Sei in: Home / Rubriche / America 2006, America 2008. Aspettando il futuro. / Dick Cheney. L'ultimo uomo al fronte

Dick Cheney. L'ultimo uomo al fronte

Ultima modifica: sabato 25 novembre 2006

Marco Arcieri

La carriera politica di Dick Cheney sembra sul viale del tramonto. Non invece la sua capacità di attivare reti di consenso, blocchi di potere.

“Una volta a Baghdad non è chiaro cosa farete. Non è chiaro quale tipo di governo metterete...Un regime sciita, sunnita o curdo? O uno che coinvolga i baathisti, oppure uno che coinvolga i fondamentalisti islamici?...Quanto a lungo le truppe americane dovranno restare per proteggere quelle genti, e cosa succederà quando ce ne andremo?”

Richard B. Cheney, segretario della Difesa

nell'Amministrazione Bush, 1991

Dick Cheney, l’uomo dell’Halliburton secondo il luogo comune, che vede nel vicepresidente degli Stati Uniti la longa manus della grande finanza nell’amministrazione Bush, il garante e l’esattore dei molti crediti del big business americano. Non che Cheney non sia ‘anche’ uomo della finanza, ago della bilancia dell’equilibrio tra politica e economia nell’era Bush. E tuttavia la biografia del vicepresidente parla chiaro: è un vero e proprio politico professionale. Lo dimostra la sua lunga carriera all’interno del partito repubblicano, lo dimostra il suo ruolo di stratega dell’attuale amministrazione. Il nostro è già in prima fila nel 1968, quando lascia il Wyoming (dove è cresciuto) per sbarcare a Washington. Qui conosce Donald Rumsfeld e i due collaborano nell’amministrazione Nixon. Il Watergate non li macchia: si ‘riciclano’ con Gerald Ford, dando anche inizio a una ‘notte da lunghi coltelli’ nel partito repubblicano.

Lavorano per tagliare fuori dal ticket elettorale del 1976 il vicepresidente Nelson Rockfeller; spingono per la rimozione di Henry Kissinger dalla poltrona di consigliere per la sicurezza nazionale; contribuiscono alla nomina di George Bush senior a capo della CIA; fanno allontanare James Schlesinger dalla poltrona di segretario della Difesa. Al posto di Schlesinger va Rusmfeld, Cheney lo sostituisce nel ruolo di capo dello staff di Ford.

Nel 1978 Cheney arriva in Parlamento: fino al 1989, per undici anni, sarà deputato del Wyoming, Stato di petrolieri e industriali del carbone, e pezzo forte del partito repubblicano, al cui interno scalerà progressivamente posizioni. La fine dell’epoca Reagan e il quadriennio di presidenza di Bush gli permettono di rientrare alla Casa Bianca: sotto George padre sarà segretario della Difesa, unendosi a quel vasto 'centro' della politica americana - composto da repubblicani e democratici moderati - favorevole a proseguire l'impegno di Washington in Europa tramite l'allargamento e la ridefinizione della Nato, e opponendosi alle ipotesi di invasione dell’Iraq e rovesciamento di Saddam Hussein. Estromesso dalle leve del potere a Washington dopo la vittoria democratica del 1992, Cheney entra nel big business: siede nel consiglio d’amministrazione della Procter & Gamble, della Union Pacific e tra il 1995 e il 2000 è direttore esecutivo e presidente del colosso energetico Halliburton.

L’impegno negli affari non implica l’esclusione dalla politica. E’ il momento del Cheney stratega, il Cheney organizzatore e ‘grande vecchio’ del partito repubblicano. E’ il perno della costruzione del sistema di potere dell’America bushista, sinteticamente riassunto nell’alleanza tra grande finanza, intellettuali neoconservatori e destra evangelica cristiana. La prima ci mette i soldi, i secondi le idee e la terza i voti. L’uomo d’affari Cheney è il garante della prima, l’uomo politico Cheney è il finanziatore e il tutore dei secondi e il mediatore politico della terza.

Anima il dibattito politico americano, seppure indirettamente. E' vicepresidente del Jewish Institute for National Security Affairs (JINSA); la moglie Lynne siede nel Board dell'American Enterprise Insitute; è il fondatore nel 1997 insieme all'inseparabile Donald Rumsfeld del Project for the New American Century (PNAC). Tramite gli intellettuali neoconservatori ridefinisce l’agenda del partito repubblicano, portandola oltre l’ortodossia conservatrice: uso disinvolto del bilancio pubblico; accentramento di poteri e prerogative nelle mani dello Stato centrale; politica di dichiarato interventismo a livello internazionale.

Il suo ruolo di organizzatore e architetto della grande macchina repubblicana si riflette nell’amministrazione. Il vicepresidente Cheney è il vero cervello politico di Washington, il motore della ‘presidenza imperiale’ . Ne costruisce l’organigramma: Rumsfeld alla Difesa, i neoconservatori Wolfowtiz e Armitage, Bolton e Abrams incastonati nei punti chiave. Determina la politica energetica dirigendo la National Energy Policy Development Group (NEPDG), la task force federale aperta al contributo dei colossi privati, Halliburton e Enron su tutti. Auspica la guerra in Iraq, diffondendo a piene mani le ‘prove’ circa il possesso di armi di distruzione di massa o i contatti tra Saddam Hussein e Osama Bin Laden. E’ il timoniere della svolta interventista e ‘repressiva’ in politica interna, a cominciare dal Patriot Act.

Nel 1992, da segretario della Difesa, aveva pubblicato il Defense Planning Guide, un memorandum circa la necessità di ribadire la supremazia politica e militare statunitense. Nel 2000 un documento del PNAC – il think tank neoconservatore da lui fondato – ripeteva il concetto. Nel maggio del 2002 Cheney consegna a Bush il documento finale della NEPDG, la National Policy Energy, con l’accento ancora posto sulla necessità di difendere con forza gli interessi vitali degli Stati Uniti. Nel settembre 2002 il governo pubblica la National Security Strategy, la dottrina della guerra preventiva. C’è un filo rosso che unisce questi quattro documenti, un filo rosso che nel 1992 era l’opinione personale di un politico autorevole e dieci anni dopo diventa la politica ufficiale del governo degli Stati Uniti.

E proprio da perfetto politico Cheney segue il declino della sua creatura. Il conflitto di interessi con l’Halliburton, lo scandalo Enron (il presidente Ken Lay era suo consigliere) e i casi di corruzione; il pantano iracheno e il sostanziale fallimento dei cinque anni di lotta al terrorismo, di cui è stato principale stratega. A 65 anni (è nato nel Nebraska nel 1941) e dopo quattro interventi cardiochirurgici, la carriera politica di Dick Cheney sembra sul viale del tramonto. Non invece la sua capacità di attivare reti di consenso, blocchi di potere, flussi di finanziamenti che potrebbe nell’imminente futuro piegare a vantaggio o a svantaggio degli aspiranti uomini forti repubblicani.