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Quale flexicurity per le politiche sociali europee?

Ultima modifica: sabato 17 febbraio 2007

Giuseppe Allegri

Reddito di esistenza per un nuovo welfare locale-continentale. Il Libro Verde potrebbe inaspettatamente costituire l'occasione per riaprire il dibattito critico e sempre sottaciuto sulla trasformazione del welfare state, nella prospettiva di una nuova definizione delle politiche sociali europee e a partire dalle rivendicazioni della generazione precaria.

“Non compiangerlo troppo. La gente di qui sarà anche borghese, ma di fatto è poco più che manovalanza a contratto.”

J.G. Ballard, Millenium People, 2003.

Premessa

Al giorno d'oggi “quattro lavoratori europei su dieci sono impiegati con contratti atipici o sono lavoratori autonomi”: così ci informa la Commissione europea in occasione della presentazione del Libro Verde “Modernizzare il diritto del lavoro per rispondere alle sfide del XXI secolo” [COM(2006) 708 final, del 22 novembre 2006].

Con la pubblicazione del Libro verde la Commissione ha aperto un periodo di consultazioni, che si concluderà il 31 marzo 2007, cui interverranno i cd. stakeholders (portatori di interessi) e gli altri soggetti organizzati della società civile europea (sindacati, associazioni professionali, associazioni civiche, studiosi, centri di ricerca, etc.). Nella prospettiva che la stessa Commissione presenti per il giugno successivo una Comunicazione sulla cd. flexicurity (flexicurité, in francese; mentre in italiano si è utilizzato il temibile neologismo “flessicurezza”), ovvero sulla necessità di “promuovere la flessibilità combinata con la sicurezza del posto di lavoro”, per dirla con le parole dello stesso Green Paper.

Il percorso che precede l'elaborazione del Libro verde risale ad uno studio sull'evoluzione del diritto del lavoro intrapreso dalla Direzione generale Lavoro, politiche sociali e pari opportunità della Commissione europea già con il cd. Rapporto Supiot del 1999 e con il successivo “General Report on the Evolution of Labour Law” del 2005 (1) ; ma, come vedremo, rimane assai poco della ricchezza di quel processo ricognitivo, di studio ed inchiesta.

1. Il deficit sociale nel Libro Verde

Dalla lettura nel Libro Verde sembra esserci una interpretazione prevalentemente unidimensionale della cd. flexicurity, tutta appiattita sotto il profilo della flessibilità imposta dall'alto del mercato del lavoro e delle forme astratte e imperscrutabili di un capitale sempre più evanescente, ma non per questo meno pervasivo. Anche le 14 domande inserite all'interno del Libro Verde, come interlocuzione rispetto al dibattito che dovrebbe svilupparsi, rischiano di perdersi tra limiti particolaristici ed intenti palingenetici difficilmente comprensibili.

A tratti compare qualche parziale considerazione sull'attuale divisione del mercato del lavoro “a due velocità”, tra i lavoratori “integrati” particolarmente garantiti e quelli “esclusi” in assenza di tutele, con in mezzo una montante “zona grigia” di forme di lavoro precarie, informali e non garantite, il che genera “una situazione di insicurezza” (p. 3 del LV).

D'altra parte non si può fare a meno di notare che si “è avuta una proliferazione di varie forme contrattuali in mancanza di un opportuno adeguamento del diritto del lavoro e delle convenzioni collettive all'evoluzione del lavoro e della società” (p. 7 del LV). Contratti atipici che sono stati utilizzati dalle imprese al fine di “rimanere competitive in un'economia globalizzata”, eludendo la previsione dei costi per adeguare le garanzie e le tutele ai nuovi lavoratori intermittenti. Viene, insomma, edulcorata, ma non del tutto occultata, la condizione di crisi acuta delle politiche sociali sul lavoro, sia a livello di normazione statuale che di intervento comunitario, fino a paventare la necessità di “istituire un Fondo europeo di adeguamento alla globalizzazione” (ivi).

A fronte di questa inevitabile presa d'atto delle fatiscenti condizioni di ibridazione tra diritto del lavoro e politiche sociali il Libro Verde si limita a porre un paio di sbrigative domande riguardo l'eventuale necessità di prevedere “una ben congegnata assistenza per i disoccupati, sotto forma di compensazioni per la perdita di reddito (politiche passive del mercato del lavoro), ma anche di politiche attive del mercato del lavoro” (domanda n. 5, p. 11, LV); “è necessario prevedere un “nucleo di diritti” relativo alle condizioni di lavoro di tutti i lavoratori, indipendentemente dalla forma del loro contratto di lavoro?” (domanda n. 8, p. 14, LV).

