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La sindrome del cuscinetto. La tenaglia Mosca-Berlino su VarsaviaUltima modifica: domenica 15 luglio 2007 Il nuovo governo polacco e la strategia dello “scheletro nell'armadio”. Come riesumare lo spettro della Guerra fredda per normalizzare, sollecitando una nuova politica estera tedesca, i pessimi rapporti con Mosca La Guerra fredda? Un periodo storico schizofrenico, dove se ne studiavano di cotte e di crude. Non stupisce pertanto il fatto che L’Unione sovietica pensasse, nel quadro di una resa dei conti atomica sul suolo europeo, di sacrificare uno dei suoi alleati: la Polonia. È un documento dell’archivio del Patto di Varsavia, fresco fresco di
Ruggini e dissapori tra Varsavia e Mosca Ma, come detto, la scoperta di questi piani non meraviglia più di tanto. Sono in tutto e per tutto lo specchio della Guerra fredda. Non meraviglia nemmeno che il governo populista polacco si sia sbizzarrito nel fornire la cifra virtuale di questo presunto olocausto nucleare. Del resto, l’anno scorso, il neo presidente della Repubblica Lech Kaczynski, che di Legge e Giustizia è fondatore, aveva incaricato uno staff di esperti di misurare in termini quantitativi i danni che Varsavia (di cui Kaczynski era sindaco) aveva subito durante l’occupazione nazista. Ciò che invece stupisce e fa davvero notizia è che il governo polacco ha scelto di desecretare il documento in un momento decisamente particolare: a tre giorni dall’elezione del nuovo cancelliere tedesco Angela Merkel e a venti dalla Festa dell’unità nazionale russa, celebrata il 4 novembre scorso. Data, questa, che commemora la cacciata dei polacchi dal Cremlino, avvenuta nel 1612 e che sostituisce quella del 7 novembre, giorno in cui si era soliti commemorare la Rivoluzione d’Ottobre, ma che Vladimir Putin ha deciso – senza pensarci troppo – di mandare in pensione, rimpiazzandolo con la nuova festività “anti-polacca”. Un modo per punzecchiare Varsavia, che con l’aperto sostegno alle rivoluzione colorate e le frecciate lanciate alla Bielorussia di Lukashenko ha molto infastidito il Cremlino. Se Angela Merkel ripercorresse la strada di Helmut Kohl? L’impressione generale è che il governo polacco abbia voluto lanciare un chiaro messaggio, mettendo in guardia Mosca e cercando di sollecitare kanzlerin Merkel a fare della vecchia dottrina Kohl –una sorta di Ostpolitik in salsa cristiano democratica – non soltanto una dichiarazione di principio, ma una vera e propria pratica di governo, una direttrice della politica estera della Grosse Koalition. Il fatto è, molto brevemente, che la società civile polacca è pervasa da un forte tasso di russofobia. I sondaggi demoscopici rivelano che per il 60% dei polacchi il pericolo principale alla sicurezza nazionale è la Russia, percepita ancora come un vicino potente e incline a esercitare una certa egemonia nell’est europeo. Un po’ di tempo fa, secondo quanto riportato dal New York Times, l’ex ministro degli Esteri polacco, Adam Rotfeld, è arrivato a dire che «se la Russia cerca un nemico, l’ha trovato qui in Polonia». Varsavia si è sempre considerata come una sorta di cuscinetto, stretta nella morsa russo-tedesca. Di ragioni storiche, per autodefinirsi in tale maniera, la Polonia ne ha a bizzeffe. Il patto Ribbentropp-Molotov brucia ancora, nella memoria della vecchia generazione e, attraverso i libri di storia, in quella dei giovani. Ma è stato il progressivo logoramento dei rapporti di Varsavia con Berlino e Mosca e il parallelo rafforzamento delle relazioni tra Russia e Germania – entrambi verificatisi negli ultimi anni – a fare traboccare il vaso, alimentando vecchi rancori e ostilità mai sopite. A inquinare le relazioni