L’America dopo Bush

Ultima modifica: sabato 25 novembre 2006

Rita di Leo

Gli Stati Uniti dentro lo stallo post 89

Qual’è il costo della presidenza Bush per l’America e per il mondo? E a chi mandare il conto? Il partito democratico non ha strategie per uscire dal tunnel. Il partito repubblicano è impegnato a rattoppare la sua crisi prima delle elezioni presidenziali. La crisi ha nomi e fatti di dominio pubblico: l’affaire della Enron, l’intreccio tra big business ed esecutivo, l’uragano Katrina, il tentativo di destrutturare il sistema pensionistico, i troppi scandali e infine l’egemonia neoconservatrice sulla Casa Bianca.

Nella versione neocons il primato della politica ha lasciato segni che rimarranno anche quando l’ultimo neocons sarà stato licenziato. Il primo segno è il potenziamento della presidenza e con esso le leggi che limitano le libertà civili e culturali del paese. Sono state create condizioni che rendono più solido il governo federale e il controllo sociale. E’ irragionevole aspettarsi che il prossimo presidente vi rinunci in nome dell’open society. Faranno comodo anche a lui. Il secondo effetto neocons è il deterioramento dell’immagine dell’America. Per 6 anni gli americani e i non americani hanno assistito impotenti ai disastri della strategia neoconservatrice. Da sponde politiche diverse Francis Fukujama (The American Interest, ottobre 2006) e Michael Lind (Prospect, novembre 2006) li descrivono quasi con gli stessi termini.

Innanzitutto c’è la politica della guerra preventiva, ispirata dal disprezzo per le norme internazionali, dal presupposto dell’omertà degli alleati, e dalla certezza dell’invincibilità della super potenza militare. Che gli Stati uniti trattassero come carta straccia leggi secolari ha indebolito le fondamenta delle relazioni tra stati sovrani, e sta diffondendo spinte anarchiche in paesi e popoli senza tradizioni politico-statuali. Che gli alleati stessero al gioco Usa, sic et simpliciter, era illusorio. Il fronte dei governi alleati si è diviso tra gli aperti scontenti e quelli tacitati con lusinghe e elargizioni. La divisione ha messo a nudo lo stato di dipendenza della parte del mondo ‘amica’ verso Washington. E se non ai governi, ai loro popoli non è gradita la condizione di liberti. E infine è andato perso il mito dell’invincibilità militare. E’ la più cocente delle ferite provocate dall’avventura irachena. E la responsabilità ricade sulla Casa Bianca di Bush invasa dai neocons.

La sconfitta a Bagdad obbliga a tenere la voce bassa con Iran e Corea del Nord. E’ a rischio la credibilità strategico-militare della grande potenza. E come insegna il Vietnam la perdita del prestigio militare ha conseguenze gravi all’interno e all’estero. All’interno del paese alimenta la diffidenza per il governo federale e la politica estera. All’esterno pesa sulle relazioni internazionali. All’epoca del Vietnam guerra fredda e bipolarismo agirono da stanza di compensazione, oggi a fronte di una potenza militare senza pari nel mondo vi sono paesi che la sfidano come mai era accaduto prima. In America latina c’è quasi ovunque febbre di riscatto. In Medio Oriente, obiettivo delle politiche neocons più dissennate, dopo la guerra in Libano è in dubbio l’affidabilità militare israeliana. In Russia Putin si è messo ad usare gas e petrolio come faceva il governo imperiale inglese con la Borsa di Londra. L’Asia sta a guardare gli errori della grande potenza bianca.

In pochi anni è stata persa la scommessa sulla transizione alla democrazia che doveva sgorgare come il latte e il miele. E’ il nazionalismo religioso o etnico che predomina oggi nei regimi politici dei nuovi stati-nazione. E persa è la scommessa della globalizzazione data vincente sul protezionismo. E’ il vecchio e noto mercantilismo a resistere nei luoghi del potere economico che contano.

Forse è esagerato mandare il conto di tutto ciò a Bush prima che se la squagli in Texas, vero è che gli Stati Uniti si trovano oggi in una condizione di stallo imprevedibile nel 1989.