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Usa-Iran: viviamo già in un’era multipolare?

Ultima modifica: domenica 21 maggio 2006

Il Project for the New American Century, o PNAC, è un think thank che ha sede a Washington. Fanno parte del PNAC  Richard Armitage, William J. Bennett, Jeb Bush, Dick Cheney, Zalmay Khalilzad, Lewis Libby, Richard Perle, Donald Rumsfeld, e Paul Wolfowitz. Il progetto propone il dominio dello spazio, della terra e del cyberspazio da aprte degli Stati Uniti per imporre la

Esiste un nucleo di esperti dell’amministrazione che vuole mantenere la linea dura: colpire e bombardare le centrali nucleari iraniane. Il tema è ancora esplicito presso il think tank dei neocon, l’American Enterprise Institute. L’appalto sull’Iran è andato in particolare a due ricercatori dell’AEI: Michael Ledeen e Michael Rubin

Mattia Diletti e Mattia Toaldo

“Who’s next?”. All’apice del successo neocon questa domanda di Richard Perle, pronunciata al termine dell’intervento militare che ha rovesciato Saddam Hussein e ha dato il via alla guerra civile, rappresentava l’espressione più arrogante della fiducia nel progetto neoconservatore. E’ inutile ora ripercorrere le tappe del loro rovescio, ma è facile ricordare che “Who’s next?” era riferito, con tutta probabilità, al regime di Teheran. Il tema è ancora esplicito presso il think tank dei neocon, l’American Enterprise Institute. L’appalto sull’Iran è andato in particolare a due ricercatori dell’AEI: Michael Ledeen e Michael Rubin. Il primo si occupa di tessere le relazioni con l’opposizione iraniana, il secondo di ricostruire la storia delle vicende politiche iraniane.

Lontano dagli uffici dell’AEI si respira un’altra aria, in attesa che gli eventi (e peseranno soprattutto quelli in Israele e Palestina, dove Kadima e la “comunità internazionale” sono riusciti a sbagliare tutto) diano una scossa alla situazione internazionale e portino a una scelta riguardo al confronto con l’Iran. Il passaggio del 18 aprile a Mosca è ancora interlocutorio, qualcosa in più lo dirà forse l’incontro di giovedì 20 aprile tra il presidente cinese Hu Jintao e George Bush.

Queste le nostre considerazioni:

  • a) la guerra preventiva sembra essere tornata in soffitta. La Rice vorrebbe tornare allo strumento della deterrenza (dietro il quale possono allinearsi gli europei), fatta di sanzioni articolate su diversi livelli, per scegliere eventualmente la via del pre-emptive strike invece di quella (impraticabile) della pre-emptive war;

  • b) l’America ha perso però ogni credibilità. L’ossessione della credibilità ha accompagnato gli Stati Uniti per tutto il dopo-guerra, in Corea e in Vietnam. Non solo la credibilità americana nel mondo è ai minimi storici (mentre negli Usa continua la polemica dei generali contro Donald Rumsfeld), ma con l’Iran gli Stati Uniti non sono mai stati in grado di svolgere una politica di contenimento efficace. Il grande gioco geopolitico tra Russia, Cina e Stati Uniti sembra divenire il vero regolatore degli affari internazionali;

  • c) gli Stati Uniti cercano (o hanno cercato) di mantenere aperti canali di trattativa diretta con l’Iran attraverso il loro ambasciatore a Baghdad, lo statunitense di origine afgana Zalmay Khalilzad: l’obiettivo, sul quale ancora non si è raggiunto l’accordo, è la formazione di un governo iracheno ragionevolmente rappresentativo da poter chiedere agli americani di lasciare il paese. Gli americani avrebbero chiesto agli iraniani di convincere il primo ministro iracheno Jaafari a farsi da parte, senza successo. Da Jaafari, e dall’Iran, dipende la possibilità di formare il nuovo governo;

  • d) è un braccio di ferro e si vedrà chi è disposto a cedere: in questo contesto sono gli Stati Uniti a essere in una posizione di debolezza. L’ex braccio destro di Powell, Richard Armitage, ha proposto sul Financial Times la creazione di un tavolo di trattative a 360 gradi tra Usa e Iran a proposito degli equilibri regionali. E se l’Iran risponde all’incontro di Mosca con una parata militare, Ahmadinejad pronuncia il suo discorso affermando che "noi vogliamo la pace, la sicurezza e il progresso per tutti i popoli, in particolare per i paesi della regione e per i nostri vicini". Un riferimento all’Iraq e, forse, un messaggio agli Stati Uniti

Nonostante questi dati e lo scetticismo di tutti esiste un nucleo di esperti dell’amministrazione che vuole mantenere la linea dura: colpire e bombardare le centrali iraniane. E’ possibile? Lo sapremo solo dopo la consegna del rapporto di El Baradei il 28 aprile. Ormai capire se gli Usa vogliono un escalation non è difficile: il copione è sempre lo stesso.

