Sei in: Home / Rubriche / Storie carcerate / Le torture invisibili

Le torture invisibili

Ultima modifica: lunedì 17 ottobre 2005

In tutto il 2003 i suicidi sono stati 65, di cui due minorenni. L’amministrazione penitenziaria ne ha conteggiati 57, scrivono Patrizio Gonnella e Romina Raffo in un contributo pubblicato in "Antigone in carcere. Terzo rapporto sulle condizioni di detenzione (Carocci). La tortura in Italia non è reato. L’onorevole Lussana della Lega Nord, lo stesso partito del guardasigilli, è riuscita a far approvare nel gennaio del 2004 dalla Camera dei Deputati un emendamento che sanciva l’impunità del mono-torturatore

Patrizio Gonnella e Romina Raffo*

Premessa

La tortura in Italia non è reato. L’onorevole Lussana della Lega Nord, lo stesso partito del guardasigilli, è riuscita a far approvare nel gennaio del 2004 dalla Camera dei Deputati un emendamento che sanciva l’impunità del mono-torturatore. Poche settimane dopo scoppiava lo scandalo di Abu Ghraib, delle torture sistematiche, della esaltazione della violenza militare. I torturatori in Iraq provenivano dal primo mondo, dal nostro mondo. Non venivano da oscure terre lontane, da dittature feroci. Erano americani.

L’Italia ha firmato ma non ancora ratificato il Protocollo alla Convenzione delle Nazioni Unite contro la tortura che prevede meccanismi universali di ispezione dei luoghi di detenzione. Gli Usa non l’hanno neanche firmato. Negli ultimi giorni di giugno c’è stata la buona notizia che la Corte Suprema statunitense ha aperto il caso Guantanamo, dichiarando la palese violazione dell’habeas corpus. In Italia, dopo l’emendamento padano, non si è più discusso della introduzione del reato di tortura nel codice penale. Sassari, Napoli e Genova non sono stati moniti sufficienti.
In questo capitolo vengono raccolte alcune storie di violenze. Non è dato modo ai giudici di definirle torture.

1. Carceri
Ascoli Piceno, Casa Circondariale

Prosegue il processo che vede Antigone costituirsi parte civile per la morte del detenuto Giovanni Costantini, avvenuta il 28 settembre 2000, dopo un ricovero d’urgenza in ospedale con una diagnosi di addome acuto e retto sfondato, diagnosi confermata dall’autopsia. Il processo coinvolge medici e poliziotti. Per quanto riguarda il procedimento penale a carico di un agente di polizia penitenziaria per lesioni volontarie, l’istruttoria è stata completata e il 6 luglio ci dovrebbe essere emessa la sentenza. Il processo per omicidio colposo a carico dei 3 medici ha invece avuto un andamento travagliato. Ciononostante i tre medici sono stati rinviati a giudizio. L’udienza è stata fissata il 25 ottobre 2004.

Avezzano, Casa Circondariale

Il 13 maggio 2004 Y. A., 21 anni, marocchino, viene trovato impiccato nella cella del carcere di Avezzano dove era stato trasferito da poche ore da solo dopo una lite con i compagni. Il magistrato inquirente, dopo lunghe indagini da parte della polizia, è arrivato alla conclusione che non si è trattato di suicidio, ma che il marocchino sarebbe morto in seguito ad un pestaggio. E’ per questo che il Pm ha inviato sei avvisi di garanzia dove si ipotizza l’accusa di concorso in omicidio volontario e di favoreggiamento, nei confronti di tre agenti di polizia penitenziaria e tre detenuti. È stata una inchiesta delicata, durante i controlli all’interno del carcere sono stati sequestrati diversi fascicoli e ascoltati anche alcuni operatori. Il procuratore della repubblica di Avezzano, Brizio Montinaro, ha dato incarico alla dottoressa Carla Vecchiotti dell’Università di Roma, di effettuare il Dna su alcune macchie di sangue rinvenute sul corpo dell’extracomunitario.

