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![]() America 2006, America 2008. Aspettando il futuro.Ultima modifica: sabato 25 novembre 2006 Mattia Diletti-Mattia Toaldo
A meno di tre settimane dalle elezioni americane di mid-term (quando gli americani voteranno per il rinnovo della Camera dei Rappresentanti e per quello parziale del Senato) la campagna elettorale entra nel vivo. L’ultima settimana e in particolare le ultime 72 ore (quando si dispiega la famigerata macchina organizzativa repubblicana di Karl Rove, nel cosiddetto “72 hours turnout program”) sono quelle decisive ai fini del risultato elettorale, soprattutto da quando senatori, rappresentanti della Camera (e presidenti) vincono o perdono per una manciata di voti. Per questo il sito del Crs approfondirà in quella settimana, ogni giorno, un tema legato alla campagna elettorale in corso. Sullo sfondo sappiamo tutti cosa abbiamo: le elezioni presidenziali del 2008. Bush è un dead-man walking che, come molti suoi colleghi prima di lui, deve trovare una via per sopravvivere altri due anni, cercando di non uscire con le ossa completamente rotte. Il fracasso del tonfo di Bush è tanto più grande per via dell’ambizione della sua agenda: ricostruire il Medio oriente, vincere la guerra permanente con il terrorismo, riaffermare la leadership americana nel mondo, costruire in patria la nuova ownership society e combattere la decadenza morale del paese grazie al primato dei principi religiosi nella vita pubblica ecc. ecc. Grande quanto gli scandali e gli insuccessi che hanno visto protagonista l’amministrazione, dall’Iraq a Katrina. Se il Congresso cambiasse colore Bush, come fece Clinton con il caso Lewinsky, passerà gli ultimi due anni di presidenza a difendersi dalle inchieste che gli pioveranno sulla testa. Per intanto, le elezioni di Mid-term portano con sé alcuni quesiti, attorno alle quali ruoteranno i nostri interventi. La rivincita di Clinton? Il volume di Mark Halperin (ABC) e John Harris (Washington Post), The Way to Win: Taking the White House in 2008 (uno dei più citati del dibattito elettorale), contrappone due modelli di ricerca del consenso: quello di Clinton e quello di Bush. Un modello centrista e consensuale versus un modello di politica del radicamento, cioè di rafforzamento e mobilitazione dell’elettorato più fedele e più conservatore. Molti analisti sostengono che quest’ultimo è in crisi, e che i Clinton si gioveranno, nel 2008, del ritorno della politica degli anni ’90. Bush è una meteora? O la “bushizzazione” dei democratici? Sono in molti, dai tempi della campagna elettorale di Howard Dean nelle primarie democratiche del 2004, a sostenere che i democratici devono ritrovare i loro “core values” e adottare una strategia elettorale speculare a quella repubblicana. Il dibattito tra i democratici è ancora aperto, lontano dall’essere risolto e simile a quello che coinvolge i partiti della sinistra europea a proposito dell’identità e delle politiche che essi dovrebbero sostenere: l’effettivo svolgimento delle elezioni di mid-term ci dirà qualcosa in più. Che ne sarà degli intellettuali neocons? Licenziati e a casa, come era chiaro già un anno fa. Nel partito repubblicano si tornerà al “business as usual” e si ricomincerà a diffidare degli intellettuali. Con sollievo e soddisfazione di molti. Cosa ne sarà del voto della destra religiosa? A oggi si dice che l’elettorato religioso che ha appoggiato i repubblicani è deluso e stanco. Al contrario delle presidenziali del 2004, quando uno strategico referendum sui matrimoni omosessuali venne piazzato in alcuni stati chiave (a partire dall’Ohio, determinante per la vittoria di Bush), la destra religiosa potrebbe essere meno motivata al voto, specialmente dopo lo scandalo a sfondo sessuale che ha coinvolto il repubblicano Mark Foley. E’ vero anche che in molti stati l’intreccio tra la macchina organizzativa dei repubblicani e i religiosi è tale da far pensare a una tenuta generale di questo segmento di elettorato. Che ruolo avrà la religione per i democratici? La fede torna prepotentemente all’ordine del giorno tra i candidati democratici, specialmente quelli degli stati del “Upper South”. Lì i democratici si fanno vedere in chiesa (il caso emblematico è Harold Ford in Tennessee) e legano le proprie politiche a favore della sanità pubblica o contro la pena di morte a temi di natura religiosa. Anche tra gli intellettuali il dibattito è aperto: come ai tempi di Martin Luther King, possono i democratici riappropiarsi della religione? L’ultima vittoria di Karl Rove o la vera fine di un’epoca? La parola d’ordine dei repubblicani è “resistere, resistere, resistere”. Se Karl Rove fosse italiano penserebbe che i democratici sono come l’Ulivo, o come l’Inter d’agosto. A Rove, artefice della vittorie elettorali di Bush dai tempi del Texas, basterebbe perdere bene al Congresso, dove una sconfitta elettorale in una elezione di mid-term è considerata fisiologica per qualsiasi presidente. In questo caso sarebbe premiata la strategia di Rove “restare sul messaggio”, insistendo cioè sui cavalli di battaglia dell’amministrazione Bush, lotta al terrorismo e sicurezza nazionale. Che ne sarà del blocco sociale ed elettorale conservatore? Il blocco sociale che sostiene i conservatori (la nuova “razza padrona” del sud-ovest e la destra religiosa) è il convitato di pietra di questa elezione. E’ possibile per i democratici blandirne una parte (che tanto tempo fa votava per loro)? Sostituire la paura del terrorismo con quella del libero commercio e della disoccupazione (è quello che fanno i democratici protezionisti)? Oppure, al contrario, serve costruire un’agenda fiscale conservatrice, non distante da quella dei repubblicani? Questo è forse il punto centrale: riusciranno i democratici a sgretolare, dopo il disastro Bush, il blocco elettorale conservatore? Riusciranno a ricostruire e motivare il loro? Ripercorreranno la strada del centrismo? E su che basi? Nel 1994, dopo la vittoria dei repubblicani al Congresso, si parlava di una nuova era repubblicana: era la fine del dominio democratico sul Congresso, durato quattro decenni. Oggi però, a fronte di una possibile sconfitta repubblicana, non si vede un nuovo (forte, saldo) blocco democratico: sono solo tutti contro Bush. Vi ricorda qualcosa? L’unica vera, grande vittoria di Bush è quella istituzionale? Come abbiamo detto, Bush ha perso su tutti i fronti. Ma la nuova architettura presidenziale che è riuscito a costruire grazie ai poteri di guerra potrebbe rappresentare, assieme al nuovo orientamento conservatore della Corte Suprema, la più grande eredità di questo presidente. E poi, infine: a chi gioverà questo voto in vista del 2008? |
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