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Morto un papa se ne fa un altro. Democratici e repubblicani dopo le elezioni di mid-term

Ultima modifica: sabato 25 novembre 2006

Mattia Diletti

Nel Congresso degli Stati uniti, per la prima volta negli ultimi cinquant´anni, il partito del sud (l´élite politico-economica del sud del paese, che si tratti di quella democratica alla Lyndon Johnson o quella repubblicana alla Tom DeLay), si trova lontano dai centri di decisione politica e distribuzione delle risorse

La domanda è la stessa per tutti: cosa è successo veramente in queste elezioni di mid-term? L’articolo scritto a caldo da Stefano Rizzo ci può dare un quadro esauriente e valido di quanto è effettivamente accaduto. La vittoria dei democratici è una vittoria chiara ma non definitiva, e sono i repubblicani ad aver perso più di quanto i democratici non abbiamo vinto. Detto ciò per i democratici arrivano notizie confortanti per il futuro, soprattutto in una chiave di lungo periodo. Saranno in grado di tenere la barra e riconquistare territori elettorali per anni di segno inequivocabilmente repubblicano?

La vera e più importante domanda che riguarda gli Stati uniti, e il mondo, continueremo a porcela per i prossimi mesi e anni (almeno due): siamo di fronte all’inizio della crisi del trentennio conservatore o si tratta solo di una febbre passeggera?

Il presidente alla prova dei sei anni

Il 40,3% di elettori americani che si sono presentati al voto per queste elezioni di mid-term sono il 16% in meno di quelli che hanno partecipato alle presidenziali del 2004. Per i repubblicani è un margine ampio, sul quale poter lavorare nei prossimi due anni. Volendo osservare il bicchiere mezzo pieno dal loro punto di vista (come ha cercato di fare Karl Rove per rimotivare la truppa e parare un po’ di colpi) la vittoria democratica appare più fragile di quanto possa sembrare.

Per il comandante in capo il sesto anno di presidenza è fisiologicamente di segno negativo. In media il partito del presidente perde 29 seggi alla Camera e 3 al Senato; nel secondo dopoguerra la media è 31/6; nelle elezioni di mid-term in tempo di guerra 32/6. Nel sesto anno della presidenza Reagan i repubblicani andarono malissimo, ma Bush sr. ce la fece lo stesso. I repubblicani si possono ancora legittimamente considerare “il partito della presidenza”. La nota negativa per i repubblicani è che non vi era mai stata una sconfitta così secca in una elezione con così tanti seggi blindati: quelli effettivamente in bilico erano poco più di 50 su 435.

Va considerato che negli ultimi decenni il tasso di rielezione per deputati e senatori non è mai sceso sotto l’80%; negli ultimi anni questa percentuale si addirittura incrementata (nel 2004 è stato rieletto il 98% dei rappresentanti della Camera che si erano ricandidati), grazie anche al sistema del cosiddetto Redistricting. Ogni dieci anni i legislatori statali ridisegnano i collegi elettorali, sulla base delle trasformazioni demografiche del paese: nel 2000 i collegi sono stati riconfigurati secondo una logica particolarmente favorevole agli eletti, soprattutto quelli repubblicani, che a quell’epoca controllavano un maggior numero di Congressi statali.

Gli altri numeri: cosa fa sorridere i repubblicani

Anche se in termini assoluti i democratici hanno conquistato molti più voti dei repubblicani (6 milioni in più solo al Senato, dove si è votato nel 33% dei collegi), questa crescita di consensi si è manifestata soprattutto nelle aree che sono già a chiara maggioranza democratica: in stati chiave di questo turno elettorale quali il Missouri, la Virginia e il Montana i democratici hanno vinto per una manciata di voti; se poi diamo un’occhiata ai risultati della Camera dei Rappresentanti (dove i democratici hanno ottenuto, su base nazionale, circa il 5% in più dei repubblicani) osserviamo che con soli 80 mila voti in più, concentrati in alcuni collegi chiave, i repubblicani avrebbero potuto mantenere il controllo della Camera. E’ il risultato perverso di un sistema rigidamente maggioritario dove i collegi elettorali assomigliano a volte più a quelli dell’Inghilterra dei Tudor che a quelli di una democrazia occidentale e moderna: la maggior parte sono bloccati e vige un rigido sistema feudale, quelli incerti si decidono per pochissimi voti. 35 seggi sono stati conquistati con appena il 51% dei voti, altri 23 con il 52% (il che vuol dire che nei collegi in bilico si vince con poche migliaia di voti di differenza, tra i 5 mila e i mille).

Una vittoria ideologica dei conservatori?

La presenza consistente di eletti conservatori tra i democratici è considerata da alcuni analisti repubblicani l’esempio della vittoria culturale della destra americana nella guerra delle idee (verità o moto consolatorio?). Anche prima delle elezioni si era molto discusso di questi democratici conservatori, quali il neo-governatore dell’Ohio Ted Strickland, che è divenuto famoso in campagna elettorale per le sue letture radiofoniche della Bibbia e l’appoggio della National Rifle Association; o l’ex sceriffo della contea di Vanderburgh (in Indiana) Brad Ellsworth, un cattolico appartenente al gruppo dei 29 deputati del Pro-life Democrats, e che ha sconfitto uno dei candidati pù conservatori del vecchio Congresso repubblicano, John Hostettler (un esponente della destra religiosa). I conservatori democratici al Congresso sono organizzati nella corrente della Blue Dogs Coalition. Quest’ultima dovrebbe crescere di una decina di unità con l’apertura del nuovo Congresso, attestandosi così sui 50 membri. Poco meno di un quarto del totale: non troviamo però membri della Blue Dogs Coalition in posizioni chiave per il controllo del partito democratico o delle commissioni del Congresso, al contrario della corrente dei Liberal.