Domande che appaiano retorici espedienti comunicativi, la cui premessa in positivo avrebbe dovuto guidare le reali proposte per adeguare la legislazione sociale, quella del diritto del lavoro e le forme di tutela e garanzia dei lavoratori autonomi e flessibili, per l'affermazione di un nuovo modello sociale europeo. Invece il Libro Verde sembra rimanere in mezzo al guado e così finisce con l'incontrare un quasi unanime e pluralistico dissenso: a cominciare dai pronunciamenti radicalmente negativi delle organizzazioni sindacali confederali e di quelle confindustriali, così come delle organizzazioni dei lavoratori autonomi (in particolare i freelance inglesi), per finire con i freddi pareri di gran parte delle associazioni civiche non governative (2) . Niente male per un lavoro che dovrebbe avviare consultazioni propositive da parte dei diversi soggetti collettivi di una nascenda sfera pubblica europea non del tutto istituzionalizzata.

2. Reddito e nuovo welfare “presi sul serio”, per l'autonomia della generazione precaria

Riguardo il contesto italiano la pubblicazione del Libro Verde potrebbe inaspettatamente costituire l'occasione per riprendere in mano il sottile filo rosso che lega un dibattito critico e sempre sottaciuto sulla trasformazione del welfare state, nella prospettiva di una nuova definizione delle politiche sociali europee e a partire dalle rivendicazioni della generazione precaria.

a) oltre il welfare “lavorista” italiano: per l'introduzione del reddito di esistenza

In Italia si paga lo strutturale ritardo del welfare rispetto al mutamento delle forme dell'organizzazione sociale e del lavoro. Per riprendere l'analisi di Manuel Castells, indiscusso studioso dell'«età dell'informazione» (3) : “in generale, la forma tradizionale del lavoro, basata su occupazione a tempo pieno, mansioni univoche e normate e una carriera definita sul ciclo di vita si sta sgretolando in modo lento ma certo”. È questo un processo di radicale mutamento del rapporto tra capitale e lavoro, descritto dalla narrativa sociologica degli ultimi venti anni sulle forme del lavoro post-fordiste (si rinvia agli studi e le inchieste di Sergio Bologna e Richard Sennett, per citare solo due tra i maggiori analisti). Basti qui solo accennare alla grande trasformazione delle condizioni lavorative in cui prevalente diviene la capacità relazionale, comunicativa, di cura, intellettuale e di reciproco scambio di informazioni e conoscenze, sia nella ricerca, che nello svolgimento del lavoro. E decisivi in questo mutamento sono stati due processi avviati nel corso degli anni '70: “l'ingresso massiccio nel mercato del lavoro delle donne, [...] proprio nel momento in cui, in seguito alle modificazioni produttive e tecnologiche, inizia anche una graduale trasformazione della regolamentazione e del quadro normativo dei rapporti di lavoro (processo o politiche della flessibilità)”(4) : insomma l'avvento della “rivoluzione della tecnologia e dell'informazione” e “le lotte delle donne e dello sfaccettato movimento femminista” ( Castells), con la connessa “femminilizzazione del lavoro”(5) .

C'è un doppio andamento iscritto in queste trasformazioni capitalistiche delle condizioni di lavoro, in cui si gioca la libera scelta e l'autonomia dei tempi lavorativi e della realizzazione di sé dentro e fuori il lavoro, insieme con l'attesa “ancora di essere ammessi nella sfera delle garanzie primarie”, che precedono quelle “aggiuntive dello stato sociale”(6) . Se volessimo dirlo con degli slogan è la rivendicazione di una “insubordinazione” rispetto alla società dei salariati fordisti, cui si accompagna una oggettiva condizione di deperimento delle garanzie e tutele: il lato solare di libertà ed autonomia delle forme di vita si scontra con la sofferenza dei principi e delle pratiche di giustizia e solidarietà. È anche la fase di incubazione del dogma liberista del capitalismo finanziario globale e di una condizione di sopraffazione del momento economico rispetto a quello regolativo: salta il patto sociale dell'epoca fordista ed il comando capitalistico sfugge alle gabbie della mediazione politico-istituzionale.