Belluno, Casa Circondariale

17 dicembre 2003. Un agente di polizia penitenziaria viene rinviato a giudizio per atti osceni e violenza sessuale aggravata nei confronti di un detenuto albanese. Il fatto si sarebbe verificato nella casa circondariale di Belluno. L'accusa per l’agente è di aver abusato dei propri poteri, ordinando al recluso di avvicinarsi alla porta della cella in cui era rinchiuso e costringendolo a subire un atto sessuale.

Biella, Casa Circondariale

Il 5 gennaio 2003 si è conclusa l’inchiesta penale della procura di Biella, relativa a fatti avvenuti nei mesi precedenti. Nel fascicolo, ricco di accuse e deposizioni, si parla di abusi e pestaggi dei detenuti, di omissioni e silenzi dei medici, di intimidazioni da parte degli agenti. Le persone indagate sono 59. Si tratta soprattutto di agenti di polizia penitenziaria. Ma anche di medici, seppur con un ruolo marginale, ossia per omissioni. Tra i principali protagonisti di questa vicenda giudiziaria, invece, è il direttore sanitario M. C. che è stato rimosso dall’incarico. L’accusa per lui è più pesante: avrebbe omesso di disporre accertamenti sanitari sui detenuti che glielo chiedevano. Secondo l’accusa gli agenti avrebbero usato violenza fisica e psicologica contro moltissimi detenuti. È stata rinvenuta una stanza dentro il carcere, detta la “cella liscia”, perché priva di arredo, dove i detenuti venivano perquisiti e poi colpiti con violenti getti d’acqua sparati da un idrante. Gli agenti, inoltre, accompagnavano il detenuto in infermeria in gruppi da 5 o 6 persone. Secondo l’accusa volevano assistere ai racconti fatti ai medici, per controllare che ripetessero la “solita” storia, ossia “sono caduto”. Dopo la denuncia di un detenuto, il pm ha cercato di riscontrare uno a uno tutti gli episodi. Ha controllato registri, prognosi, ha interrogato medici e agenti. Adesso che l’inchiesta è conclusa, si attende il dibattimento. Intanto il provveditore regionale ha rimosso i vertici del personale penitenziario.

Bolzano, Casa Circondariale

Si è tenuta il 20 maggio 2004, presso il Tribunale di Bolzano, l’udienza finale del processo per i maltrattamenti e le violenze a danno di detenuti avvenuti nel carcere cittadino tra il 1997 e il 2000, vicenda conosciuta come “il caso della cella x”, ossia la cella numero 4 al piano terra dell’istituto. Gli agenti sono stati tutti assolti. L’inchiesta, nata dalla denuncia, in data 16 aprile 1999, del magistrato di sorveglianza di Bolzano, era stata condotta in massima parte dal Procuratore Cuno Tarfusser. Gli agenti coinvolti erano stati ventuno. I casi di maltrattamenti finiti in tribunale erano nove. Per altri dieci agenti era stata richiesta l’archiviazione. L’8 aprile 2003 era iniziato il processo a carico degli agenti rinviati a giudizio. Le udienze sono proseguite il 15 aprile e il 13 giugno con le testimonianze dei detenuti. Il 12 febbraio 2004 ha deposto il direttore dell’istituto all’epoca dei fatti, il quale ha sostenuto che la cella in questione non è mai esistita e che nella cella 4 venivano rinchiusi i detenuti ubriachi o pericolosi. La cella, a suo dire, era spoglia per impedire ai detenuti di sfasciare qualsiasi cosa e di farsi del male. Tutti assolti e tutti ai loro posti di lavoro.

Cagliari, Casa Circondariale

Prosegue ad oggi davanti il processo contro tre agenti di polizia penitenziaria, rinviati a giudizio nel maggio del 2002 con l'accusa di aver provocato «seri danni» ad un detenuto, A. V. (32 anni, di Cagliari), colpendolo - come recita il dispositivo del Gip - con schiaffi e pugni al volto e alle orecchie, e provocando la perforazione di un timpano (50 giorni di prognosi). I tre imputati - S. D. (35 anni), F. B. (46 anni) e G. L. (36 anni) - hanno da parte loro sempre respinto le accuse. A.V., detenuto per una rapina alla Deutsche Bank, si è costituito parte civile per il riconoscimento dei danni materiali e morali subiti nel pestaggio, che si sarebbe verificato in una cella del carcere di Buoncammino il 25 settembre del 1999.

