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Giustizia umana per i carneficiUltima modifica: sabato 10 febbraio 2007 La pena di morte contro Saddam Hussein è un atto che non rende giustizia ai torti impartiti alle sue vittime. Federica Resta
“La giustizia è più forte dei suoi nemici”. C’è ancora bisogno di vendetta nelle parole del premier iracheno Nouri al Maliki, che commentando la condanna a morte dell’ex rais Saddam Hussein, torna ancora una volta a ridurre la giustizia a gioco di forza e di potere, a lotta non “per il diritto”, ma per la supremazia, combattuta su opposte trincee, tra nemici irriducibili. E se anche, precisa il primo ministro, ''per me la sentenza non rappresenta niente, perché la sua esecuzione non vale tutto il sangue che ha versato” può almeno “portare un po' di conforto alle famiglie dei martiri''; di quei 148 sciiti sacrificati a Dujail nel 1982. Come se poi l’impiccagione del boia, e la vendetta che tutto giustifica, facendo del carnefice un’ennesima vittima, potessero restituire la vita a tutti coloro che sono stati uccisi. Come se la violenza di Stato potesse cancellare gli orrori di una politica omicida; come se dalla morte potesse rinascere la vita. E non si tratta di ingenue speranze, ma della genealogia di un luogo comune, di colpevoli illusioni del potere, la cui storia consiste da sempre nella programmazione della propria innocenza rispetto all’arbitrio. Sono queste le cieche contraddizioni che la logica ferrea e spietata dell’ ”occhio per occhio” della legge del taglione ripropone da millenni, di fronte a tutto il non-senso della violenza, ma soprattutto di quella dimensione paradossale della violenza che assume la forma neutra e impersonale dello Stato. Come quando si pensa di scambiare – come fece Eichmann - un milione di uomini (ebrei) con diecimila camion, o come quando– lo fece Himmler- si definisce un popolo “materia biologica di valore”. Troppe politiche di morte hanno avuto la pretesa di giustificare questi crimini, in nome ora della purezza della razza, ora della lotta al dissenso politico, ora della fedeltà al regime, alla sua religione, ad una sovranità mai giustiziabile perché “giusta in quanto tale”; perché, come recita un detto antico, “il re non sbaglia mai”. Neppure quando si arroga il diritto di decidere che il destino di altri uomini “sarà quello di non avere più destino alcuno” (Lejbowicz), facendo del sangue versato un simbolo di catarsi, e di quei corpi straziati un trionfo di guerra. E se i crimini contro l’umanità, come quelli di cui rispondeva Saddam Hussein, sospendono il tempo, rendendo il potere artefice del destino degli uomini, non c’è giustizia che possa restituire una storia non vissuta, ma soltanto sostituire alla forza anonima della fatalità la dialettica sofferta, ma misurata, del confronto e del perdono. Ma è difficile immaginare che tanto orrore possa ridursi alle formule vuote e fredde della legge, e che si possano attribuire colpe e responsabilità senza ricadere nel vuoto di senso dell’ordalia, dell’annientamento sacrificale del carnefice, escluso dall’umanità come le vittime dei suoi crimini. Il processo a Saddam ha dimostrato, ancora una volta, il legame profondo, e così difficile da recidere, tra giustizia e vendetta. Ogni attimo di quel giudizio sembrava replicare, specularmente, immagini e scene di un passato che assorbe il presente e il futuro di un popolo, e che chiede di essere celebrato nelle forme sacrali di un rito; per onorare una memoria che si declina soltanto all’imperativo. Nella disinvestitura del tiranno c’è il bisogno disperato dei sopravvissuti di vedere il boia “nudo fra genti vestite”, spogliato del crisma sacrale della sovranità; corpo fragile e sofferente come le vittime della sua colpa imperdonabile. Del corpo a corpo della guerra, questo processo replicava, nella sua ritualità a volte oltraggiosa, tutta la tragica fisicità; l’immane concretezza di uno scontro che non conosce mediazioni. Spogliato dell’uniforme come delle finzioni cui obbliga il potere, il tiranno è privato di umanità e dignità; di quel “diritto ad avere diritti” che fa del nudo corpo un uomo. Così la vittima, testimone essa stessa (molto più di ogni narrazione) del male e della sua banalità, resta inchiodata al limbo di una sofferenza che non può tradursi in parole né accuse; priva di un’identità diversa da quella che il crimine le ha imposto per sempre. Finchè la giustizia si limiterà, come nella condanna a morte a Saddam, ad invertire i ruoli di vittime e carnefici, non sarà che un “mimo della guerra”. Da cui potrà differenziarsi soltanto se rinuncerà ad annientare il nemico, reintegrandolo nella società con una pena che ne sancisca le colpe. La giustizia è più forte dei suoi nemici soltanto se si fa umana. Soltanto se restituisce al carnefice, con la pena, la sua dignità, rendendolo capace di riconoscere se stesso nell’altro; e soltanto se libera la vittima dalla prigionia del suo eterno passato, riconoscendole l’identità e il vissuto di cui è stata privata. Solo se la giustizia si fa reciproco riconoscimento e dovere di memoria nella vita e per la vita, il processo può tornare ad essere il terreno per la costruzione di uno spazio comune per l’umanità; per la vittima come per il suo carnefice. da "La Gazzetta del Mezzogiorno", 31 dicembre 2006 |
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