Il Blog di MercurioCrs

MercurioWebLogIl Blog di MercurioCrs MercurioCRSLa newsletter del CRS |
Sei in: Home / Rubriche / Novecento in stile operaista / Il passaggio della politica nei legami del destino
Il passaggio della politica nei legami del destinoUltima modifica: venerdì 5 gennaio 2007 Rita Casale
Passato e futuro nella contingenza del presente. «Politica e destino» (Luca Sossella Editore), l'ultimo Tronti e il primo reinterrogati da amici e allievi Politica e Destino è un libro singolare. Festschrift amichevole e antiaccademica in onore di Mario Tronti, confronto critico con l'ultima fase del suo pensiero e soprattutto interrogazione collettiva su che cosa è da pensare nell'epoca della crisi della politica. La domanda che il testo nella sua plurivocità si pone non è quindi quella classica della politica moderna sul che fare, sul come agire, bensì quella sulle possibilità del politico nella fase del suo compimento storico. Di una tale prospettiva della questione è ben consapevole Tronti, quando nel testo della sua lectio magistralis, che dà il titolo all'intero volume, esplicita che le sue riflessioni devono essere lette come quelle non di un pensatore politico, bensì di un «politico pensante». Una tale angolatura della domanda, icasticamente ben espressa dalla contrapposizione nel titolo di politica e destino, provoca. Fuor di dubbio è una provocazione per il pragmatismo di destra e di sinistra della filosofia politica attuale. Ma è una provocazione anche per i militanti politici di un tempo e non di meno per quelli del nostro tempo. Tenterò di decifrare questa provocazione nella sua complessità, seguendo un'andatura selettiva precisa, che ritengo, o forse presumo, appartenere alla struttura temporale del pensiero di Tronti. Almeno in parte. Punto di partenza è la propria collocazione spazio-temporale, la cui portata storica - destinale, direbbe Tronti - può essere sbrogliata soltanto compiendo un passo indietro. Posta di un tale indietreggiamento è in primo luogo la visione del presente e delle sue possibilità, in secondo luogo la profezia di ciò che verrà o di ciò che non accadrà. In tal senso il passo indietro è la condizione di un possibile passo in avanti. Nel guardarsi indietro si è qui intenti non all'enucleazione di matrice kantiana degli ordini epistemologici del presente, bensì alla scrittura di una genealogia eventuale, volta a fissare gli eventi generatori del presente. È da questo intrinseco legame di passato e futuro nella contingenza del presente, che deve essere letta la dimensione destinale dell'agire politico. Nella contrapposizione trontiana di destino e politica è implicita la loro reciprocità: la determinazione dell'uno circoscrive il campo di azione dell'altro. Se il destino è da intendersi non come «fato ineluttabile», «sorte necessitata», ma, con Hegel, come legame indissolubile con la storia - «il vivo della determinatezza, il contrasto che ti lega e il confronto che ti obbliga» -, la politica va pensata, con Heidegger, come decisione per la propria singolare e collettiva destinazione storica. Interrogata va quindi essenzialmente la propria incrinatura nel mondo, quella «della parte cui appartengo». Ovvero il punto di partenza di Mario Tronti sin dai tempi di Operai e capitale: la storia delle classi subalterne. Punto di partenza per viva determinatezza e per decisione politica: «Credo di non aver mai scritto una riga senza avere in mente, lì e ora, i bisogni, gli interessi, le motivazioni, le aspirazioni di quel mondo del lavoro moderno, come universo di civiltà, alternativo a tutto ciò che è. Mi guardavo intorno e indietro, a ogni strappo di pensiero, a ogni allungo in salita, per vedere se stavo ben dentro quel territorio, se non perdevo il contatto col gruppo, per capire se stavo rispondendo a quella domanda, non di liberazione ma di rivoluzione, o di liberazione attraverso le forme della rivoluzione. Non istanza etica ma azione politica...». A partire da una determinazione duplice del politico come destinazione e decisione Tronti vede nelle classi subalterne organizzate - nel movimento operaio - l'incarnazione del rapporto rigorosamente moderno tra politica e contingenza. La realizzazione della dimensione politica della modernità ha costituito il compito storico del movimento operaio - un compito compiuto e allo stesso tempo mancato: compiuto nel suo progetto, mancato nella sua realizzazione. Storicamente il movimento operaio è stato incapace di uscire dal suo stato di subordinazione, nella misura in cui ha accettato la logica di misurazione del capitale. Subalterno alla logica della modernizzazione, affascinato dal suo razionalismo efficientista e positivista, non è stato in grado di porsi come alternativa radicale alla civilizzazione capitalista: «il confronto ideologico non ha lasciato il posto ad uno scontro di civiltà, ma solo a un regolamento di conti dentro il campo dei vincitori». Una diagnosi non priva di una vena nostalgica; amara e complessa per le sue ripercussioni sul