Tutto ciò è la “rivoluzione” che ha mutato i tempi, gli spazi e le forme del lavoro, nonché gli stili di vita e delle relazioni sociali, al punto che “le attività di istruzione-formazione, dei compiti domestico-familiari, di cura delle persone, di vita comunitaria e sociale,” divengono delle vere e proprie “attività non di mercato” svolte nel “tempo disponibile di non lavoro” tradizionale, e devono perciò ora essere considerate “vere e proprie attività lavorative”e perciò retribuite(7) .

Questa grande trasformazione non è stata minimamente recepita dalle forme istituzionali dell'inclusione sociale del nostro Paese. L'impostazione “lavorista” del modello sociale italiano, un eccesso incontrollato di “interventi settoriali” (cassa integrazione, prepensionamenti, mobilità lunga, etc.) e una legislazione che da ormai vent'anni genera flessibilità e precarietà nelle forme del lavoro, in assenza di tutele (8) : ecco l'implosione del patto sociale che aveva guidato l'Italia nei Trenta gloriosi. A ciò si aggiunga una strutturale tendenza italico-mediterranea a far gravare prevalentemente sulle famiglie la rete di garanzie per le giovani generazioni e anche ben oltre, al punto di poter parlare di un “welfare familistico”. È così che si giunge al fallimento del sistema di garanzie per l'attuale forza lavoro compresa tra i 20 ed i 40 anni, stritolata tra un presente in assenza di diritti e l'assenza di un diritto al futuro.

L'arretratezza del nostro sistema sociale nel contesto europeo è ulteriormente confermata dal fatto che ormai, tra i 15 vecchi paesi appartenenti all'UE, solamente l'Italia e la Grecia non prevedono una forma anche minima di basic income e/o di “reddito minimo” garantito e più o meno universale (9) . E questa dovrebbe essere una campagna all'altezza dei tempi, che vada ben oltre la limitata proposta governativa di aprire un Tavolo di mediazione sociale per la riforma degli ammortizzatori sociali, per altro aperto ai soliti noti soggetti della rappresentanza politica, sindacale e confindustriale, che poco o nulla hanno il polso delle trasformazioni soggettive, lavorative, esistenziali che accompagnano la transizione verso il postfordismo (10) .

Paradossalmente proprio a partire da una inevitabile critica del Libro Verde in questione – e da una connessa decostruzione della assai debole politica sociale portata finora avanti dall'attuale Governo Prodi – si dovrebbe avviare una discussione pubblica e una battaglia politico-culturale sulla necessità di modellare tutela e protezione delle nuove forme del lavoro, atipiche, flessibili, discontinue, intermittenti, etc. (11) all'interno di una più ampia trasformazione del welfare. Che sia all'ordine del giorno la possibilità di immaginare nuovi meccanismi regolativi tra capitale, forza lavoro e politiche sociali di garanzia informate ai princìpi di solidarietà, cooperazione, autonomia e libertà. Tenere insieme l'esigibilità di tutele garantistiche e forme di reddito sganciate dalla prestazione lavorativa tradizionale, insieme con meccanismi di formazione permanente e continua, riqualificazione dei servizi pubblici, accesso alla casa e affermazione di nuovi diritti significherebbe poter parlare insieme il linguaggio dell'innovazione generazionale e quello dell'innovazione strutturale del Paese.

b) per l'autonomia della generazione precaria

Ma spesso i soggetti della grande trasformazione verso forme del lavoro postfordiste hanno dovuto scontrarsi proprio contro le forze sindacali tradizionali e le cosiddette forze progressiste appartenenti alla sinistra, tanto “moderata”, quanto “radicale”.

Prendiamo ancora in prestito le parole di Sergio Bologna (cit. alla nota 6).

“Questa Sinistra, che pretende di rappresentare l'unica opposizione alle tendenze neo-liberali, non si è ancora staccata dai parametri mentali del fordismo, rappresenta uno sterile (e improbabile, antistorico) ritorno al fordismo”.

