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Unione europea: speranze «austriache» e difficoltà di un camminoUltima modifica: domenica 15 luglio 2007 Umberto Allegretti
Mediare tra i modelli sociali tradizionali dell’Europa continentale e i modelli anglosassoni più accentuatamente liberisti. Ne sarà capace la presidenza austriaca della Ue? 1. Nel Numero 2/2005 di Democrazia e Diritto abbiamo pubblicato con evidenza un articolo – il cui testo è stato concordato in seno al consiglio direttivo della rivista – in cui, con qualche ambizione, abbiamo formulato una «proposta per l’Europa», nell’intento di contribuire a una ripresa del processo di costituzionalizzazione dell’Unione europea, che tarda troppo a venire e sul-la quale si tace quasi del tutto in Italia. Su tale questione il Crs, a testimonianza del suo costante impegno, ha ora intenzione di convocare uno dei suoi consueti convegni, che potrà avere un’eco in un prossimo numero della rivista. Nel frattempo, il tema non può essere lasciato cadere, essendo di grande importanza ed urgenza. Occorre domandarsi, nel momento presente, quale sia la prospettiva di sviluppi che si affaccia, se si affaccia, per l’integrazione europea. La fonte migliore di informazioni è data dai documenti e gli altri elementi rinvenibili sui siti ufficiali, ma anche dai contatti diretti con gli ambienti dell’Unione. Variabile e limitato, invece, il contributo di conoscenza che si può ottenere dai mezzi di comunicazione. Per esempio, i giornali italiani delle settimane a cavallo tra il 2005 e il 2006 hanno parlato poco o nulla dell’Europa, a differen-za dei maggiori quotidiani di alcuni altri paesi, evidentemente più sensibili dei nostri a questo tema nevralgico. Così i segnali del passaggio, avvenuto proprio in quei giorni, della presidenza del Consiglio europeo dall’Inghilterra all’Austria sono documentabili (oltre che dagli atti ufficiali) piuttosto dalle pagine, poniamo, di Le Monde, o perfino dai servizi di un giornale non certo particolarmente tenero con l’Europa ma forse per questo fortemente attento alle sue vicende, come l’americano International Herald Tribune, che non da commenti italiani. Eppure si tratta di un avvenimento significativo, che si condensa nell’avvicendamento alla guida temporanea dell’Unione di due stati-membri molto diversi nell’atteggiamento circa l’Europa, la sua gestione e il suo difficoltoso processo di costituzionalizzazione, e che deve dunque essere interpretato come la conferma di una carenza, tipica di gran parte della società civile oltre che del ceto politico del nostro paese, di impegno responsabile sull’integrazione, che contrasta con il tradizionale «europeismo» italiano (smentito, d’altronde in questo quinquennio – e qui le cose si aggravano – da tutti i comportamenti del governo Berlusconi). Faremo qui le nostre osservazioni, nella linea del precedente articolo e per verificare quali movimenti si registrano che possano lasciar pensare a una ripresa del processo interrotto dai referendum francese e olandese e dalle difficoltà incontrate dall’Unione su altri problemi. Al riguardo, e come appare anche da commenti stranieri, almeno tre sono i maggiori fronti problematici dinanzi ai quali si trova l’Europa: la messa a punto di un nuovo assetto istituzionale, possibilmente di ispirazione «costituzionale»; la concretizzazione in precisi indirizzi del vantato ma spesso solo retoricamente difeso «modello sociale europeo» – connessa ovviamente a tutta la politica economica europea –; le politiche di allargamento, coinvolgenti, oltre quelli già entrati, numerosi paesi in varia posizione; senza dimenticare il più generale ruolo del nostro continente nelle relazioni mondiali, sul terreno della pace, della lotta all’in-giustizia economica globale e del confronto culturale. Più ravvicinato, ma molto collegato ai temi di fondo il problema del bilancio per gli anni 2007-2013, che sembrava chiuso – non certo in maniera brillante, ma quanto meno in modo da andare oltre una lite irritante e dannosa – con le deliberazioni del Consiglio di dicembre, ma che è stato invece riaperto in questi ultimi giorni dal parlamento, il quale ha bocciato a larghissima maggioranza la proposta del Consiglio, contrastante con l’indirizzo seguito con una precedente risoluzione parlamentare di dare al bilancio stesso una mag-giore espansione (1,18 del Pil, contro l’1,045 dello schema approvato dal Consiglio). Questo voto – che obbliga a una ulteriore negoziazione tra parlamento, Consiglio e Commissione – segna sul