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![]() Guerra ai pirati del XXI secoloUltima modifica: sabato 4 febbraio 2006 Quello che in Italia abbiamo scoperto con il rapimento di Abu Omar e con la sua deportazione in Egitto, dove si dice sia detenuto da due anni in condizioni disperate e, a seguito di torture, abbia addirittura perso una parte della sua autonomia motoria, negli Stati Uniti è stato rivelato nel 2002. La lunga storia del programma segreto della Casa Bianca. Roberto Ciccarelli
La guerra totale contro la pirateria del XXI secolo è iniziata. Ma non oggi. Per il Gip milanese Guido Salvini la guerra è approdata in Italia il 17 febbraio 2003 quando almeno 13 agenti della Cia hanno rapito Abu Omar, l’imam della moschea di Via Quaranta, e lo hanno deportato in Egitto. Nelle 105 pagine dell’ordinanza che chiede l’arresto per terrorismo internazionale Salvini ne descrive almeno un aspetto fondamentale. La pratica del rapimento e della deportazione «nella giurisprudenza anglo-americana - scrive Salvini - è nota come “forcible abduction”, cioè prelevamento forzato». Tale pratica, continua Salvini, «consiste nell'aggiramento delle procedure di estradizione quando essa non sia stata chiesta o non sia possibile, mediante il diretto e violento prelevamento di un soggetto nel territorio di uno Stato da parte di agenti, ufficiali o no, dello Stato che effettua l'abduction e senza il consenso dello Stato che ospita la persona». Ma la storia del «prelevamento forzato» è lunga e tortuosa e risale ad alcuni anni fa, nasce da un programma segreto elaborato all’indomani dell’11 settembre nei circoli ristretti del ministero della Giustizia americano guidato da Richard Ashcroft, ostacolato dal Dipartimento di Stato, allora guidato da Colin Powell, e da alcuni personaggi delle agenzie dell’anti-terrorismo, come da agenti dell’Fbi e della Cia, che sin dalla metà degli anni Novanta hanno provato a elaborare gli strumenti giuridici e militari per combattere la nuova guerra contro il terrorismo globale. Gole profondeQuello che in Italia abbiamo scoperto con il rapimento di Abu Omar (presumibilmente un ex agente della Cia, almeno secondo il Chicago Tribune), e con la sua deportazione in Egitto, dove si dice sia detenuto da due anni in condizioni disperate e, a seguito di torture, abbia addirittura perso una parte della sua autonomia motoria, negli Stati Uniti è stato rivelato nel 2002 da due inchieste apparse sul Washington Post. Da allora è uno stillicidio quotidiano di indiscrezioni e di memorandum segreti messi a disposizione della stampa da una serie nutrita di gole profonde che, come sempre, si annidano nell’Fbi e guardano di traverso l’operato della Cia, proprio come ai tempi del Watergate. L’ultimo memorandum è stato pubblicato su Newsweek di questa settimana in cui si apprende che tre anni fa un agente dell’Fbi avvertì i suoi superiori dell’esistenza di un programma segreto che autorizzava il rapimento e la deportazione di sospetti terroristi in paesi che praticano la tortura. Il memorandum datato 27 novembre 2002 è un’analisi legale delle tecniche di interrogatorio degli aderenti alla rete terroristica di Al Qaeda e approvate dal Pentagono. Dopo avere denunciato l’illegalità di tecniche come quelle dell’uso dei cani per intimorire i detenuti o dell’uso dell’acqua «per indurli all’insensibilità» (come è accaduto ad Abu Grahib in Iraq), l’agente discute il piano di deportazione dei detenuti in paesi come la Giordania, l’Egitto per continuare gli interrogatori. «Lo scopo di questa categoria [la «extraordinary rendition» (la «consegna straordinaria»)] è di utilizzare, fuori dagli Stati Uniti, tecniche di interrogatorio che potrebbe violare [le leggi degli Stati Uniti]. Se commessi negli Stati Uniti, questi abusi sarebbero in sé delle violazioni dello Statuto americano sulla tortura» scrisse l’agente. Alla luce dei memorandum ad uso interno compilati tra il 2002 e il 2003 il timore di questo solerte funzionario risulta invece più reale della realtà e parte di un più vasto programma di guerra peraltro dichiarata apertamente dalla Casa Bianca. «Combattenti nemici illegali»Non è stato facile per l’ex ministro della giustizia Ashcroft imporre la categoria di «nemico combattente» al sistema penale americano. La prima sentenza a lui favorevole fu quella della corte d’appello federale della Virginia l’8 gennaio 2003. Nonostante la resistenza del collegio, Yasser Esam Hamdi, l’americano-saudita catturato in Afghanistan dall’alleanza del Nord, venne definito un «nemico combattente». Questa definizione di “combattente nemico