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![]() Il crinale del riformismo europeo tra diritti sociali e precariato del lavoroUltima modifica: sabato 17 febbraio 2007 Benedetto Vecchi* Nel Libro Verde c’è l'idea di garantire una "base di diritti" per tutta la forza-lavoro anche se annuncia un ridimensionamento dei diritti sociali di cittadinanza e l’estensione del precariato diffuso. Manca ancora la presa di parola della forza-lavoro. Sia essa precaria, "autonoma", a tempo indeterminato. La lettura del recente "libro verde" sulla legislazione del lavoro lanciato dall'Unione europea nell'arena pubblica provoca una sensazione di straniamento. Straniamento dovuto alla forma che le istituzioni europee hanno scelto per porre il problema di una riforma delle legislazioni del lavoro nei diversi paesi. Il green paper è infatti presentato come un work in progress emendabile dalla discussione pubblica che si protrarrà fino a giungo di quest'anno. Ma la sensazione che ci troviamo di fronte a un fatto insolito nella, spesso, autoreferenziale azione delle varie commissioni comunitarie è che la riforma delle norme che regolano i rapporti di lavoro è assunta come una sfida politica per far fronte alla "grande trasformazione" della globalizzazione, con i suoi squilibri nei rapporto tra gli stati e l'aumento delle differenze sociali che ha provocato. E' quindi un documento che presenta un'analisi la cui conoscenza, approfondimento e articolazione è motivo di interesse e che tuttavia rivela una distanza dalla nuda vita sia della forza lavoro a tempo indeterminato che di quella sottoposta a contratti non standard. La «grande trasformazione» è considerata infatti un fatto già accaduto e verso le quale si propone un adeguamento legislativo preliminare e dunque mai successivo alla presa di parola della forza-lavoro precaria o di quella che conosce norme contrattuali che il documento continua a chiamare standard. Il "libro verde" compie quindi un rovesciamento della prassi che ha caratterizzato, in epoca moderna, l'opera dei giuslavoristi, i quali intervenivano quando i conflitti tra capitale e forza-lavoro avevano già modificato la costituzione materiale. Nel documento dell'Unione europea si sottolinea invece il fatto che siano le istituzioni i luoghi preposti a creare le condizioni di un conflitto, anzi più precisamente di una dialettica sociale tra le imprese e le organizzazioni del lavoro dipendente. Ed è da questo punto di vista che il "libro verde" mostra una distanza dalla nuda vita del rapporto tra capitale e forza-lavoro. Dunque, un testo ambizioso, a suo modo "costituente" di un ordine del discorso "riformista" attorno al mercato del lavoro continentale che va sempre inserito su tendenze globali. Il documento dell'Unione europea passa in rassegna lo stato dell'arte della legislazione sul lavoro dei diversi paesi, sottolineando il fatto che nell'ultimo decennio c'è stata una moltiplicazione delle forme contrattuali il cui effetto collaterale è stata una frammentazione del mercato del lavoro. Il part-time, il lavoro a chiamata, il telelavoro, quello interinale, la consulenza e il lavoro autonomo non sono una prerogativa dell'Italia, ma coinvolgono l'insieme dei paesi che fanno parte dell'Unione europea. Altro fattore che il "libro verde" registra è che le forme contrattuali non standard non riguardano solo gli uomini e le donne che hanno difficoltà ad entrare nel mercato del lavoro o che coinvolgono solo le mansioni dequalificate o i giovani che fanno la loro prima apparizione nel mondo della produzione. La deregolamentazione del mercato del lavoro coinvolge l'insieme della forza-lavoro. Da questo punto di vista, la parte del paper dedicato al lavoro autonomo evidenzia bene il fatto che oramai sono anche gli skilled a essere investiti da rapporti contrattuali distanti anni luce dalla forme tradizionali di self-employement o dall'assunzione a tempo indeterminato magari come professional. Con realismo, il libro verde registra il fatto che la precarietà è il clinamen presente e futuro della forza-lavoro. Con un alto tasso di spregiudicatezza, il documento propone di introdurre una figura del lavoro che superi le vecchie distinzioni tra lavoro dipendente e lavoro autonomo. Questa nuova figura è chiamata lavoro economicamente dipendente e che comprende tutte le tipologie contrattuali