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Il nuovo "perché non possiamo non dirci cristiani"Ultima modifica: lunedì 18 febbraio 2008 "Oggi, la Chiesa cattolica sembra ritornare alla chiusa maledizione della scienza e del pensiero moderni". La riflessione di Fulvio Tessitore sul rapporto tra religione e politica. Desta preoccupazione la decisione della Gerarchia cattolica, che sembra voler sfidare il rischio di aprire una nuova questione religiosa nel nostro già dilacerato Paese. Le ragioni sono molteplici anche se non vale fermarsi su quelle contingenti, che paiono definire, sempre più chiaramente, la decisione di dare fiducia ad una destra becera ed incolta, che non ha altro intento se non quello di intercettare la crisi culturale contemporanea in termini di successo politico. E poco conta se questo è provvisorio o duraturo. Ciò su cui conviene fermarsi sono le ragioni più nobili di un atteggiamento pericoloso. Drammaticamente il nuovo Pontefice e la sua Chiesa avvertono le deficienze della tenuta morale della società contemporanea, tanto da non credere più alla preoccupazione che Giovanni XXIII enunciò solennemente nel grande discorso di apertura del Concilio Vaticano II, Gaudet Mater Ecclesia, dove espresse la fiducia nei “segni dei tempi”. “Nell’esercizio quotidiano del nostro ministero pastorale”, scrisse il Pontefice, “ci feriscono l’orecchio suggestioni di persone, pur ardenti di zelo, ma non fornite di senso sovrabbondante di discrezione e di misura. Nei tempi moderni esse non vedono che prevaricazione e rovina; vanno dicendo che la nostra età, in confronto con quelle passate, è andata peggiorando (…). A noi sembra di dover dissentire da codesti profeti di sventura, che annunziano eventi sempre infausti. Nel presente momento storico, la Provvidenza ci sta conducendo ad un nuovo ordine di rapporti umani”. Al contrario, oggi, la Chiesa cattolica sembra ritornare alla chiusa maledizione della scienza e del pensiero moderni, poco importando se ciò è destinato a produrre un profondo disagio nelle coscienze e nelle menti, un disagio intellettuale e un disagio politico tale da inaridire, da un lato, le fonti della religiosità, dall’altro quelle dello stesso laicismo in cui si era, faticosamente, composta l’Italia del Risorgimento e del post-Risorgimento, non diversamente dall’Italia faticosamente uscita dal disastro della guerra fascistica. Se da una parte la Chiesa di Roma rischia di perdere la presa sul mondo sociale e civile (che era, al contrario, la preoccupazione e il programma del Vaticano II), dall’altro l’Italia laica non si cura più della religione, perdendo sempre più interesse per lo studio della religione in genere e del Cristianesimo in specie, fino al punto da indebolire un elemento importante della nostra identità nazionale. Ebbene, qual è, o sembra essere l’atteggiamento del PD dinanzi a tale e tanta questione? Sembra essere la preoccupazione di dare spazio alle preoccupazioni della Gerarchia (o almeno alla parte di essa più “politicizzata” e interventista nelle questioni politiche –e mi riferisco alla CEI di Ruini ed anche a quella più timida di Bagnasco) e, peggio ancora, alle ottusità dei Teo-dem, a cui pare affidare la rappresentanza delle questioni “eticamente sensibili”, ritenendo incapace il pensiero laico di comprenderle e di affrontarle. Siamo al punto che il PD sembra aver smarrito perfino la tradizione del partito laico dei cattolici democratici alla De Gasperi, a favore di componenti della Margherita, che nulla sanno e nulla hanno da spartire con la tradizione del Popolarismo sturziano. Il PD sembra incapace di ereditare perfino la rigorosa difesa della laicità dello Stato del Presidente Scalfaro, del quale tutto può dirsi tranne che non sia un intransigente cattolico, il quale, tuttavia, non ha avuto dubbi sul valore della laicità, che significa rispetto e cioè fondamento della convivenza, senza di cui non si reggono, non trovano spazio i fondamenti della stessa fede cristiana, la carità e la pietà. Già, carità e pietà. Il fondamentalismo dei nostri Teo-dem sta nella incapacità di avvertire carità e pietà verso quanti non la pensano come loro e che essi ritengono di dover “convertire” o rendere innocui vista la loro condizione di peccatori. Ma che sanno costoro di fede se non sanno concepire la carità e la pietà, che, ricordiamolo, significa amore di Dio per gli uomini e, transitivamente, amore degli uomini tra di loro. Ed allora il PD? È giusto e saggio inseguire la contingenza, alimentare l’oscurantismo di quanti sono smarriti nell’inseguimento del potere mondano, in un momento di radicali trasformazioni culturali, certamente dominate dalle ragioni profonde della multiculturalità e dell’interculturalità, che sono i termini della convivenza, ossia del tessuto connettivo della nuova, rinnovanda struttura sociale, che deve essere il compito principale di un partito veramente nuovo. Ora il primo momento di questa lotta difficile in un mondo in evoluzione è la fondazione del principio di laicità, in quanto questo significa rispetto, interazione in grado di coniugare identità e differenza. Siamo seduti sull’orlo di un vulcano e in tale condizione non servono ammiccamenti, prudenze, paure, titubanze, pessimismi. Il PD, in quanto partito nuovo, deve saper cogliere non le paure degli infervorati, ma le energie dei “rapporti nuovi”, che, come aveva capito Giovanni XXIII, “per opera degli uomini e per lo più al di là della loro stessa aspettativa, si volgono verso il compimento di disegni superiori e inattesi”. Ma questi non si scorgono se si pronunci soltanto il pur più avvertito “vade retro”. Essi si realizzano se si sa puntare sul rispetto di ciascuno e di tutti, in che consiste la virtù della carità. Laicità significa, dunque, rispetto della fede, delle fedi, che sorreggono la responsabilità degli uomini, come singoli e come comunità. In sostanza il PD deve saper rifondare il “perché non possiamo non dirci cristiani”, sapendo che questo non è una negazione del pensiero moderno, ma la sua più rigorosa affermazione. |
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