illegale” esprime due caratteristiche essenziali di tale status: l’extra-territorialità e l’agire contro le leggi di guerra. Il potere d’accusa è detenuto in maniera esclusiva dal Presidente degli Stati Uniti e dall’inizio del 2002 è stato usato decine di volte da Bush. Alla fine del 2001, un piccolo gruppo di avvocati politicizzati del Consiglio giuridico del Dipartimento della giustizia e dell’ufficio del consigliere giuridico Alberto Gonzales (oggi ministro della giustizia) sollecitò Bush con una serie di memorandum ad assumere delle misure ad aggirare la convenzione di Ginevra (la quarta, quella che garantisce un processo giusto che impone una pena conforme all’ordinamento vigente). Il gruppo era capitanato da John Yoo, un intellettuale conservatore che guarda con scetticismo al diritto internazionale. Dopo l’11 settembre. Yoo, insieme al suo gruppo, giunse a classificare gli autori dell’attentato alle Torri Gemelle come “combattenti nemici illegali” e non come prigionieri di guerra o come detenuti per crimini politici. Il paradigma includeva non solo i membri di Al Qaeda, ma anche i Talebani perché il loro Stato, l’Afghanistan, doveva essere considerato uno «Stato fallito». Il memorandum dimostra tutto il suo interesse quando ripercorre la storia della categoria di «nemico combattente». Questa definizione è stata coniata nel 1942 dalla Corte Suprema americana ed è stata raccolta da Roosevelt in una sua dichiarazione (la numero 2561): «Sono nemici combattenti quelle persone che sono cittadini o residenti in ogni nazione in guerra con gli Stati Uniti […]. Chiunque entri nel nostro territorio e compia atti di sabotaggio, ostilità o di guerra e viola la legge di guerra». Il nuovo terrorismo ha sciolto il legame tra il nemico e l’appartenenza statale. Fino al 2002, questo potere del Presidente è stato usato due volte: contro una squadra di sabotatori tedeschi sorpresi negli Usa durante la Seconda guerra mondiale e contro un italo-americano arruolatosi con i fascisti per combattere gli americani sbarcati in Sicilia. Dopo l’11 settembre questa accusa è stata rivolta contro cittadini americani (il caso più noto è quello di José Padilla) ed ha lo scopo di slegare lo status di queste persone dall’appartenenza ad una nazione. Oggi tutti i sospettati di terrorismo vengono considerati come delle «entità non statali» che bisogna affrontare senza ricorrere alle Convenzioni di Ginevra, aggirando anche le procedure di estradizione firmate dagli Stati Uniti. «Perché è così difficile per la gente capire che esiste una categoria di comportamenti che non vengono coperti dal sistema legale?» ha detto John Yoo in una recente intervista al New Yorker. «Che cos’erano i pirati? Non combattevano per nessuna nazione. E cos’erano i commercianti di schiavi? Storicamente erano persone che agivano al di fuori di ogni legge. Non esisteva alcun provvedimento specifico per sottoporli a processo o metterli in una prigione. Se sei un combattente illegale, non meriti la protezione delle leggi di guerra». Yoo ha poi aggiunto anche che la Costituzione americana riconosce al Presidente il potere di superare la convenzione contro la tortura dell’Onu quando si tratta della sicurezza nazionale. Anche il Congresso, ha proseguito Yoo, «non può legare le mani del Presidente rispetto alla tortura intesa come tecnica di interrogatorio dei sospetti di terrorismo». «E’ uno dei poteri principali del nostro comandante in capo. Il Congresso non può vietare al Presidente di ordinare la tortura». «Abbiamo creato un incubo»Il «prelevamento forzato» fu originariamente autorizzato da Bill Clinton per contrastare la crescita della rete di Al Qaeda. Michael Scheuer era il capo dell’Alec, l’unità della Cia che dal 1996 si è occupata direttamente di bin Laden. Il suo lavoro consisteva nell’«investigare, sradicare e smantellare» le operazioni terroristiche. Dal 1997, spiega nel suo libro L’arroganza dell’Impero. Perché l’Occidente perderà la guerra al terrorismo (Marco Tropea editore, pp. 382, €18,50), gli venne assegnato l’incarico di procedere all’arresto di Bin Laden e degli affiliati alla rete di Al Qaeda. Allora spuntarono i primi problemi. Nel caso di arresto, infatti, e del successivo processo, nessuna corte americana avrebbe riconosciuto le circostanze «eccezionali» in cui l’azione sarebbe avvenuta. Non solo, ma nessun governo straniero avrebbe autorizzato un’operazione segreta targata Cia sul proprio territorio e comunque avrebbe rinunciato a testimoniare in una corte americana per timore di ripercussioni interne (si tratta pur sempre di paesi a maggioranza musulmana). «Stavamo