Sei in: Home / Rubriche / America 2006, America 2008. Aspettando il futuro. / Il blocco conservatore e i rinnegati

Il blocco conservatore e i rinnegati

Ultima modifica: sabato 25 novembre 2006

Mattia Diletti

A due anni dalla fine del mandato di George Bush e a pochi mesi dalle elezioni di mid-term sono apparsi nuovi testi che analizzano il futuro della coalizione conservatrice, la sua capacità di tenuta, l’origine e la forza che essa rappresenta nel paese.

Dopo sei anni di presidenza repubblicana i volumi sul fenomeno Bush si contano a decine. I profili biografici; la politica estera, analizzata in ogni suo aspetto: l’unilateralismo, il nuovo imperialismo, l’influenza dei neoconservatori, la guerra al terrorismo, la guerra in Iraq, le memorie degli insider, le relazioni con l’Iran, l’Europa, il sud America, la Cina; la politica nucleare; la politica ambientale; la politica economica; le relazioni con il Big Business; i profili del suo staff e dei ministri; il ruolo della destra religiosa nell’amministrazione; quello del suo consigliere Karl Rove; gli scandali; la tragedia annunciata di Katrina ecc. ecc. Troppi per essere citati. A questi vanno aggiunti ora i volumi che riguardano il futuro del partito repubblicano e del blocco sociale ed elettorale conservatore.

A due anni dalla fine del suo mandato e a pochi mesi dalle elezioni di mid-term sono apparsi nuovi testi che analizzano il futuro della coalizione conservatrice, la sua capacità di tenuta, le sue origini e la forza che essa rappresenta nel paese. Ci riferiamo in particolare a Building Red America: The New Conservative Coalition and the Drive For Permanent Power di Thomas Edsall (Basic Books) e One Party Country: The Republican Plan for Dominance in the 21st Century di Tom Hamburger e Peter Wallsten (Wiley): due libri oggi contro corrente, poiché sostengono che la maggioranza conservatrice non si sfalderà affatto, nemmeno a fronte di una sconfitta elettorale e di un tracollo di Bush.

Riallineamento elettorale?

Una delle parole chiave degli studi elettorali americani è “riallineamento”. Gli specialisti sostengono che la storia politica americana abbia conosciuto cinque grandi fasi di dominio elettorale quasi incontrastato di uno dei due partiti, a danno ovviamente dell’altro (periodi durati all’incirca trent’anni ciascuno). A seguito di significative trasformazioni demografiche, economiche e sociali o del sopraggiungere di crisi politiche ed economiche di grande rilevanza (quali la guerra civile e la grande depressione) si sarebbero prodotti cambiamenti tali da spiegare la fine del primato di un partito e l’avvio di una nuova epoca, preceduta appunto da un processo di riallineamento dei valori elettorali.

L’ultima era di dominio pressoché continuo di un solo partito è stata quella della coalizione democratica del New Deal, dagli anni ’30 alla’elezione di Richard Nixon. Da allora, dal 1968, nulla lasciava presagire l’avvio di un vero processo di riallineamento a favore dei repubblicani, capaci di controllare la presidenza per molti anni (Nixon, Ford, Reagan, Bush sr.) senza però ottenere la maggioranza del Congresso. Per questo ultimo trentennio si è scelta infatti la definizione di Divided Government, la versione americana della coabitazione. Dopo la conquista del Congresso nel 1994 da parte dei repubblicani e la seconda vittoria di Bush alle presidenziali del 2004 (quando ottenne la maggioranza dei voti anche nel paese, e non solo tra i grandi elettori come nel 2000) è stata avanzata l’ipotesi che fosse in atto un vero e proprio riallineamento a favore dei repubblicani, preludio quindi di una nuova era di dominio elettorale. Il radicamento conservatore nel sud (ex bastione elettorale democratico) e tra i gruppi religiosi, la capacità di mobilitazione della base, la forza dei repubblicani nella suburbia (l’hinterland residenziale delle grandi città, ovunque in forte espansione: Bush ha vinto nel 2004 in 97 delle 100 contee in cui si registra la crescita demografica più rilevante) sono i principali fattori che sembrano avvalorare questa ipotesi.