piano istituzionale un ulteriore rafforzamento del parlamento, già visibile in altri gesti (come le vicissitudini della formazione della Commissione Barroso) ed è stato occasione per la presiden-za austriaca di tornare sulla proposta, già fatta a suo tempo dalla Francia, di dar vita a imposte europee sulle transazioni finanziarie a breve e sui trasporti aerei e marittimi: proposte che si ispirano alla Tobin tax e ad altre ipotesi affacciate in sedi mondiali, incluso il Forum sociale mondiale. Si tratta dunque di un orientamento che tende a guadagnare, con una lenta marcia, il terreno istituzionale e trova un’eco nella stessa presidenza della commissione, quando Barroso dichiara che occorre realizzare l’indipendenza delle finanze europee dalle contribuzioni nazionali, le quali, come si è visto, danno luogo a diatribe e liti penose. Va poi tenuto conto degli orientamenti del parlamento sulla liberalizzazione dei servizi, ovvero della poca inclinazione a varare la famosa direttiva Bolkestein, che ha avuto in qualche modo una anticipata espressione nella bocciatura (anch’essa a grande maggioranza) della più circoscritta direttiva sui porti, la quale avrebbe aperto il lavoro portuale alla concorrenza degli equipaggi delle navi, spesso formati di sfruttati del Sud del mondo, a gran vantaggio delle imprese di trasporto. 2. Più indietro, invece, appare un atteggiamento costruttivo del parlamento sulla ripresa del processo di costituzionalizzazione, nonostante le proposte di Duff e di Voggenhuber favorevoli a un nuovo impianto del Trattato costituzionale. Ma al riguardo le maggiori responsabilità vanno addossate, anche se non esclusivamente, alla presidenza inglese. Questa presidenza ha segnato si-curamente un periodo sfortunato per il progresso dell’integrazione, tanto più in quanto cadeva subito dopo un fatto traumatico come i due referendum ad esito negativo tenutisi in Francia e in Olanda, alla fine della primavera, sul nuovo Trattato europeo, e in coincidenza con la discussione sul bilancio plu-riennale; problemi, l’uno e l’altro, che avrebbero dovuto essere affrontati con lucidità e convinzione. Su entrambi, invece, la presidenza Blair ha rivelato tutta la distanza che se-para tuttora, secondo la tradizione del rapporto britannico con l’Europa, la posizione britannica da un’assunzione precisa e cordiale dell’integrazione come meta e sviluppo crescente dell’istituzione europea. Se è vero che anche altri paesi, tra cui soprattutto la Francia, si sono dimostrati poco collaborativi sul bilancio, tuttavia la volontà di Blair, piegata poi solo in parte, di conservare, anche ai danni dei nuovi paesi entranti dell’est, il cosiddetto sconto sul contributo inglese ottenuto un ventennio fa non da un governo qualunque ma da una leader antieuropeista come la Thatcher, e la complessiva contrazione delle risorse europee da lui proposta, hanno suscitato le critiche anche di un periodico non certo molto integrazionista come l’Economist e si sono poste come un ostacolo al potenziamento dei compiti dell’Unione; mentre la resistenza francese sulla politica agricola, per quanto altrettanto eccessiva, si riferiva almeno alla discussione su come impiegare le risorse del bilancio. Ma l’elemento più grave della presidenza inglese è stato proprio il mancato impulso per la ripresa della discussione sul processo costituzionale e il nuovo Trattato, a cui non ha certo contribuito la confusionaria riunione del Consiglio indetta a Hampton Court in novembre, che pure era stata annunciata co-me un’occasione per discutere liberamente dell’Europa sociale. Così la «pausa di riflessione» programmata dal vertice di giugno seguito ai referendum è stata assai poco una riflessione e si è risolta quasi solo in una pausa; la stessa consultazione della società civile affidata alla Commissione è stata poca cosa, come si vede dal Rapporto stesone (in Italia, poi, è stata tutto fuorché una di-scussione nello spazio pubblico). Nessun rimpianto, dunque, per la presidenza inglese e, anzi, la speranza che essa non lasci troppi danni se verrà seguita da una guida più convinta e attiva quale, fin dai mesi scorsi, si pensa possa essere quella austriaca. Le notizie dei primi giorni dell’anno sembrano confortare questa speranza. Dalle interviste del cancelliere austriaco Schüssel, da alcuni gesti – oltre quanto già detto sul problema delle risorse – si desume, infatti, che l’Austria intende imprimere un impulso alla ricerca di un assetto costituzionale dell’Unione, mediante un «nuovo approccio» al Trattato, ispirato