tedesco-polacche è stata una serie di fattori, di natura storica e politica. Senza dubbio, le rivendicazioni di Preussische Treuhand (Associazione prussiana), movimento guidato da Rudi Pawelka che rivendica fior di risarcimenti per gli eredi dei dieci milioni di tedeschi espulsi dalla Polonia, ha surriscaldato e non poco l’umore della società polacca. Il resto l’ha fatto il provvedimento con cui il governo Schroeder ha istituito un periodo transitorio di sette anni volto a limitare il flusso di manodopera a basso costo proveniente dalla Polonia, suscettibile di creare il famigerato effetto dumping. La misura è stata fortemente contestata da Varsavia, che vede l’Europa (e quindi la vicina Germania) come un fantastico eldorado per alleggerire il peso insostenibile di una disoccupazione che da anni galoppa intorno al 18-20%. Infine – terzo motivo di dissapore – il governo polacco ha criticato ferocemente l’accordo da quattro miliardi e 600mila euro con cui Germania e Russia si sono impegnate a costruire il famigerato gasdotto baltico, 1200 chilomentri di tubi che porteranno il gas siberiano direttamente in Germania, privando l’est europeo di una importante fonti di approvvigionamento energetico, visto che normalmente le rotte delle pipeline attraversano Bielorussia e Ucraina prima di “sfociare” in Polonia, Ungheria, Repubblica ceca e Slovacchia. Il gasdotto ha suscitato la reazione di tutta la classe dirigente polacca e fatto dire all’ex presidente Aleksander Kwasniewski, che la politica tedesca «è contraria alla logica di cooperazione europea». Per la Germania sarà dura rinunciare all'energia russa Il cambio di governo in Germania è visto dalla Polonia come un’àncora di salvataggio, una maniera per ribaltare il trend degli ultimi anni. Il ritorno a una politica estera di kohliana memoria evocato da Angela Merkel, spesso critica nei confronti dell’asse Schroeder-Putin, potrebbe accorciare le distanze che separano Berlino da Varsavia e favorire indirettamente una normalizzazione dei burrascosi rapporti russo-polacchi. Il condizionale è però d’obbligo. Per Merkel non sarà semplice passare dalle parole ai fatti. La dipendenza energetica dalla Russia è un dato di fatto e Berlino, che si ritrova alle prese con una preoccupante flessione economica, non dovrebbe mutare più di tanto la propria politica verso Mosca. Prova ne è il fatto che Wolfang Schaeuble, uno dei baroni della Cdu, dopo essersi recato in Russia durante la campagna elettorale “lampo” di agosto-settembre, affermò che il governo Merkel avrebbe perseguito una politica di continuità sul piano delle relazioni con Mosca. Ancora non si parlava nemmeno di Grosse Koalition, la Cdu/Csu si sentivano già la vittoria in pugno. Ora, l’alleanza tra “balena bianca” tedesca e Spd e la nomina a ministro degli Esteri di Frank-Walter Steinmeier, braccio destro dell’ex cancelliere, irrobustisce ancora di più il concetto di continuità nell’approccio tedesco verso Mosca. Un approccio che come detto, la crisi economica in atto a Berlino rende necessariamente amichevole e cancella dall’agenda una questione un tempo scottante come quella cecena, su cui l’Europa e la Germania si erano spese e impegnate a fondo, prima di dimenticare la piccola repubblica caucasica e lasciarla al proprio destino. E la Polonia? Varsavia è costretta a restare affacciata alla finestra e attendere le mosse di Putin e Merkel. Una cosa è certa: l’esercizio di dietrologia messo in campo dal neo ministro degli Esteri polacco Radoslaw Sikorski – fino a poco tempo fa ricercatore dell’American Enterprise Institute, fortezza neocon – non aiuta a ricucire gli strappi con la Russia. (QuadrantEuropa 02/12/2005) |
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