“I sindacati non hanno ancora intrapreso la strada di una trasformazione interna dei loro modi di operare, dei loro linguaggi, in modo da essere istituzioni adeguate ai problemi della società postfordista o del lavoro flessibile o del lavoro autonomo di seconda generazione. SI limitano a difendere gli iscritti, che appartengono in stragrande maggioranza alle categorie dell'impiego pubblico e delle grandi aziende o alla categoria dei pensionati (che sono la maggioranza degli iscritti al più grande sindacato italiano, la CGIL).”

È così fotografato uno scacco epocale per la tradizionale modellistica dei sistemi politici e sindacali e soprattutto una frattura generazionale tra i soggetti che rivendicano un mutamento dell'esistente e la rappresentanza politico-sindacale storicamente più attenta alle trasformazioni sociali. Così l'atipica e flessibile generazione di lavoratrici autonome, intermittenti prestatori d'opera, precari-e del lavoro intellettuale paga la sua atomizzazione sociale costretta in una condizione di servitù pre-moderna al “mercato del lavoro” e di logoramento politico ed esistenziale ai meccanismi di rappresentanza tradizionale e di governance post-moderna.

Ma le soggettività del lavoro precario, postfordista, autonomo, etc. da una parte hanno capito la necessità di immaginare nuove forme di autorganizzazione e autorappresentanzione delle loro istanze e rivendicazioni (si pensi all'altalenante percorso delle MayDay qui in Europa, così come al lavoro della Freelancers Union negli Stati Uniti, o alla miriade di gruppi che si narrano, discutono e agiscono a partire dalla loro condizione lavorativa) (12) . Dall'altra quelle stesse soggettività hanno sperimentato la possibilità di incontrare il consenso dell'opinione pubblica sulla nuova questione sociale della precarietà diffusa, al di là della oggettiva condizione lavorativa: così è avvenuto nella primavera dello scorso anno nelle lotte francesi ant-cpe, che hanno avuto l'invidiabile capacità di produrre una condivisione intergenerazionale e di costringere le forze sindacali e di sinistra al dettato della agenda rivendicativa proposta dai movimenti precari e studenteschi (13) .

È l'apparentemente impossibile quadratura del cerchio di pensare forme definite e provvisoriamente permanenti di auto-organizzazione e di produzione di conflitto, nell'epoca della flessibilità ed intermittenza lavorativa. Una speranza e poco di più, per ora, di un qualcosa ancora informe, ma necessario, in quanto “occorre un lavoro propedeutico in profondità, che ci liberi a poco a poco dagli schemi mentali acquisiti durante il fordismo e riprodotti all'infinito, come una litania, dalla Sinistra”: una speranza nella “concreta possibilità di trovare, nella condizione di lavoratori postfordisti, gli elementi di liberazione o almeno di autotutela” (14) .

Flessibilità e autonomia della prestazione lavorativa, sicurezza di reddito e garanzie sociali, auto-organizzazione delle proprie esistenze e condivisione di una nuova socialità, cooperazione sociale e solidarismo: potrebbe essere un primo ripensamento dal basso della flexicurity, ma anche il cominciamento di un ancora afasico abecedario per la lingua ancora sconosciuta della liberazione ai tempi della indeterminatezza delle condizioni di vita e lavoro.

c) per un nuovo modello sociale europeo, au-de-là de l'émploi et de l'État (15) .

Il contesto europeo, se preso come spazio che dia la possibilità di cortocircuitare la dimensione locale-metropolitana con quella post-statuale, potrebbe divenire un momento di rovesciamento della flexicurity interpretata in modo unidimensionale dal Libro Verde: giocare il contenuto del Libro Verde contro gli stessi estensori, anche questo potrebbe essere un primo passaggio di consultazione della “società civile europea”.

Lo spazio politico-istituzionale continentale è in una trasformazione epocale da più di un ventennio e trova sempre maggiori difficoltà ad essere circoscritto nelle forme tradizionali delle categorie politiche già conosciute. Proprio la sua indeterminatezza istituzionale, ancora neanche “embrionale o rudimentale” (16) , dovrebbe renderlo un luogo molteplice, disponibile alla sperimentazione non solo dall'alto delle élite governative e/o finanziarie, ma anche dal basso delle embrionali forme di vita dei nuovi soggetti sociali postfordisti. Quasi sia possibile ricombinare la oramai annosa discussione sull'Europa sociale ben oltre una ”economia sociale di mercato”, partendo da un ripensamento del modello sociale del Nord Europa (17) , per inserirla all'interno di una riflessione “sul modo di organizzare una forma di protezione minima su scala continentale”, che possa assumere, in fase embrionale la forma di un “eurodividendo” o di un “eurostipendium”, vincolato alla previsione di “modelli di finanziamento alternativi” (18) .