piano politico e su quello concettuale. La constatazione storica della subalternità del movimento operaio si traduce in una presa d'atto della crisi - della fine direbbe Tronti - dello statuto moderno dell'autonomia del politico, e di conseguenza dell'impossibilità, sul piano dell'azione politica, di un'alternativa alla modernizzazione capitalista. Ma questa diagnosi esprime anche in maniera formidabile le tappe della biografia politica e intellettuale di Tronti: dalla contrapposizione agonale di Operai e capitale (su cui tornano i contributi di Aris Accornero e Rita Di Leo) agli scritti sull'autonomia del politico, dal riscontro del tramonto della politica a una sorta di pensiero evenemenziale, ossessionato dalla figura (concettuale e politica) del passaggio e caratterizzato da un stile, per dirla con le parole di Alberto Asor Rosa, paratattico, aforismatico, «sempre più legato in maniera univoca alla cosa da esprimere». E' su quest'ultimo terreno che va commisurato il confronto trontiano - di cui questo libro è testimonianza altissima - con la teologia politica e con il pensiero della differenza sessuale. In entrambi i casi non si tratta tanto di «alleanze strategiche», quanto di frequentazioni di pensiero: di pensiero della sottrazione in un caso; di pensiero della differenza nell'altro. Movente del confronto è la ricerca in tempo di crisi di esperienze politico-concettuali non succubi, non risucchiate dalla logica della modernizzazione capitalistica, con le quali ripensare il progetto di autonomia politica delle classi subalterne. Tracce di questo accurato lavorio concettuale si trovano nel contributo di Massimo Cacciari e in quello del gruppo Epitemeo. Nella messa a tema della portata euristica della teologia negativa per il pensiero di Tronti, emerge nei due scritti una determinata modalità della sua ricezione, quella della sedimentazione. La teologia negativa non sostituisce il marxismo nietzscheano di Operai e Capitale, ne riscrive piuttosto la sua struttura temporale in termini eventuali. Intricato è invece il confronto tra l'operaista e le filosofe della differenza sessuale. Come chiarisce lucidamente Maria Luisa Boccia nel suo contributo, si tratta di un rapporto di vicinanza e insieme di estrema dissonanza: «Differenza operaia e differenza femminile non si somigliano, non c'è tra loro alcuna analogia, se non per il loro costituirsi come differenza politica». La dissonanza non riguarda pertanto solo la diversa natura della differenza in questione, ma anche le modalità con cui, a partire da un medesimo approccio differenziale, viene riscritta la sfera della politica. Se comuni alla filosofia della differenza operaista e a quella femminista sono per Boccia l'assunzione della parzialità come stile di pensiero, la determinazione contingente della soggettività e la critica dell'universalismo borghese, divergente è invece il loro modo di intendere la politica e l'organizzazione della differenza. Ancorato a un'organizzazione leninista/partitica della differenza operaia, il pensiero trontiano sembra non essere disposto a confrontarsi sino in fondo con le conseguenze di quella crisi della forma partito, cui il femminismo ha contribuito in maniera eminente. La scomodità di una tale posizione è evidente. Per dirla con Ida Dominijanni, le filosofe della differenza sono le eredi legittime e allo stesso tempo le eredi mancate della politica moderna. Mancamento non casuale, bensì effetto di una volontà politica, di cui Dominijanni individua geneaologicamente l'irruzione nella storia, definisce la portata ontologica e problematizza lo statuto epistemologico. Responsabile della messa in crisi della politica come forma di trasmissione dell'ordine patriarcale-fratiarcale, il femminismo della differenza sessuale ha posto in discussione più radicalmente del Sessantotto la soggettività moderna e lo statuto di razionalità ad essa connesso. Nell'impossibilità dell'eredità si dà tuttavia qualcosa di più di una mancanza: piuttosto una sorta di eccedenza, a partire dalla quale pensare il passaggio attuale. Non sono sicura però - forse per ragioni generazionali, ma non solo - che il punto sia quello dell'eredità, seppure nella forma dell'eredità mancata. La decisione rispetto all'eredità presuppone infatti in qualche modo ancora una forma di soggettività - di soggettività romantica direbbe Luisa Valeriani - e una forma di temporalità, che il femminismo reclamano di aver messo in discussione. Ci sarebbe da chiedersi a tal proposito: che ne è di coloro che non hanno un'eredità o che non sanno di averne una? E' per questo che essi/e non sono capaci di profezie e sono semplicemente e irriducibilmente «inquieti»? O forse sarebbe il caso di cercare un'altra via nell'individuazione dei soggetti politici e delle loro forme di articolazione, di passare, come suggerisce l'acuto contributo di Valeriani, dal rendere visibile la differenza al vederne il suo darsi invisibile e molteplice? IL MANIFESTO del 26 Novembre 2006 |
|
Sito realizzato da |