Come i democratici hanno vinto

Il partito democratico si è spaccato in due a proposito della linea elettorale da seguire: da una parte Rahm Emanuel (ex-chair del Democratic Congressional Campaign Commitee), dall’altra Howard Dean (presidente del Democratic National Council, Dnc). Il compromesso tra le due strategie ha garantito la vittoria. Dean riveste la carica di “segretario” del partito, ed ha avviato la cosiddetta 50-State Strategy, utilizzando la strategia repubblicana del dopo Watergate: riorganizzare il partito dalle fondamenta e con obiettivi di radicamento di lungo periodo, allo scopo di rafforzare la struttura organizzativa dei democratici in ogni stato e armonizzarne il messaggio, anche laddove i democratici sono considerati perdenti.

Con questa strategia Dean è riuscito a mobilitare la base democratica, divenendo il più importante fund-raiser della storia del Dnc. Grazie a questo approccio i democratici hanno perso in un modo meno disastroso del solito in alcune contee, favoriti anche dall’astensione repubblicana. Il non-voto repubblicano e le performance dei democratici hanno aiutato questi ultimi ha vincere in stati tradizionalmente repubblicani. Un esempio è il Missouri, dove il voto è rigidamente diviso lungo la frattura città/campagna (come in Europa 100 anni fa): i democratici stravincono nelle loro roccaforti urbane e perdono decentemente nella suburbia e nelle zone rurali, dove avevano subito una pesantissima sconfitta nel 2004. Risultato: la senatrice democratica McCaskill vince con il 51% dei voti e strappa il collegio ai repubblicani.

Ma, come detto, è padre di questa vittoria anche Rahm Emanuel, ex consigliere di Clinton negli anni ‘90 e stella emergente del partito, che ha invece adottato una strategia elettorale più ortodossa per i canoni americani di questi ultimi decenni. Emanuel ha puntato quasi esclusivamente sui collegi elettorali in bilico, sulle fasce di elettorato swinging, sulle strategie di micro-targeting utili a stimolarne la partecipazione (la democrazia dell’attivazione selettiva, come la definisce il politologo americano Steven Schier), sui candidati (moderati) adatti a conquistare quei seggi. Il compromesso tra la sua strategia e quella di Dean ha generato la miscela vincente, sostenuta dalla perdità di credibilità e appeal elettorale dei repubblicani.

Un voto nazionale, una nuova geografia?

La forte affluenza elettorale negli stati chiave dimostra che il voto è stato un voto nazionale. Chi è andato a votare in Missouri, Ohio e Montana sapeva perfettamente di votare per un cambiamento politico a livello nazionale: non è più vero che in America “All politics is local”. I democratici hanno ottenuto ottimi risultati in zone tradizionalmente repubblicane: l’Upper North dello stato di New York e l’est della Pennsylvania nel nord est del paese; in Missouri, Ohio e Indiana nel Mid-west; in Arizona, Colorado e Montana nell’Interior West. Il 2008 ci dirà se si è trattato di una “marea blu” effimera oppure se i giochi si sono effettivamente riaperti: la posta è il radicamento del partito democratico nelle zone a influenza conservatrice dell’Ovest e del Mid West.

Il senso comune a proposito della “voglia di centro” dell’elettorato americano, che sarebbe all’origine della sconfitta di Bush, trova un riscontro solo parziale nelle scelte dei partiti: i repubblicani prima, e i democratici ora, stanno perseguendo più complesse e raffinate strategie di costruzione di un’identità di parte che fa vincere i più audaci e più capaci nel governo degli strumenti della High tech politics (secondo la definizione di Lowi e Ginsberg) elettorale. Marketing più identità, radicamento reale e offerta elettorale last minute (come testimoniamo i 206 referendum di questa tornata, lo strumento di richiamo al voto di micro o macro gruppi di interesse) convivono brillantemente. La polarizzazione ideologica dello scontro politico è ben lontana dal diminuire, per ragioni molto diverse tra loro (alcune contingenti, altre strutturali).

Il dato più importante è che nel Congresso degli Stati uniti, per la prima volta negli ultimi cinquant’anni, il partito del sud (l’élite politico-economica del sud del paese, che si tratti di quella democratica alla Lyndon Johnson o quella repubblicana alla Tom DeLay), si trova lontano dai centri di decisione politica e distribuzione delle risorse.

Ps. Nel quarto collegio della California si presentava alla Camera il candidato democratico Charlie Brown (potete verificare voi stessi la veridicità di questa affermazione). A lui andava tutta la nostra simpatia, ma ovviamente non ce l’ha fatta. Con quel nome non si sfida la sorte: ce ne rammarichiamo.