a «fantasia, flessibilità e nuove idee». La sede sarebbe in particolare una conferenza sul-l’identità europea da tenersi già, in omaggio al duecentocinquantenario della nascita di Mozart, a fine gennaio a Salisburgo. Non possiamo sapere se le linee di questo ripensamento vadano nella direzione che a noi appare migliore, come auspicato nell’articolo già citato e nell’intervento del parlamentare europeo (e correlatore al parlamento sulla questione) Andrew Duff, pubblicato nello stesso n. 3 della rivista. Quelle propo-ste si basavano sull’idea che, tra le molte strade ventilate per far uscire dalle secche del processo di ratifica il Trattato di Roma del 2004, la più opportuna e insieme la più praticabile (ma richiedente ovviamente una forte lungimiranza politica) sia quella di rinegoziare tra i venticinque stati la Costituzione, uscendo dalle ambiguità del Trattato di Roma attraverso un processo simile ma più aperto e democratico di quello precedente. In questo processo, dovrebbe puntarsi a un testo assai più agile, capace di distinguere tra le politiche cor-renti e i grandi principi sui valori, i diritti e le istituzioni, i quali pongano con tutta chiarezza le fondamenta dell’Unione sui diritti umani fondamentali, su principi e istituti di uguaglianza, giustizia sociale ed effettiva democrazia e su un ruolo mondiale del nostro continente rivolto alla pace e alla cooperazione per un mondo senza povertà basato su rapporti di rispetto e cooperazione tra le culture. Comunque, i propositi espressi dal governo austriaco sembrano aprire a queste direzioni. Si è parlato infatti anche da parte della presidenza austriaca dell’ipotesi di un ripensamento della direttiva Bolkestein sui servizi e (speriamo) anche di quella sugli orari di lavoro, che tenga conto delle preoccupazioni sociali che giustamente muovono buona parte di coloro che hanno vota-to contro il Trattato e dell’opinione pubblica di altri paesi a manifestazioni di diffidenza verso tutta la gestione europea e le formulazioni del Trattato. Naturalmente bisognerà vedere che senso esatto hanno le dichiarazioni di Schüssel circa la posizione austriaca, che sarebbe intermedia e quindi capace di mediare tra i modelli sociali tradizionali dell’Europa continentale e i modelli anglosassoni più accentuatamente liberisti. Anche su altri punti la posizione del governo austriaco sembra interessante, benché si muova su un terreno ancor più complicato, quello dell’allargamento dell’Unione. Mentre l’Inghilterra sembrava attestata su una posizione di allargamento indiscriminato, ora si penserebbe a inoltrarsi ulteriormente nell’estensione ai Balcani, ma a usare una maggiore prudenza sulla questione turca e su eventuali altre adesioni. Entrambi i punti corrispondono a tendenze stori-che riportabili fino all’antico impero austriaco, che è un argomento realistico ma certo insufficiente per la decisione. Quella che pare dovrebbe essere tenuta in conto è l’idea non nuova che i Balcani occidentali (scontata l’entrata tra il 2007 e al più tardi il 2008 della Bulgaria e della Romania) hanno bisogno dell’Europa per non cadere più nei loro terribili conflitti, e l’Europa ha bisogno, per la propria pace, di contribuire all’intesa tra i paesi balcanici. Perciò, si comprende l’apertura del processo di discussione per l’adesione con la Croazia, deciso pochi mesi or sono per risoluto impulso proprio dell’Austria, e l’attribuzione dello statuto di paese candidato alla Macedonia. Anche lo status di candidato della Bosnia Erzegovina, per quanto problematico, appare condivisibile, mentre si porrà subito dopo la prevista indipendenza del Kossovo la questione dell’ammissione di questo paese, e analoghi problemi si porranno per il Montenegro (ove si separi dalla Serbia) e per la Serbia stessa, per la quale si propone un accordo di stabilizzazione ed associazione (mentre non si potrà evitare a lungo una questione albanese). Su altri allargamenti, dalla Turchia all’Ucraina, è necessario valutare con cautela (possiamo rinviare alle considerazioni svolte in proposito nel n. 3) la capacità di assorbimento da parte dell’Unione dell’adesione di tanti e disparati nuovi membri e ricordare che esistono soluzioni alternative all’allargamento diretto rappresentate dai processi di associazione di politica e di «vicinato» già praticati o di recente proposti all’epoca della Commissione Prodi. Del resto, non sarebbe tempo di affrontare la questione dei confini di Europa nei trattati, senza lasciarla a decisioni troppo pragmatiche e influenzate dalla contingenza, per non dire dalle pressioni in senso indiscriminatamente esten-sivo che provengono dagli Stati Uniti d’America? Come abbiamo già scritto, si tratta di una questione da ritenere rigorosamente «costituzionale», date la sua delicatezza e le sue radici in scelte culturali e politiche che hanno una lunga ascendenza nella storia dell’Europa e dei suoi rapporti in seno all’Eurasia (e con l’Africa). 