Questa continua ad essere la scommessa aperta di tenere insieme un nuovo welfare articolato tra locale e continentale, insieme con sperimentazioni di una cittadinanza solidale ed attiva. Una frammentazione dei poteri che passa dal ripensamento di un federalismo critico e radicale, dentro e fuori le istituzioni, alla ricombinazione applicativa del principio di sussidiarietà, come strumento di autogoverno, regolazione condivisa e protagonismo delle reti associative nella gestione condivisa dei beni comuni. Il tentativo di sperimentare l'esistenza di pratiche sociali e regolative che, insinuandosi nella grande divaricazione tra diritto pubblico e privato, tra l'apparentemente soft governance e le rigidità del governo, riescano a conquistare spazi di autoregolazione sociale e solidarismo: il crinale tra uno spurio diritto sociale e procedure di autogoverno, che diano soluzioni inedite e permanentemente aperte al conflitto sociale di una democrazia attiva e post-rappresentativa (19) .

Anche per questo in alcune Regioni d'Italia da anni si sta sperimentando l'ardito e faticoso percorso di azioni e progetti di legge regionali volti a prevedere le prime forme di reddito di cittadinanza e/o di base locale-regionale. È il caso della contraddittoria esperienza campana , quindi dei processi aperti in Friuli Venezia Giulia, Molise, Lazio ed in parte Lombardia, Puglia e Valle d'Aosta. Tentare di coniugare forme inedite di socializzazione delle forme di governo locali e di nuovo welfare, estendendo le garanzie alle cittadinanze, non solo in quanto forza lavoro, prevedendo un “reddito di base locale-regionale”, sia tramite erogazioni monetarie sganciate dalla prestazione di lavoro, che mediante l'estensione di servizi pubblici per la mobilità, la formazione permanente e continua, l'accesso alla casa, la produzione e fruizione culturale e delle nuove tecnologie, etc. (21)

Un ripensamento globale della struttura istituzionale del welfare state novecentesco, che parte dal basso, investe la dialettica tra autonomia locale-regionale e governo centrale, anche alla luce delle riforme autonomistiche dell'ultimo decennio, impone un ripensamento della spesa sociale statale e interroga la definizione di un nuovo modello sociale europeo.

È il tentativo di tenere insieme percorsi di redistribuzione dei poteri tra autonomie istituzionali e sociali, in un'ottica di un federalismo come processo permanentemente aperto e di una concezione del pubblico non-statale che scarta la lettura unidimensionale del “pubblico” come immediatamente “statale” e interroga la possibilità di pensare nuove forme di organizzazione sociali e istituzionali.

Anche per questo l'occasione di aprire un ampio confronto pubblico sulla “questione flexicurity” può mettere in relazione il livello locale-regionale con quello sovra-statale, come spazi politico-istituzionali in trasformazione e perciò non rigidamente perimetrati, ma suscettibili di una inedita composizione dei conflitti sociali, rispetto alle plurisecolari rigidità della forma-Stato.

3. Una conclusione che vorrebbe essere un'apertura

Se volessimo essere epocali e al contempo disincantati si potrebbe dire che è questo il tempo in cui tutti i soggetti (da quelli istituzionali, partitico-sindacali, a quelli economico-imprenditoriali, ai movimenti sociali) dovrebbero pensarsi in modo inedito, ammettendo le proprie incapacità ed i propri errori, se davvero volessero praticare nuove forme di autonomia, a partire da processi di sperimentazione per la trasformazioni delle politiche sociali. Perciò sembra auspicabile che intorno all'attuale Libro verde e al pluriennale processo di definizione delle politiche sociali comunitarie ci sia un dibattito il più ampio possibile, che travalichi il tradizionale circuito della rappresentanza politico-sindacale e includa prese di parola collettive e singolari dei soggetti sociali, esterni ai tradizionali canali di pressione delle istituzioni statali e comunitarie. L'ipotesi di mettere in campo pratiche ibride di relazione tra l'emergenza di nuove soggettività, con il loro portato di innovazione sociale e rivendicativa, e il momento di accoglimento politico-regolativo, per la trasformazione dei sistemi socio-istituzionali, potrebbe costituire una reciproca crescita, in cui la mediazione del conflitto sociale permetterebbe da una parte l'affermazione di un nuovo welfare e dall'altra di immaginare meccanismi di regolazione giuridica maggiormente inclusivi, rimodellando anche il cd. Metodo Aperto di Coordinamento.

