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Una sicurezza da far pauraUltima modifica: domenica 21 maggio 2006 L'amministrazione Bush ha presentato il nuovo documento sulla "National Security Strategy". Qui presentiamo una sintesi del seminario di Mattia Diletti e Mattia Toaldo tenuto all'Osservatorio Geopolitico delle Elite Contemporanee del Crs il 28 marzo 2006 Il documento che presenta la National Security Strategy (NSS) del marzo 2006 arriva tre anni e mezzo dopo quello redatto a pochi mesi dalla guerra in Iraq: è in continuità o in rottura con i contenuti del documento del settembre 2002? Annuncia la nuova campagna contro l’Iran o dichiara sottovoce il sostanziale fallimento della strategia irachena? Rappresenta la fine della “spinta propulsiva” neoconservatrice nella politica estera americana? Il documento del 2002 era stato concepito come testo di portata “rivoluzionaria” perché enunciava la dottrina della guerra preventiva; aveva uno scopo immediato, perché preannunciava la guerra in Iraq. La nuova National Security Strategy del Presidente Bush esprime un’evidente continuità con il documento prodotto dalla stessa amministrazione nel settembre del 2002, ma presenta differenze sostanziali. Il faro è quello della guerra al terrorismo e, nonostante l’uso pubblico in chiave anti-iraniana che ne è stato fatto, il testo compie di fatto un passo indietro rispetto alla precedente NSS in tema di guerra preventiva, anche se ovviamente essa non viene sconfessata. Ma cosa è la NSS? Si tratta di un documento pubblico e totalmente declassificato che l’amministrazione dovrebbe presentare periodicamente, sulla base di quanto imposto dal Goldwater – Nichols Act del 1986 (quest’ultimo venne approvato per rimettere ordine nella struttura di comando delle forze armate americane: in questa materia il provvedimento legislativo più importante dai tempi del National Security Act del 1947). Fino ad allora si era trattato di un documento segreto di ben altra rilevanza. La NSS non ha mai generato grandi dibattiti, se non nel caso di quella del 2002. La NSS del 2006 procede con equilibrismo tra alcuni temi tipici della tradizione americana e le novità introdotte da Bush nel 2002. Nella struttura il documento è una sorta di upgrade di quello precedente, che viene ripreso punto per punto, mettendo in evidenza i successi e gli obiettivi ancora da raggiungere che erano stati posti nel 2002. Dal testo traspare però la paura di un riflesso isolazionista del paese. Scrive il presidente Bush nell’introduzione: L’America ha oggi di fronte la scelta tra il sentiero della paura e quello della fiducia. Quello della paura – isolazionismo e protezionismo, la ritirata e il ridimensionamento – affascina coloro i quali giudicano le nostre sfide troppo grandi e non sono in grado di afferrare le opportunità che abbiamo (…). Questa amministrazione ha scelto il cammino della fiducia. Abbiamo scelto la leadership al posto dell’isolazionismo, il libero mercato al posto del protezionismo. Sono molti in realtà gli elementi di continuità con la tradizione della politica estera americana, di carattere neo-wilsoniano:
Gli elementi di rottura (in continuità con il testo del 2oo2) sono invece:
Questo documento, tra le righe, registra i fallimenti di questa amministrazione. Il testo è diviso in 10 parti, che riprendono la struttura di quello del 2002 (più una dedicata alla globalizzazione, argomento scomparso nel 2002): nella prima parte di ogni sezione si confermano le “declaratory policy” di allora, nella seconda (in cui si elencano i successi e gli obiettivi ancora da raggiungere) si suggeriscono spesso soluzioni in disaccordo con le enunciazioni precedenti. Dall'Alca al Grande Medio Oriente, dalla mancanza di una exit strategy per l'Iraq alla ritirata geopolitica in Libano, America Latina, Palestina e soprattutto Russia si vagliano superficialmente nuove possibili vie d’uscita, con un impianto più realista. Ma soprattutto questo testo non propone una politica vera e propria per il futuro, perchè non individua una gerarchia di priorità: Nel 2002 era l’Iraq, una guerra che avrebbe dovuto provocare un effetto domino mondiale. E oggi? Gli Stati Uniti sembrano in difficoltà, non in grado di agire contemporaneamente su più quadranti geopolitici. La “declaratory policy” della guerra preventiva non può essere dismessa, la guerra al terrorismo non è più ben chiaro cosa sia se non un enunciato sul quale stabilire l’elenco degli amici/nemici. Il caso dell’Iran ci dirà in che direzione si sta andando? |
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