Il Blog di MercurioCrs

MercurioWebLogIl Blog di MercurioCrs MercurioCRSLa newsletter del CRS |
Sei in: Home / Rubriche / Sistema di detenzione globale / Guerra ai pirati del XXI secolo / "Combattente nemico illegale"
![]() "Combattente nemico illegale"Ultima modifica: sabato 4 febbraio 2006 La storia segreta del programma delle "consegne straordinarie". L'arresto di persone residenti in paesi terzi e deportazione nelle carceri dei paesi di origine dove spesso si pratica la tortura per ottenere informazioni - viola le leggi federali degli Stati Uniti e la convenzione di Ginevra. Come nasce il paradigma del "combattente nemico illegale" Roberto Ciccarelli
“Cosa ne facciamo di questa gente?”Il “prelievo forzato” fu originariamente elaborato su basi limitate, ma dopo l’11 settembre, quando George Bush ha dichiarato la guerra globale contro il terrorismo, questo programma si è allargato oltre ogni aspettativa diventando secondo un ex agente della Cia “un abominio”. Iniziò ad essere utilizzato contro una non meglio identificata categoria di persone che l’amministrazione Bush aveva nel frattempo definito “combattenti nemici”, molti dei quali non erano mai stati in precedenza indagati per alcun tipo di crimine. Lo scopo finale del programma dei “prelievi forzati” non è ad oggi ancora conosciuto, quello che è certo è che la sua dinamica - arresto di persone residenti in paesi terzi e deportazione nelle carceri dei paesi di origine dove spesso si pratica la tortura per ottenere informazioni - viola le leggi federali degli Stati Uniti e le Convenzioni di Ginevra. L’amministrazione Bush replica che la minaccia rappresentata da questi “terroristi non statali” è tale da richiedere l’adozione di nuove norme di ingaggio. E’ stato Alberto Gonzales, l’attuale ministro della giustizia, ad avere definito con precisione questo cambiamento di prospettiva e ad avere elaborato un nuovo paradigma: “questo programma punta a migliorare la capacità di ottenere velocemente delle informazioni dai terroristi catturati e dai loro complici per evitare ulteriori atrocità contro i civili americani” evitando così di riconoscere ai sospetti i loro diritti, tra cui quello ad un avvocato e ad un processo. I rapiti vengono deportati in paesi come l’Egitto, il Marocco, la Siria e la Giordania che sono stati a loro tempo denunciati per violazione dei diritti umani dal Dipartimento di Stato. Per giustificare questi atti illegali l’Amministrazione Bush aggira la clausola della Convenzione contro la tortura delle Nazioni Unite, ratificata dagli Stati Uniti nel 1994, che richiede “ragioni sostanziali per credere” che un detenuto sarà torturato all’estero. L’estradizione viene dunque vincolata alla verifica di tale eventualità legata ai singoli casi individuali non alla certezza che il sistema penale di un paese funzioni anche ricorrendo alla tortura. Coloro che vengono indagati per terrorismo rappresentano per l’amministrazione Bush un pericolo potenziale poiché potrebbero possedere delle informazioni riguardanti l’organizzazione di attacchi contro obiettivi civili e militari che è necessario evitare a tutti i costi. Il “prelievo forzato” è solo uno degli strumenti adottati dalla Casa Bianca per prevenire eventuali attacchi terroristici fuori e dentro il territorio nazionale. In un lungo articolo pubblicato sul New Yorker (“Outsourcing torture. The secret history of America’s “extraordinary rendition” program), Jane Mayer spiega come il nuovo “paradigma” preveda anche la detenzione preventiva di persone fuori dal territorio statunitense. Non ci sono solo le prigioni della base militare di Guatanamo a Cuba, dunque, ma anche altri luoghi esclusi dalla giurisdizione americana e da quella internazionale dove sono ancora detenute almeno dieci persone (tra le quali Khalid Sheikh Mohammed, un alto quadro della rete di Al Qaeda; e Ramzi bin al-Shibh, uno degli artefici degli attacchi dell’11 settembre). L’amministrazione Bush ha rifiutato ripetutamente alla commissione senatoriale bipartisan che ha indagato sui fatti dell’11 settembre di rivelare dove sono localizzate queste prigioni e chi viene detenuto in esse. La convenzione di Ginevra del 1949 prevede una serie di norme sul trattamento dei soldati e dei civili