Questa potrebbe essere la scommessa di prendere sul serio un Libro verde sulla flexicurity, per molti versi insoddisfacente: la lotta per l'affermazione di politiche sociali locali, statali e comunitarie all'altezza dei tempi, come momento di protagonismo dei soggetti sociali non appartenenti alla società civile istituzionalizzata, rimasti troppo a lungo esclusi e/o scettici rispetto all'amputato processo di costituzionalizzazione comunitario e in ogni caso scontenti dello status quo istituzionale. Chi quotidianamente prova a sperimentare forme di affermazione di diritti al futuro e a una vita dignitosa non ha nulla da perdere in questa battaglia per la trasformazione dei sistemi sociali esistenti.

“Qui era iniziata la rivoluzione della buona borghesia, non la rivolta di un proletariato disperato, ma la ribellione del ceto dei professionisti istruiti, colonna portante della società”.

J.G. Ballard, Millenium People, 2003.

Note

1) Il rapporto, a cura di Alain Supiot, titolato Trasformazioni del lavoro e il futuro della regolazione del lavoro in Europa, era stato preparato per la Direzione generale Lavoro e politiche sociali della Commissione europea ed è stato pubblicato in francese (Au-de-là de l'emploi, Flammarion, 1999), in spagnolo (Trabajo Empleo, Tirant lo blanch, Valencia, 1999), in inglese (Beyond Employment, Oxford University Press, London-New York, 2001), quindi in italiano (Il futuro del lavoro: trasformazioni dell'occupazione e prospettive della regolazione del lavoro in Europa , 2003).

2) Si rinvia alla esauriente raccolta di materiale contenuta nel Dossier curato da Clemente Massimiani presso il sito Labour Web della facoltà di Giurisprudenza dell'Università di Catania.

3) Per riprendere il titolo della sua monumentale opera in tre volumi M. Castells 2004: la citazione in questione è ripresa dal I volume Nascita della società in rete, 2002 [1997], p. 317.

4) Questa la ricostruzione contenuta nel Rapporto Supiot, cfr. Alain Supiot, 2003, p. 174.

5) Analisi, inchiesta sociologica e dibattito assai ampio su questo tema, per il quale mi limito a rinviare ai Quaderni di Via Dogana, 2005 e 2006, nonché a Posse, 2003 e T. Bertilotti, C. Calasso, A. Gissi, F. Lagorio (a cura di), 2006.

6) Per dirla con Sergio Bologna, 1997, p. 25.

7) È questa la condivisibile analisi proposta da. Alain Supiot, 2003.

8) Sull'impostazione lavorista del nostro welfare si cfr. da ultimo la ricostruzione di Filippo Pizzolato, 2004; sulla necessità di adeguamento dei sistemi sociali alle trasformazioni del lavoro si rinvia a Massimo Paci, 2005; sul mutamento dei rapporti di lavoro in Italia nell'ultimo trentennio si veda un lavoro facilmente rintracciabile anche in rete: Betti Eloisa, Mutamenti nei rapporti di lavoro in Italia dalla crisi degli anni '70 alla flessibilità alla flessibilità.

9 ) Per dirla con la formula di Philippe Van Parijs – Yannick Vanderborght, 2006, ai quali si rinvia per la tabella sui sussidi nell'Europa a 15 (p. 12), dalla quale è ripresa la ricostruzione che qui proponiamo. Ricorda questa inadempienza mediterranea (italo-greca) anche Chiara Saraceno (2003) che, nel suo pluriennale lavoro, prova a legare le problematiche delle politiche pubbliche sulla formazione, i giovani e le famiglie, le donne ed il lavoro, con le nuove povertà e la previsione di forme di sostegno al reddito, tentando, probabilmente troppo inascoltata dal mondo della politica di sinistra, di aprire una discussione programmatica sulla definizione di un nuovo welfare; si veda anche la sua interessante introduzione al succitato volume di Philippe Van Parijs – Yannick Vanderborght, 2006. Rimanendo al dibattito mainstream e “riformistico” italiano si rinvia anche agli interventi pubblicati in http://www.lavoce.info/, in particolare a quelli di Tito Boeri e Claudio De Vincenti di gennaio 2006 e di Marco Di Marco del gennaio 2007; nonché la recente intervista a Tito Boeri, Salario minimo nazionale, contrattazione decentrata e maggiori controlli.

