria “manodopera specializzata”. I numeri sembrano dare ragione alle Cassandre che predicono sventura e disoccupazione crescente nel caso che a Bruxelles si decida di attuare una direttiva come la Bolkestein, che rispetto al quadro originale risulta sostanzialmente modificata. Ma – questa la domanda da un milione di euro – il popolo degli idraulici, elettricisti e imbianchini polacchi sta davvero così male in patria da non desiderare altro che emigrare verso l’Europa occidentale? Stipendi miseri Il settore produttivo dei servizi in Polonia ha cambiato fisionomia negli ultimi anni, soprattutto in seguito alla liberalizzazione dei mercati e alle privatizzazioni tuttora in corso. Se negli anni Novanta continuavano a dominare la scena le grandi aziende come la Hydrobudowa di Varsavia, colosso con migliaia di dipendenti qualificati che offrivano prestazioni di idraulica su vaste aree regionali, adesso l’universo dei servizi è composto da decine di migliaia di micro-imprese, composte quasi tutte da una-due persone con un piccolo ufficio-laboratorio e un mezzo per spostarsi sul territorio. Nel registro dell’Ufficio centrale di Statistica si contano 37mila imprese di idraulici, dislocate in tutta la nazione, il 96% delle quali ha meno di nove dipendenti. E la stessa tipologia dell’offerta di manodopera si rileva nel settore “elettricisti” (42185 aziende, 98% delle quali con meno di 9 dipendenti) e “imbianchini” (15960 aziende, quasi tutte di dimensione ‘micro’). Imprese troppo piccole per poter ipotizzare delocalizzazioni di massa negli Stati Ue dove i costi sono più alti, magari sotto la protezione del principio del “Paese d’origine” che la Bolkestein dovrebbe introdurre (un fornitore di servizi è sottoposto alla legge del Paese in cui ha sede l’impresa e non a quella dove fornisce la prestazione). Ma nemmeno troppo grandi da non essere tentati di chiudere bottega e trasferirsi direttamente in Francia o Germania. Anche perché il terziario è sì un settore che in Polonia garantisce ai lavoratori mediamente 3500 zloty lordi al mese (875 euro circa, che tolte le tasse diventano poco più di 600), molto più dei 2540 zloty di un lavoratore agricolo e dei 2590 di un operaio. Ma è anche quello in cui la disoccupazione è più elevata. A fronte di 7 milioni e mezzo di prestatori di manodopera qualificata, ci sono 962 mila polacchi che non riescono a trovare lavoro. In pratica un terzo dei disoccupati su tutto il territorio nazionale appartiene proprio al settore servizi. E proprio a questo numero le forze politiche più eurocritiche dei Paesi fondatori dell’Ue guardano con sospetto. Timore che in Francia, il cui tasso di disoccupazione fatica a scendere sotto il 10.2%, diventa paura. Paura che un sistema economico già in difficoltà possa cedere alla tentazione della manodopera a basso costo e che i francesi si ritrovino senza lavoro a causa dall’effetto perverso creato dal dumping sociale. Una grande esagerazione In Polonia, politici, sindacalisti e giornalisti concordano nel ritenere la storia dell’idraulico soltanto una grande esagerazione montata dai francesi per minare le basi di una costituzione mai veramente voluta. «Sappiamo bene come alcuni politici francesi abbiano creato lo spauracchio dell’idraulico polacco – afferma Gzegorgz Napieralski, segretario del partito Sld (Alleanza Democratica di Sinistra) che ha governato la Polonia nella scorsa legislatura – al solo fine di far fallire il referendum. Se gli idraulici fossero davvero intenzionati a emigrare in cerca di lavoro, lo avrebbero già fatto. Comunque vorrei sottolineare che la nostra manodopera è fortemente qualificata e sin dall’inizio degli anni Novanta ha mostrato un buon feeling con i mercati del lavoro occidentali». Statistiche alla mano, infatti, non è la Francia ma la Germania il primo Paese di destinazione. Attualmente sono più di 350 mila i cittadini polacchi occupati lì. E se qualcuno doveva alzare la voce – si sostiene – quella doveva essere la Gran Bretagna, dove l’emigrazione post-allargamento è stata davvero massiccia. O l’Irlanda, la cui carenza strutturale di manodopera attira i polacchi come il canto delle sirene. Ma non la Francia. E nemmeno l’Italia. D’altra parte, però, non si può nascondere il fatto che l’Europa era stata presentata ai cittadini polacchi come la grande occasione per il Paese. Un’occasione fatta non soltanto di fondi strutturali e politiche di coesione, ma anche di un mercato del lavoro aperto e senza restrizioni. Fu lo stesso premier Leszek Miller che per sostenere la sua scommessa targata Europa aveva parlato delle grandi opportunità di lavoro che si sarebbero create con l’ingresso. Adesso quindi diventa difficile spiegare agli idraulici e agli elettricisti polacchi perché un italiano può andare a lavorare nel loro Paese quando vuole, con il solo requisito di una carta di identità valida, mentre loro per lavorare in Italia hanno ancora bisogno di un permesso di soggiorno temporaneo e di passare attraverso le maglie della burocrazia europea. (Questo articolo è stato pubblicato l'8 luglio del 2005 sul Diario della Settimana) (QuadrantEuropa 08/07/2005) |
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