catturati in guerra, ma l’Amministrazione Bush risponde che gli aderenti alla rete di Al Qaeda non fanno parte di uno Stato e dunque non sono garantiti dalla convenzione. E’ sorprendente, ma la più fiera resistenza a questo tipo di pratiche viene dagli stessi agenti della Cia e dell’Fbi che sono stati coinvolti direttamente dal cambiamento del paradigma. Crescono infatti le obiezioni sull’utilità della “coercizione fisica” come mezzo per acquisire informazioni attendibili. La detenzione indefinita, e senza alcun supporto legale, di persone non accusate di reati potrebbe renderle inutilizzabili nell’ambito di un processo sia come testimoni sia come “pentiti”. “In un tribunale - dice Jamie Gorelick, uno dei membri della commissione senatoriale - i sospetti devono essere giudicati oppure devono essere lasciati liberi. Ma se si adotta un percorso che non permette di perseguirli, allora siamo in una terra di nessuno. Che cosa ne facciamo di queste persone?”. “Quello che abbiamo creato è un incubo”Le indagini sulle reti terroristiche non erano una delle priorità dell’Amministrazione Bush che si è invece concentrata sulla prevenzione di altri attacchi. Le persone impegnate per diversi anni nelle attività investigative sono invece preoccupate sulle conseguenze indirette delle misure radicali adottate dall’Amministrazione. Tra queste persone c’è Michael Scheuer, un ex esperto dell’anti-terrorismo della Cia, che ha contribuito ad elaborare la pratica del “prelievo forzato”. Scheuer ha lasciato l’Agenzia nel 2004 e da allora scrive libri molto critici con le strategie adottate dal governo per combattere il fondamentalismo islamico. Leggi la recensionehttp://www.centroriformastato.it/crs/Testi/recensioni/pagine_americane/Scheuer Leggi l’intervista sul caso Abu Omarhttp://www.repubblica.it/2005/e/sezioni/cronaca/islamici/sismisapeva/sismisapeva.html Scheuer era il capo dell’unità della Cia che dal 1996 si è occupato direttamente dei gruppi islamici militanti. Il suo lavoro consisteva nell’“investigare, sradicare e smantellare” le operazioni terroristiche. Dal 1997 gli venne assegnato l’incarico di procedere all’arresto di Bin Laden e degli affiliati alla rete di Al Qaeda. Allora spuntarono i primi problemi. Nel caso di arresto, infatti, e del successivo processo, nessuna corte americana avrebbe riconosciuto le circostanze “eccezionali” in cui l’azione sarebbe avvenuta. Non solo, ma nessun governo straniero avrebbe autorizzato un’operazione segreta targata Cia sul proprio territorio e comunque avrebbe rinunciato a testimoniare in una corte americana per timore di ripercussioni interne (si tratta pur sempre di paesi a maggioranza musulmana). “Stavamo diventando dei vouyers - ricorda Scheuer - Sapevamo dove si trovava questa gente, ma non potevamo agire perché non avremmo potuto portarli da nessuna parte”. Nasceva allora l’ipotesi dell’Egitto. “Era la scelta più ovvia” sostiene Scheuer. Alleato strategico in Medioriente, insieme a Israele, non avrebbe potuto rifiutarsi. Anche per la ultradecennale battaglia contro il radicalismo islamico che aveva assassinato nel 1981 Sadat, aveva dato i natali ad una generazione di teorici della “fratellanza islamica”, a Ayman al-Zawahiri, numero due di Bin Laden e alla maggioranza degli affiliati di Al Qaeda. La prima azione nel quadro del programma di “prelievo forzato” avvenne il 13 settembre 1995, quando alcuni agenti americani collaborarono con la polizia croata al rapimento di Talaat Fouad Qassem, uno dei terroristi più ricercati dall’Egitto. Una volta riportato in Egitto Qassem è sparito. Qualcuno sostiene che sia stato ucciso. Un’azione simile avvenne a Tirana, in Albania, nell’estate del 1998. Secondo il “Wall Street Journal”, la Cia fornì all’intelligence albanese il necessario per intercettare i colloqui telefonici di alcuni sospetti terroristi islamici. Si scoprì che i colloqui avvenivano con al-Zawahiri, il numero due di Al Qaeda. Gli Egiziani emisero un mandato di arresto e qualche mese dopo Shawki Salama Attiya venne arrestato dalla polizia albanese con l’aiuto di agenti americani. Attiya è stato deportato in Egitto e sottoposto a torture. Le altre persone che sono state arrestate insieme a lui sono state impiccate perché condannate