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![]() Frits Bolkestein, un europeo complessoUltima modifica: domenica 15 luglio 2007 Ritratto dell’ex commissario europeo al mercato interno, il padre della direttiva sulla liberalizzazione dei servizi. I sedici anni alla Shell, poi la politica. Quadrilingue plurilaureato e gentiluomo permaloso. Si professa “liberale”. Sa di essere l’ex commissario più detestato d’Europa Dopo due anni di polemiche feroci, la direttiva Bolkestein è stata approvata dal Parlamento europeo il 17 febbraio scorso. Ecco le reazioni I punti essenziali della direttiva: i servizi liberalizzati e quelli esclusiRoberto Ciccarelli
Nel suo studio tra il Teatro Carré e il parco Sarphati ad Amsterdam, Frits Bolkestein risponde da mesi alle domande dei giornalisti di tutta Europa. La segretaria dell’ex commissario europeo al mercato interno li riceve e li tratta con gentilezza. Da lui i giornalisti attendono una battuta, una provocazione, è l'ex commissario europeo più famoso d’Europa dopo che la sua direttiva sulla liberalizzazione dei servizi ha scatenato manifestazioni e polemiche a non finire. Una situazione che imbarazza non poco Bolkestein, abituato ai ritmi spesso poco fiammeggianti della politica olandese. Lui rimane sempre un gentiluomo con l’aria seccata, come se fosse stato distratto da una partita a golf, l’aria affascinante dovuta alla criniera bianca disposta su un lato della fronte. L’ex commissario di Romano Prodi ha limitato i suoi interventi pubblici negli ultimi mesi. Qualcuno ricorda ancora il suo arrivo a Parigi il 5 aprile 2005. In effetti, quello fu un avvenimento. Una sua battuta è diventata il tormentone del referendum francese e olandese sul Trattato costituzionale, oltre ad essere l’ispirazione di una fortunata, quanto grottesca, campagna pubblicitaria del governo polacco in terra di Francia: quella sull'ideaulico polacco. Quel giorno Frits Bolkestein difese la sua direttiva usata dai sostenitori del "no" al referendum francese sul Trattato costituzionale come l'emblema dell' "Europa neoliberale". E aggiunse che nessun idraulico polacco avrebbe invaso il mercato francese per fare concorrenza ai tubisti indigeni. L’ossessione per l’idraulico polacco discendeva da una preoccupazione per il possibile afflusso di artigiani e di operai venuti dall’Europa dell’Est a proporre i loro servizi ad Ovest a prezzi che sconfiggono ogni concorrenza, infilando i salari e le norme di protezione sociali in una spirale al ribasso. L’anno scorso molti citavano l’esempio di un’impresa lettone che, dopo avere vinto un appalto in Svezia per costruire una scuola, aveva cominciato a far lavorare i suoi operai lettoni con salari lettoni, prima di fare la valigia dopo le proteste organizzate dai sindacati svedesi. Apriti cielo. Quest’uomo di 72 anni si è ritrovato al centro di polemiche per lui, così felpato, inimmaginabili. L’opposizione francese, come anche quella in Belgio, Germania e Svezia, è stata molto forte tanto da spingere il Consiglio europeo a rifiutare la direttiva e poi affrontare una faticosa trattativa che è giunta in porto il 17 febbraio scorso al parlamento europeo. “Il carattere oltranzista delle proposizioni iniziali della direttiva sui servizi ha avuto l’effetto di mobilitare l’opinione pubblica” dichiarò Jacques Chirac. Nell’ambito delle complesse manovre per domare un’opinione pubblica nazionale molto critica nei confronti della Costituzione europea, Chirac stava cercando di guadagnare consensi per il referendum del 29 maggio successivo, dicendosi “pronto a studiare le modalità dell’apertura del mercato dei servizi, a condizione che esista un mercato che permetta di portare il mondo verso l’alto e non il basso”. Le fumisterie di Chirac, e dell’Europa conservatrice da lui rappresentata, non hanno avuto un grande ascolto a sinistra. La Bolkestein doveva essere abolita. Punto e basta. Dopo la sua approvazione il 17 febbraio scorso, Attac ha puntato l’indice contro il compromesso tra i socialisti e i popolari europei. “E’ una nuova accelerazione al disegno liberista di un’Europa come libero mercato dei servizi, in cui i diritti del lavoro e i diritti sociali diventano variabili dipendenti dell’ossessione competitiva”. Lontano da questi clamori e polemiche, ma sempre fiero delle sue posizioni, Frederic – è questo il suo vero nome – Bolkestein ama ricordare oggi i suoi studi senza dubbio eclettici: laurea in matematica, in scienze, in economia, in filosofia e una in greco. Senza contare quella – importante per la sua carriera politica – in diritto, presa cinque anni dopo aver iniziato a lavorare per la compagnia petrolifera Shell. Sarà questo passato accademico ad avergli dato una certa sicumera che molti gli rimproverano. In fondo Bolkestein non è dispiaciuto delle polemiche che la sua direttiva ha sollevato. “Ho sempre avuto l’impressione – ha detto un alto funzionario europeo – che Frits non è mai stato modesto, non è mai stato spinto dal desiderio di adattarsi alla politica. Vuole lasciare una traccia nella storia”. In una Amsterdam che ancora oggi ritiene “l’unico posto al mondo dove vale la pena vivere”, Bolkestein non nasconde oggi la sua ammirazione per il pensiero liberale del XIX secolo: il mercato è sovrano e lo Stato deve avere un campo di intervento ridotto al minimo, soprattutto quando si parla di economia. Era Edmund Burke a sostenerlo. E lui, ex segretario del partito liberale olandese, si è immedesimato perfettamente con il pensatore inglese. Il liberalismo di Burke lui lo integra con la sua esperienza aziendale. Sedici anni alla Shell sono serviti a rodare questa sua idea. E quelli alla Commissione ad applicarla. Uomo di principi, e di forti convinzioni, che non si lascia convincere, se non difficilmente, questo Bolkestein. “Non negozia, perché non ama farlo, e discute poco perché lo fa solo con chi considera tra i suoi pari”. Un’immagine non certo accomodante, quella di un aristocratico o di un alto accademico e non di un politico che va a molestare una delle questioni più rilevanti degli ultimi anni in Europa. Ma Frits, nei ricordi dei funzionari europei, rimane sempre quel gentiluomo “cortese, gradevole e colto”. Ma se c’è una cosa che lo fa andare in bestia, è uno degli slogan della campagna di Attac: “Bolkestein-Frankenstein”. Chi ha provato a fargli una domanda su questo slogan avrà visto il suo volto normalmente disteso diventare improvvisamente paonazzo. E avrà avuto la stessa risposta: “Il mio nome si pronuncia «Bol-ke-stine»”. Secondo la pronuncia olandese, e non inglese. Da evitare assolutamente anche quella tedesca. Suo padre è stato deportato dai nazisti per quattro anni. Memorie di un passato europeo. Presente da tecnico bersagliato dalle polemiche. Eppure Bolkestein al suo primo approdo al Parlamento europeo era passato per uno dei tanti “euro-scettici”, avversari dell’euro e della burocrazia comunitaria, sostenitore di una Europa ridotta al minimo. E in effetti non sembra avere cambiato idea, anche se la sua direttiva mira effettivamente a regolare i servizi in 25 paesi diversi. Bolkestein, tanto per completare il suo ritratto ideologico, è anche ostile all’entrata della Turchia in Europa, ma giudica l’integrazione europea “uno dei più grandi avvenimenti della storia”. |
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