La forza dei conservatori

I testi apparsi in questi ultimi mesi sembrano avvalorare ancora la tesi del riallineamento, in contraddizione con i sondaggi di questi giorni che assegnano la Camera dei rappresentanti ai democratici.

Prima dei volumi che abbiamo citato avevano fatto scuola il testo dell’attuale direttore dell’Economist John Micklethwait (scritto a quattro mani con Adrian Wooldridge) The Right Nation (2004, tradotto in Italia per Mondadori nel 2005 con il titolo La Destra Giusta) e What’s the Matter with Kansas - How Conservatives Won the Heart of America di Thomas Frank (Metropolitan Books, 2004). In entrambi i volumi si sostiene che il dominio conservatore non verrebbe meno neanche in caso di sconfitta elettorale, in virtù di un’egemonia culturale che avrebbe prodotto un riallineamento ideologico, ancor prima che elettorale.

Nel volume di Edsall (Building Red America) si sostiene che le constituencies elettorali dei repubblicani diano ai conservatori una vantaggio formidabile, poiché si tratta di gruppi più solidi e in ascesa rispetto a quelle dei democratici, appoggiati dalle Unions, da alcune minoranze e da altri gruppi di interesse minori. Gli scandali, il fallimento in Iraq e una possibile sconfitta nel 2006, secondo Edsall, non cancelleranno questo dato. Ai democratici sfruttare la finestra di opportunità di queste elezioni di mid-term per ritrovare una strategia di lungo periodo.

Nel volume di Hamburger e Wallsten si aggiungono altri particolari che delineano un quadro più chiaro delle tecniche, oltre che delle strategie, che hanno rafforzato i repubblicani sul piano elettorale: il metodo del “micro-targeting” utilizzato da Karl Rove per sedurre piccole enclave elettorali in alcuni collegi chiave (come quella degli ebrei russi dell’Ohio), o l’approvazione delle leggi a favore della trasparenza nell’allocazione dei fondi elettorali, che hanno finito con lo sfavorire soprattutto i sostenitori dei democratici. Più in generale gli autori mostrano come i repubblicani abbiano adottato strategie tese a indebolire il bacino di consenso democratico, oltre che a rafforzare l’identità degli elettori repubblicani. E come Edsall sono convinti che nemmeno una vittoria elettorale dei democratici nel 2006 o nel 2008 potrebbe determinare un cambiamento di tendenza sul lungo periodo.

I Born again democrats

Oltre a questi testi va segnalata la tipica abitudine americana di scrivere un libro dopo essere stati folgorati sulla via di Damasco: insider vicini all’amministrazione scoprono di aver sostenuto e aiutato “the bad guy” e finalmente raccontano la verità dei fatti. Dopo gli ottimi The Republican Noise Machine e Blinded by the Right di David Brock (usciti rispettivamente nel 2004 e nel 2002, il primo per la Crown e il secondo per la Three Rivers) è il turno dei timorati di Dio: David Kuo (Tempting Faith: An Inside Story of Political Seduction, Free Press) e Damon Linker (The Theocons – Secular America Under Siege, Doubleday), arrivati da poco tempo in libreria.

Il primo era il numero due del Office of Faith-Based and Community Initiatives della Casa bianca (un ufficio istituito da Bush nel suo primo mandato); il secondo è l’ex-direttore della rivista religiosa (e conservatrice) First Things. Quest’ultimo sostiene che l’America è in mano a un gruppo di religiosi estremisti e pericolosi (i peggiori sono – a sorpresa – i cattolici), l’altro afferma che in realtà Bush usa la religione in modo strumentale e che lui ha persino sentito con le sue orecchie Karl Rove prendere in giro gli evangelici. Il testo di Linker possiede una discreta qualità intellettuale, mentre il lavoro di Kuo appare come la tipica narrazione (non priva però di interesse) dell’insider.

In troppi stanno abbandonando la nave.. si preparano a un futuro radioso guidati da un nuovo condottiero repubblicano o si tratta invece dell’inizio della fine?