a morte in contumacia. Per queste e molte altre operazioni eseguite dalla Cia, Scheuer oggi sostiene che vennero eseguite dopo un “regolare processo”. Il processo avveniva in assenza del sospetto, veniva approvato dall’ufficio legale della Cia. “Langley - sostiene Scheuer - non avrebbe mai proceduto senza avere delle prove”. Dopo l’11 settembre, il numero dei rapimenti è aumentato. Si calcola che siano oltre cento le persone detenute in carceri come quelle di Guantanamo. Scheuer mostra oggi più di qualche dubbio sull’uso della “extraordinary rendition”: “Ci terremo per sempre queste persone?” - si chiede Scheuer - “Una volta che hai violato i diritti fondamentali di queste persone non è più possibile reimmetterle in un procedimento penale e non si possono nemmeno ucciderle. Quello che abbiamo creato è un incubo”. Appunto. Combattenti nemici illegaliLa ridefinizione del paradigma avvenne all’oscuro di ogni controllo pubblico. Un piccolo gruppo di avvocati politicizzati del Consiglio giuridico del Dipartimento della giustizia e dell’ufficio del ministro della giustizia Alberto Gonzales sollecitò Bush con una serie di memorandum ad assumere delle misure ad aggirare la convenzione di Ginevra. Il gruppo era capitanato da John Yoo, un intellettuale conservatore che da sempre considera il diritto internazionale con scetticismo. Dopo l’11 settembre. Yoo, insieme al suo gruppo, giunse a classificare gli autori dell’attentato alle Torri Gemelle come “combattenti nemici illegali” e non come prigionieri di guerra o come detenuti per crimini politici. Il paradigma includeva non solo i membri di Al Qaeda, ma anche i Talebani perché il loro Stato, l’Afghanistan, doveva essere considerato come uno “Stato fallito”. L’Amministrazione creò dunque una nuova categoria giuridica e li mise fuori legge. Il Dipartimento di Stato era deciso a sostenere la convenzione di Ginevra. Iniziò dunque una guerra contro il gruppo di avvocati di Yoo. In un memorandum dell’11 gennaio 2002, che non è mai stato reso noto, William Taft IV, il consigliere legale del Dipartimento di Stato, scrisse che le analisi di Yoo erano “seriamente difettose”. Taft sostenne che l’idea che Bush avrebbe dovuto smantellare la convenzione di Ginevra era “insostenibile”, “inesatta” e “confusa”. E che l’idea che l’Afghanistan fosse “uno Stato fallito” era una falsità. “La posizione ufficiale degli Stati Uniti - scrisse Taft - prima, durante e dopo l’emergenza dei Talebani era quella di considerare l’Afghanistan uno Stato ufficiale”. Se gli Stati Uniti avessero scelto di condurre una guerra contro la Convenzione di Ginevra, Bush avrebbe corso il rischio di essere accusato di una “seria violazione” della legge internazionale da parte degli altri membri della convenzione. Tre giorni dopo che Taft ebbe inviato il memorandum a Gonzales Bush decise la sospensione della Convenzione di Ginevra. Era l’8 gennaio 2002. “Perché è così difficile per la gente capire che esiste una categoria di comportamenti che non vengono coperti dal sistema legale?”. In un’intervista telefonica John Yoo collega il terrorismo ai pirati del XVII e XVIII secolo. “Che cos’erano i pirati? Non combattevano per nessuna nazione. E cos’erano i commercianti di schiavi? Storicamente erano persone che agivano al di fuori di ogni legge. Non esisteva alcun provvedimento specifico per sottoporli a processo o metterli in una prigione. Se sei un combattente illegale, non meriti la protezione delle leggi di guerra”. Yoo disse anche che la Costituzione americana riconosce al Presidente il potere di superare la convenzione contro la tortura dell’Onu quando si tratta della sicurezza nazionale. Anche il Congresso, ha proseguito Yoo, “non può legare le mani del Presidente rispetto alla tortura intesa come tecnica di interrogatorio dei sospetti di terrorismo”. “E’ una dei poteri principali del nostro comandante in capo. Il Congresso non può vietare al Presidente di ordinare la tortura”. Alcuni casi accertati di torturaMalgrado l’Amministrazione Bush abbia cercato di tenere segreti i dettagli dei “prelievi straordinari”, sono numerosi i resoconti apparsi sul funzionamento del programma. In un memorandum dell’agosto 2002, scritto con ogni probabilità da John Yoo ma firmato