diventando dei vouyers - ricorda Scheuer - Sapevamo dove si trovava questa gente, ma non potevamo agire perché non avremmo potuto portarli da nessuna parte». Dopo l’11 settembre, il numero dei rapimenti è aumentato. Si calcola che siano oltre cento le persone detenute in carceri come quelle di Guantanamo. Scheuer mostra oggi più di qualche dubbio sull’uso della «extraordinary rendition»: «Ci terremo per sempre queste persone?» - si chiede Scheuer - «Una volta che hai violato i diritti fondamentali di queste persone non è più possibile reimmetterle in un procedimento penale e non si possono nemmeno ucciderle. Quello che abbiamo creato è un incubo». Testimoni degli abusiUn altro modo per braccare nella notte del diritto lo status virtuale di un terrorista è l’uso eterodosso di una legge del 1984, quella sui «testimoni materiali» (Material Witness). L’estensione di questa legge risponde infatti all’esigenza di definire il sospetto terrorista come “persona informata” di un reato associativo di stampo terrorista. Il testo era stato elaborato per contrastare il crimine organizzato, la mafia in primo luogo. Se un tribunale ritiene che un individuo disponga di informazioni essenziali per un’indagine su un’organizzazione criminale e con ogni probabilità fuggirà sottraendosi alla deposizione, può decidere di arrestarlo finché non avrà reso la sua testimonianza. «Dopo l’11 settembre - si legge nel rapporto di Human Rights Watch pubblicato a fine giugno in collaborazione con il sindacato americano delle libertà civili (American Civil Liberties Union, ACLU) - il Dipartimento della giustizia ha usato deliberatamente questa legge in un’ottica completamente diversa: per assicurare la detenzione illimitata di coloro che considerava sospetti di attività terroristiche. Ha rifiutato di rispettare i diritti fondamentali delle persone e la Costituzione che riconosce ai detenuti il diritto della notifica delle accuse, il diritto ad un avvocato, quello di visionare le prove e di essere in grado di contestare l’accusa e le ragioni della sua detenzione». Questo rapporto di 101 pagine, intitolato Testimoni di abuso: gli abusi sui diritti dell’uomo nella legge sul testimone materiale dall’11 settembre, compie una dettagliata ricognizione dell’impressionante documentazione giornalistica prodotta negli ultimi quattro anni sui casi sino ad oggi conosciuti. Ufficialmente sono «almeno 70 i casi» di detenzioni arbitrarie; 42 persone sono state rilasciate 20 gli accusati di crimini non collegati ad attività terroristiche, e due i «nemici combattenti» affidati al Dipartimento della difesa. Salvo un’eccezione, tutti i detenuti sono di confessione musulmana. «Molti non sono stati informati delle ragioni del loro arresto – si legge nel rapporto – non hanno avuto la possibilità di incontrare immediatamente un avvocato e non hanno l’autorizzazione a visionare le prove a carico. I processi nei tribunali sono stati condotti in segreto e tutti i documenti sono stati segretati… Numerosi testimoni materiali sono stati arrestati e incarcerati con prove che non sarebbero state mai sufficienti per giustificare una simile detenzione preventiva». «Quando non esistono prove - precisa il rapporto - il Dipartimento della giustizia prolunga semplicemente l’arresto fino a quando non sono più d’alcuna utilità e che un giudice decida finalmente di liberarli». Criminali, non nemiciScenario per un finale di questa storia lunga e tortuosa della guerra «non statale» contro i pirati del XXI secolo. I terroristi, o i sospetti tali, non sono «nemici», justi hostes, ma puri e semplici criminali da perseguire al di fuori della convenzioni internazionali e delle legislazioni penali vigenti. Su questa base vanno uniformandosi anche le politiche europee anti-terrorismo: il «pacchetto Pisanu», approvato il 31 luglio, come il piano in «dodici punti» presentato da Tony Blair il 5 agosto scorso ad esempio. L’attenzione preferenziale alla gestione dell’immigrazione, e in particolare alle espulsioni immediate di «predicatori di violenza» (l’Imam Bakri in questo momento), alla carcerazione preventiva (sino a sei mesi) dei sospetti terroristi, apre in Gran Bretagna (e in Italia?) uno scenario «americano». Human Rights Watch cita infatti un rapporto del giugno 2003 circolato nel Dipartimento di Giustizia in cui si denunciava il trattamento di 762 immigrati incarcerati illegalmente negli Stati Uniti nelle settimane immediatamente successive all’11 Settembre. Aspettiamo la pubblicazione di un altro rapporto sull’Europa. Non tarderà. Forse. |
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