10) Proposto da R. Benini, E. Ceccati e C. Monachesi, Il futuro del lavoro, nella Rivista Lavoro Welfare (Dicembre 2006), pp. 126 e ss., diretta dall'attuale Ministro del Lavoro Cesare Damiano.

11) Ben sapendo che «le forme del lavoro postfordista sono molto più complesse e articolate di quanto espresso da termini come “lavoro atipico” o “lavoro precario”», come ci ricorda Sergio Bologna, Nuove forme di lavoro e classi medie nella società postfordista, in Quaderni di Via Dogana 2006, p. 47.

12) Si rinvia alla rete MayDay nata a Milano, che in occasione del 1° maggio del 2000 ha “inventato” la MayDay Parade delle/i precari-e (sotto l'ala protettiva di San Precario e in comunicativa contrapposizione con (la piazza) San Giovanni dei sindacati confederali), negli anni successivi divenuto appuntamento sperimentato in molte metropoli europee: http://www.euromayday.org/. Si vedano ora gli ulteriori sviluppi delle azioni dell'intelligence precaria. Sul lavoro organizzativo della Freelancers Union, a metà tra associazione di mutuo soccorso, sindacato post-moderno e gruppo di lotta e pressione si veda http://www.freelancersunion.org/, nonché l'articolo Sara Horowitz, sindacalista free lance pubblicato sull'Economist e uscito in italiano su Internazionale, n. 675, del 12-18 gennaio 2007. A proposito del riprodursi di gruppi spontanei di narrazione e intervento a partire dalla propria precaria condizione lavorativa si veda quanto riportato da Adriana Nannicini in Quaderni di Via Dogana (2006), pp. 63 e ss. ma anche in T. Bertilotti, C. Calasso, A. Gissi, F. Lagorio (a cura di) 2006, p. 55 e ss.

13) In tema si rinvia alla sezione dedicata a Place de la précarité in questo stesso sito e anche a I diritti al futuro della generazione precaria francese ed europea.

14) Per riprendere ancora la conclusione dell'analisi proposta da Sergio Bologna, cit., p. 51.

15) Come detto nella nota n. 1, cui si rinvia, Au -de-là de l'emploi era il titolo francese del cd. Rapporto Supiot.

16) Per dirla con Zygmunt Bauman, Quell'arte tutta nostra di saper parlare all'altro

17) Per una ricostruzione sulla tensione tra “Social Market Economy” e “Europe's Social Model” si rinvia a C. Joerges, F. Rödl, (2004). Sul modello nordico nella trasformazione socio-istituzionale comunitaria si rinvia a Hans Martens, Carlos Buhigas Schubert (2005).

18) Questa discussione è riportata da Philippe Van Parijs – Yannick Vanderborght, 2006, pp. 137 e ss., cui si rinvia. Per riferimenti al contesto europeo si rinvia ai lavori della rete Basic Income European Network e a quelli della connessa rete del Basic Income Earth Network. Alcuni dei lavori prodotti da queste reti sono stati pubblicati in italiano nella “rivista di quotidiano movimento” Infoxoa (2006).

19) Varrebbe qui la pena accennare ad un ardito percorso di ricostruzione delle teorie del diritto a partire dall'esperienza del cd. droit social e del pluralismo istituzionale del primo Novecento francese di Hauriou e Duguit, fino ad arrivare alle teorie reticolari di Ost – Van de Kerchove (2002) e a quelle sulla teoria costituzionale post-moderna e sulla costituzionalizzazione della governance democratica di Ladeur (2003) e del “costituzionalismo societario” di Teubner (2002) e (2004), solo per accennare uno spericolato e accidentato indirizzo di ricerca.

20) A partire da quell'esperienza la rivista il mese di aprile 2005, rivista online di http://www.rassegna.it/ fece un numero monografico sulla questione del reddito di cittadinanza.

21) Cfr. il lavoro di Andrea Fumagalli, Per la flexicurity e il reddito di base regionale.