da Jay S. Bybee, assistente del ministro della giustizia, si legge che la tortura dei sospetti di attività terroristiche intende infliggere delle sofferenze “equivalenti in intensità al dolore che deriva dal dolore derivante da serie ingiurie fisiche, come il mancato funzionamento di organi, deterioramento delle funzioni vitali e anche la morte”. Per il “Times”, un altro memorandum segreto scritto da alcuni avvocati dell’Amministrazione, autorizzava la Cia ad usare nuovi metodi negli interrogatori - incluso il “water-boarding” nel quale il sospetto viene immerso nell’acqua sin quasi a morire per annegamento. E’ difficile dimostrare questo, e molti altri racconti (il New Yorker ne ha raccolti altri cinque), racconti davanti ad una corte. Si tratta sempre della parola di un detenuto, peraltro ritenuto un “combattente illegale” e sospettato di terrorismo, contro quella del Pentagono. Anche in caso di un processo davanti ad una corte militare le denunce, e le eventuali confessioni, di tali detenuti correrebbero il rischio di non avere alcun valore probante. 8 Dicembre 2001, Aeroporto Bromma, StoccolmaUna mezza dozzina di poliziotti incappucciati trasportarono due richiedenti asilo egiziani, Muhammad Zery e Ahmed Agiza, in un ufficio vuoto. Tagliaropno i vestiti degli egiziani con delle forbici, gli iniettarono dei sedativi e gli fecero indossare delle tute arancioni. La trasmissione televisiva “Kalla Fakta” denunciò che i due egiziani vennero bendati, la loro testa avvolta in cuffie insonorizzate e le gambe costrette in cippi d’acciaio. Secondo un documento del governo svedese declassificato, i due uomini vennero spediti in Egitto su un aereo americano. Gli svedesi hanno avuto conferma dalle autorità egiziane che i due uomini sono stati trattati umanamente. Gli avvocati difensori e i congiunti sostengono il contrario e hanno denunciato torture con elettrodi ai genitali. Dopo due anni di prigione, Zery venne rilasciato, mentre Agiza, un tempo sodale di Al-zawahiri ma poi dissociatosi da Al Qaeda, è stato condannato a 25 anni di prigione. Ottobre 2001, PakistanMamdouh Habib, cittadino australiano di nascita egiziana, venne arrestato in Pakistan. Per la moglie, Habib era in visita in Pakistan per valutare la possibilità di trasferirsi con la famiglia. Per il portavoce del Pentagono, Habib ha speso gran parte del suo viaggio in Afghanistan ed era noto per il suo “appoggio alle forze ostili che combattono sul terreno contro gli Stati Uniti”. Habib è stato rilasciato tre anni e mezzo dopo senza alcuna spiegazione. Habib è stato a lungo assistito dalle organizzazioni per la difesa dei diritti umani. In un documento sul suo caso, Joseph Margulies, un avvocato associato al MacArthur Justice Center della scuola legale dell’Università di Chicago, scrive che Habib venne interrogato per tre settimane in Pakistan dove ha subito una serie di torture da parte di una serie di persone che “parlavano inglese con accento americano”. Poi venne affidato alla custodia di alcuni americani, venne rivestito di una tuta gialla, bendato e trasportato su un aereo privato e portato in Egitto. Per Margulies, Habib venne interrogato in Egitto per altri sei mesi. Habib ha raccontato di essere stato colpito con corpi contundenti collegati ad un elettrodo. Gli venne detto, ricorda Margoulis al “New Yorker” che “se non avesse confessato la sua appartenenza a Al Qaeda sarebbe stato violentato analmente da cani addestrati in tali operazioni”. Habib ha raccontato di essere stato costretto a rimanere in tre camere della tortura: una piena d’acqua che raggiungeva il collo costringendolo a rimanere per ore in punta di piedi; in un’altra l’acqua gli raggiungeva le ginocchia, ma aveva il soffitto così basso da costringerlo a rimanere piegato per ore; nella terza stanza, l’acqua gli raggiungeva le anche mentre i suoi carcerieri gli infliggevano delle scariche elettriche chiedendogli una confessione. Habib ha fatto numerose confessioni, tutte ovviamente false. Habib è stato poi trasferito a Guantanamo dove è rimasto sino a pochi mesi fa per poi essere consegnato al governo australiano. Il Pentagono sostiene che “non esistono prove che Habib sia stato sottoposto a torture o violentato”. |
|
Sito realizzato da |