conosciute, considerate la forma giuridica che definisce le modalità nell'erogazione della forza-lavoro. Detto in sintesi: sia i precari, che gli intermittenti, che i tempo indeterminato, che i self-employement sono racchiusi in questa nuova figura lavorativa perché dipendenti dal ciclo economico e dal ciclo produttivo, anche se formalmente sono giuridicamente lavoratori autonomi o a tempo parziale. E' questa la parte più pregnante del "libro verde" e che andrebbe discussa a fondo proprio per le implicazioni "politiche" che comporta. E' noto che la produzione reticolare della ricchezza consideri la molteplicità dei rapporti di lavoro la condizione necessaria per il suo funzionamento. Così come è indubbio che in un'impresa a rete, in quanto modello dominante dell'organizzazione produttiva, le forme di subordinazione della forza-lavoro devono assumere il «principio di individuazione" come orizzonte strategiche nelle relazioni contrattuali tra impresa e forza-lavoro. La subordinazione è quindi ricombinata attraverso la pluralità delle norme contrattuali e da una gerarchia che agisce contemporaneamente su dispositivi di sorveglianza e di disciplina vis-à-vis in cui l'autonomia della forza-lavoro è retoricamente auspicata, ma solo all'interno di un quadro di compatibilità che la rete produttiva definisce di volta in volta. Ma il «principio di individuazione» di cui ci sono molti echi nel documento dell'Unione europea si arresta di fronte che il processo produttivo è momento collettivo di relazioni sociali. Da qui la necessità di un "quadro normativo" che legittimi una pluralità ragionevolmente semplificata delle norme contrattuali che trova la sua "base sociale" in una piattaforma comune di diritti individuali e collettivi. Questo è il punto più squisitamente politico del documento. Un punto di arrivo politico e anche di partenza per introdurre un secondo punto su cui si articola il "libro verde", cioè quella asimmetria di diritti e tutele che la forza-lavoro ha imparato a conoscere molto bene. Da una parte, una componente ancora maggioritaria, ma destinata a diventare marginale, del «lavoro dipendente» che usufruisce dei diritti sociali di cittadinanza; dall'altra l'esercito in crescita dei precari che guarda come a una terra promessa quell'insieme di tutele e diritti che hanno caratterizzato i rapporti tra capitale e forza-lavoro. Per gli autori del "libro verde" questa è una situazione oramai insostenibile e per questo evocano la parola magica della flexicurity, attraverso la quale armonizzare i diritti della forza-lavoro e la flessibilità di cui hanno necessità le imprese per avviare quel circolo virtuoso tra innovazione e competizione internazionale. Ma è proprio su questo crinale che l'iniziale straniamento cede il passo a un più corposo dubbio sul fatto che le pur lodevoli pari del documenti siano prolegomeni di un ordine del discorso sulla necessità di una radicale deregolamentazione del mercato del lavoro a cui deve seguire la definizione di un insieme di norme, diritti e tutele che registrino e legittimino tale deregolamentazione. In altri termini, c'è in filigrana nel "libro verde" l'idea che quella "base di diritti" per tutta la forza-lavoro auspicata dagli autori si costruisca su un ridimensionamento dei diritti sociali di cittadinanza per favorirne, una volta ridimensionati, l'estensione al precariato diffuso. Un testo da "prendere sul serio" non tanto per l'organicità che lo caratterizza, ma perché definisce il campo tematico e analitico della discussione attorno alla riforma del diritto del lavoro. Lo studioso francese Pierre Bourdieu ha spesso parlato di campo per indicare l'insieme dei problemi, dei conflitti, delle vision attorno a un fattore costituivo dei rapporti sociali. E ha sempre segnalato che i confini che lo delimitano siano quelle zone grigie in cui i conflitti sono più aspri. Partecipare alla discussione attorno al "libro verde" dovrebbe essere caratterizzata proprio dalla necessità di rendere quei confini momento di conflitto per far sì che la delimitazione tematica del campo sia in questo caso impossibile, visto che si tratta di discutere proprio di un rapporto sociale che vede ancora assente la presa di parola della forza-lavoro. Sia essa precaria, che "autonoma" che a tempo indeterminato. *“Il manifesto>/strong> |
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