Irriducibili neocon. L’American Enterprise Institute: Michael Ledeen (testimonianza al Congresso) e Michael Rubin (autore di Eternal Iran, 2006). A ottobre l’AEI ospita l’armata brancaleone dell’opposizione iraniana anti-regime, su modello iracheno: la cronaca del Crs, presente all’incontro.

http://www.centroriformastato.it/crs/Testi/diletti
http://www.aei.org/publications/pubID.24022,filter.all/pub_detail.asp
http://www.aei.org/publications/pubID.23681,filter.all/pub_detail.asp

L’Iran e il dibattito tra gli specialisti di armamenti nucleari. Lo scetticismo degli esperti americani sulle capacità dell’Iran di produrre l’atomica.

http://www.armscontrolwonk.com/

L’intervento di Armitage sul Financial Times. Un’intervista di Richard Haass (presidente del Council on Foreign Relations ed ex-direttore dell’ufficio del policy planning del Dipartimento di Stato con Colin Powell): un’altra apertura alla trattativa con gli iraniani sul problema dell’arricchimento dell’uranio.

www.truthout.org/docs_2006/041306D.shtml
http://www.cfr.org/publication/10426/

Seth Jones, Georgetown University (da the Christian Science Monitor, 11 aprile 2006). La guerra preventiva è ormai il passato. Le ragioni strategico – militari per le quali gli Usa intendono colpire l’Iran. I motivi per non farlo. E il commento di Paul Rogers per l’Oxford Research Group a proposito della crisi iraniana.

http://csmonitor.com/2006/0411/p09s02-coop.html
http://www.oxfordresearchgroup.org.uk/publications/paulrogers/March06.htm

Pat Buchanan. L’irriducibile dell’isolazionismo: una filone politico-culturale di nuovo in voga a Washington.

http://www.realclearpolitics.com/articles/2006/04/is_war_with_iran_inevitable.html

L’analisi della crisi irachena di Anatol Lieven.

http://www.newamerica.net/index.cfm?pg=article&DocID=2993

L’analisi della National Security Strategy di Henry Kissinger.

http://www.iht.com/bin/print_ipub.php?file=/articles/2006/04/13/opinion/edkiss.php

Viviamo già in un mondo multipolare: ancora Richard Haass.

http://www.cfr.org/publication/8258/end_of_the_unipolar_era.html

Usa: credibilità anno zero. La rivolta dei generali. Le ragioni e la storia del difficile rapporto tra civili e militari al Dipartimento della Difesa, dai tempi di Truman e MacArthur. Le interpretazioni di Richard Holbrooke e Andrew Bacevich.

http://www.washingtonpost.com/wp-dyn/content/article/2006/04/14/AR2006041401451.html

http://www.latimes.com/news/opinion/commentary/la-oe-bacevich15apr15,0,4080791.story?coll=la-news-comment-opinions

Il prossimo errore di Israele. Lo speciale dell’Economist sul piano per la divisione di Gerusalemme voluto dal governo Olmert.

http://www.economist.com/world/displaystory.cfm?story_id=6795641

Il fallimento delle trattative Usa – Iran secondo le fonti vicine al Mossad. Da Debka.com

http://www.debka.com/article.php?aid=1157

Flynt Leverett, membro del National Security Council durante la prima amministrazione Bush, contesta al presidente la mancanza di serietà nell’intraprendere colloqui con l’Iran.

http://www.cfr.org/publication/10326/

Il problema dei democratici. Il problema della credibilità sugli affari che riguardano la sicurezza nazionale è considerato il tallone d’achille dei democratici: per questo, spesso, sono più realisti del re. Perché non si potrà contare su alcuni di loro (Hillary Clinton in testa) nel caso cominciasse un vero countdown contro Teheran.

www.foreignpolicy.com/story/cms.php?story_id=3416