3. Ma quali uomini e quali forze sono in grado di portare avanti una nuova iniziativa, che richiede di vincere le forze di inerzia e addirittura parzialmente disgregative che si sono fatte strada in Europa attraverso gli ultimi anni? Ver-ranno alla luce nuove coppie di capi di governo e di responsabili dell’azione europea come furono, ai loro tempi, Monnet e Schuman, De Gasperi, Adenauer, Spaak e pochi altri, o Giscard e Schmidt, Mitterrand, Delors e Kohl? L’intesa abbozzata in questo capodanno, già in vista della presidenza tedesca dell’Unione che si avrà nel primo semestre 2007, tra il governo austriaco e il nuovo esecutivo tedesco a guida Merkel – della quale ultima è apparso significativo, dopo l’incisiva, sebbene ora perdente, azione da lei svolta nel vertice sul bilancio, il susseguente incontro con Schüssel, e di cui è stata resa nota la disponibilità a una «dichiarazione sociale» rivolta a esplicitare il modello so-ciale europeo – potrà supplire alla carenza di capacità di azione del governo francese, la quale sembra ridursi, nell’attesa delle elezioni presidenziali del 2007, a inoffensivi enunciati di buona volontà di Chirac (del resto riecheggianti l’idea molto francese del cosiddetto nucleo duro)? A questo riguardo, non pare doversi dar credito ai ripetuti accenni alla costituzione del nucleo duro, perché ciò che occorre, in tempi di allargamenti avvenuti o attesi, è l’impegno europeistico di tutti i membri. Mentre la sola Inghilterra, ed eventualmente qualche paese scandinavo, secondo l’insegnamento di Jean Monnet citato nei nostri precedenti articoli, dovrebbero essere lasciati a seguire, quando si saranno convinti che gli altri vogliono fortemente procedere. La sempre auspicabile, anche se non certo da considerare esclusiva, intesa franco-tedesca, spesso ma semplificatoriamente (si vedano le osservazioni assai affidabili di uno di massimi presidenti di commissione del passato, Jacques Delors, nei suoi illuminanti Mémoires, Paris, Plon, 2004) rite-nuta l’unico motore dell’integrazione e che vari gesti del governo francese stanno insistendo a sottolineare, è in realtà da intendere, tanto più se non si vuole che apporti danni oltre che vantaggi, come una risorsa che non può essere esclusiva. E men che meno come il coagulo di un numero ristretto di paesi, quelli originari o anche altri, che vadano avanti senza gli altri su temi così generali da dar vita a una vera separazione tra due tipi di paesi (altra cosa sono le limitate «cooperazioni rafforzate» autorizzate dai trattati). Tanto più deve essere risolutamente scartata l’illusione, ancora coltivata in qualche ambiente, secondo la quale si può tentare di convincere gli elettorati finora dimostratisi contrari al Trattato di Roma a ratificarlo sulla base di semplici dichiarazioni (se a questo si riducesse l’intenzione della Merkel, si dovrebbe chiarirne l’insufficienza); e ancor più va accantonata l’idea che si può fare a meno di un nuovo e più incisivo trattato e procedere con quelli esistenti. Il problema sociale, in particolare, non è affidabile a una mera dichiarazione interpretativa delle norme esistenti né di quelle previste dal Trattato di Roma, ma va risolto affrontandolo anche in termini normativi precisi, forse proprio nei modi chiariti nel nostro articolo più volte citato. I problemi, insomma, ci sono e vanno affrontati con coraggio e senso di innovazione. Non lo farà certo l’attuale governo italiano. È lecito invece pensare che una futura maggioranza, guidata da un ex presidente di commissione quale è Prodi, saprà svolgere una forte iniziativa in campo europeo, non meno necessaria che in campo interno, per riportare l’Italia tra coloro che, non solo credono ideologicamente all’Europa, ma sanno agire innovativamente per contribuire a portare altri ai traguardi necessari. E che lo sappia fare suscitando nel nostro paese anche un moto di opinione pubblica, aiutata, come auspicato dal cancelliere austriaco, da un ceto di intellettuali (universitari e non) e da una stampa che si sveglino dal proprio torpore provinciale. |
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