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![]() Chi ha più paura della Grande Paura?Ultima modifica: sabato 4 febbraio 2006 Purtroppo oggi non esiste governo al mondo che abbia il coraggio di dire agli americani che il terrorismo islamico è un «loro» problema - scrive Rita di Leo. E che per come hanno agito, la «loro» guerra al terrore è diventato un pericolo per gli altri paesi.E nell'età della Grande Paura la contaminazione tra chi fa paura e chi la patisce è più globale del mercato Rita di Leo
Nell'età della Grande Paura chi ha più paura? In cima alla lista vi sono i politici che si sono fatti persuadere a crearla. Addio vacanze in Toscana per Tony Blair, quest'anno gli è toccata una isola lontana, segreta, difesa da mezzi militari. E quel povero Bush? Il suo programma erano 5 settimane nel ranch in Texas, con sveglia alle 5.30 per spaccare legna, pescare, gareggiare in bicicletta col campione americano del giro di Francia Armstrong, farsi informare sugli affari del mondo per non più di 10 minuti al giorno, e poi a letto alle 9.30. E invece è andato tutto storto. Ha cominciato la madre del soldato caduto in Iraq, piazzatasi dinanzi al ranch con la pretesa di chiedere proprio a lui perché il figlio era morto. I media si son buttati a peso morto, i sondaggi hanno subito segnalato un calo di popolarità. Le vacanze erano ormai rovinate dalla paura, scoperta la fragilità della sua casa. Poi l'uragano ha mostrato al mondo la fragilità del grande paese. E infine c'è l'incubo Iraq, con i sunniti ostinati nel rifiutare la Costituzione, e con il bagno di sangue della festa religiosa sciita. Insomma il presidente, abbronzato e con il cagnetto in braccio, se ne è tornato alla Casa Bianca. Ma è proprio nell'odiata Washington che gli toccherà ascoltare tante cose brutte: dalle previsioni sui danni dell'uragano a quelle sulla guerra civile in Iraq. La questione Iraq è esplosa negli ultimissimi mesi. I maggiorenti repubblicani hanno cominciato a rendere sempre più spesso pubblici i propri timori per le politiche di Cheney, di Rumsfeld e dei neocons in Medio Oriente. C'è il rischio di perdere le elezioni di midterm. Si è ormai insinuato il dubbio di aver sbagliato a consentire agli uomini che l'avevano ideata di far entrare il paese nell'età della Grande Paura. Da quattro anni il popolo americano cui la Costituzione promette la felicità in terra, è tenuto in tensione da allarmi su imminenti attentati, e da leggi che gli invadono l'esistenza ricordandogli di dover avere paura di tutto e di tutti. E per fortuna in questi quattro anni a casa non è successo proprio nulla. Fuori casa è successo che i soldati professionisti di quel popolo sono andati a far paura ad altri popoli. Non tanto per le bombe dall'alto, quanto per quello che hanno fatto una volta calati gli stivali sui territori conquistati. È d'allora che pieni di paura e di risentimento soldati professionali, milizie private, burocrati e politici sono divenuti a loro volta fonte di paura per gli abitanti dei paesi conquistati. Per i popoli che Washington aveva decretato fossero solo nemici da punire. E nell'età della Grande Paura il castigo ha spesso assunto aspetti barbarici. Le tecnologie del XXI secolo hanno fatto vedere al mondo comportamenti da Inquisizione, vendette primitive. Storica è la foto digitale di Haj Ali, sindaco di Bagdad in croce, con la testa incappucciata, gli elettrodi alle dita, un manto sul corpo, una figura quasi da Giotto, da secolo tredicesimo. Il mondo è spaventato per come ha agito nei confronti degli sconfitti il governo della più grande potenza militare e economica, con le sue università, i suoi istituti di ricerca, i suoi Nobel, le sue sperimentazioni artistiche, la sua religiosità, l'esistenza di un partito all'opposizione, organi di stampa indipendenti. Il mondo ha scoperto che la grande potenza vuole incutere paura. E vi è riuscita, oggi l'America ispira timore a tutti, ai suoi presunti alleati e ai suoi avversari. E nell'età della Grande Paura la contaminazione tra chi fa paura e chi la patisce è più globale del mercato. La strategia di imporsi inquietando governi, spaventando popoli significa autoisolamento, alterigia, diffidenza, segretezza: sono i termini per definire quella che in passato si considerava «la società aperta» per eccellenza, l'esempio per tutte, per l'ex Urss, per la vecchia Europa, per i regimi dispotici dei paesi non bianchi. In Iraq le sue politiche di occupazione hanno fatto nascere una guerriglia di resistenza da modello per le accademie militari. Al momento nessuno scommette su quando e come si esaurirà. Soldati e ribelli sono accomunati dai sentimenti di odio e paura come nella più tradizionale delle guerre dei secoli scorsi. Si uccidono l'un l'altro incuranti dei morti civili di cui nessuno fa realmente la conta. Forse cominceranno dopo gli ultimi mille. Tra i morti civili vi sono le donne, quelle già morte e quelle che si sta decretando di rinchiudere nella legge islamica. Pare sia l'unico punto su cui i sunniti siano disposti a cedere nella contesa sul futuro politico del paese. Se è vero le donne irachene sono in una condizione simile a quella degli ebrei assimilati dell'Europa degli anni trenta, colpiti dalle leggi razziali. Dopo aver conosciuto scuole e università, lavorato dappertutto, presa la patente, frequentato i caffè e i cinema, stanno per essere rinchiuse nei ghetti della società islamica. Sono i milioni di donne irachene ad avere oggi il primato della paura. La loro sorte delle donne irachene è un costo già accettato dal paese dove la parità tra uomo e donna è un'ideologia intoccabile, dove il segretario di stato è una donna, appena uscita dal suo ghetto. Tale paradosso fa amaramente riflettere sulla premessa da cui deriva il clima attuale. La premessa made in Usa era che si dovesse fare una guerra globale al terrore e che per vincerla andavano terrorizzati i terroristi nel proprio ambiente più di quanto essi avessero spaventato gli americani su terra americana. La premessa è opinabile. Come ben sanno i paesi che hanno patito o patiscono i propri casi di terrorismo, si tratta di fenomeni di cui vanno individuate le specifiche cause, per confrontarvisi e cercare realistiche vie di uscita. Gli inglesi se la son visti da soli con il terrorismo irlandese, gli spagnoli con l'Eta, e i tedeschi e gli italiani con i propri «sovversivi». Persino israeliani e palestinesi sembrano aver capito di poter distinguere tra i propri interrelati interessi e quelli di Hamas. Purtroppo oggi non esiste governo al mondo che abbia il coraggio di dire agli americani che il terrorismo islamico è un «loro» problema. E che per come hanno agito, la «loro» guerra al terrore è diventato un pericolo per gli altri paesi. Che il resto del mondo è messo a rischio soprattutto per i «loro» errori, per la «loro» incapacità a capire chi sta dall'altra parte del tavolo o della barricata. L'ultimissimo esempio è far stendere il testo della prima Costituzione irachena da un professore di New York, di nome Noah Feldman. Il quale, peraltro, se ne è già lavato le mani rigettando proprie responsabilità sulla prevedibile guerra civile tra sunniti, curdi e sciiti. |
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