Caltanissetta, Casa Circondariale Malaspina

Il 7 febbraio 2003 L. R., agente di polizia penitenziaria di Caltanissetta, viene arrestato con l'accusa di avere violentato, in periodi diversi, due giovani detenuti della casa circondariale "Malaspina" e di aver tentato di avere rapporti sessuali con un altro giovane che si trovava in carcere e con uno che si trovava agli arresti domiciliari. La Procura ha condotto le indagini per 2 mesi avvalendosi della collaborazione dei funzionari della casa circondariale, dei carabinieri del gruppo operativo e della polizia giudiziaria di Caltanissetta. Contro di lui le testimonianze di alcuni detenuti. Il 22 luglio 2004 l’agente di polizia penitenziaria è stato condannato ad otto anni e mezzo di reclusione. Quasi interamente accolta l’istanza del rappresentante della pubblica accusa che durante la sua requisitoria aveva richiesto per l’imputato la condanna a nove anni.

Civitavecchia, Casa Circondariale

Il 6 ottobre 2003 un detenuto nigeriano ha accusato alcuni agenti di avergli procurato lesioni e violenze dopo una tentata evasione. La Procura ha richiesto l'incidente probatorio per accertare eventuali responsabilità. Il detenuto aveva tentato l'evasione dall’ospedale San Paolo, dove era provvisoriamente ricoverato. L'uomo venne catturato e ricondotto in carcere. Al rientro in ospedale però, dopo circa tre quarti d'ora, aveva delle ustioni all'addome. L'inchiesta ha evidenziato una ipotesi di reato a carico di due agenti di polizia penitenziaria, sospettati di essere gli autori delle lesioni. A loro si è risaliti grazie al riconoscimento del detenuto nigeriano.

Latina, Casa Circondariale

La Procura della Repubblica ha aperto una inchiesta sull’aggressione di cui è rimasta vittima un detenuto del carcere di Latina. A.D.B. sarebbe stato selvaggiamente picchiato il 29 novembre 2003 nell’infermeria della casa circondariale del capoluogo pontino da un agente di polizia penitenziaria a seguito di un diverbio. La Procura della Repubblica ha aperto un fascicolo per accertare le responsabilità di quanto è accaduto. Secondo quanto riferito dal detenuto sarebbe stato ripetutamente colpito al viso. A.D.B. ha riportato varie fratture al volto e alla mandibola. In ospedale è stato portato 48 ore dopo l’aggressione. Il detenuto è stato trasferito a Roma dove è stato sottoposto ad un intervento di chirurgia maxillofacciale.

Livorno, Casa Circondariale

Marcello Lonzi muore il 12 luglio 2003 mentre era detenuto alle Sughere. La morte secondo l'autopsia, disposta dal pm Roberto Pennisi, è avvenuta per cause naturali. La madre del detenuto ha da subito ritenuto che la morte fosse conseguente ad un pestaggio. Per questo ha presentato una denuncia e il pm Roberto Pennisi ha aperto un fascicolo contro ignoti per omicidio. La donna dopo aver parlato ancora con il magistrato ha deciso con il suo legale di fiducia di presentare alla sezione di polizia giudiziaria della Procura un altro esposto contro gli agenti di polizia penitenziaria in servizio il 12 luglio nel settore dove c'era suo figlio. Intanto sono state presentate due interrogazioni parlamentari dal deputato Pisapia e dal senatore Boco. L’avvocato difensore Vittorio Trupiano ha depositato il 14 giugno 2004 alla procura di Livorno un’istanza per chiedere se fosse mai stata effettuata sul corpo di Marcello Lonzi una perizia tossicologica e, se non lo si è fatto, per quali ragioni. Il 2 luglio 2004 il pm Roberto Pennisi ha avanzato la richiesta di archiviazione del procedimento aperto contro ignoti. Il 23 luglio 2004 l’avvocato difensore ha depositato alla cancelleria del Gip, Rinaldo Merani, l’opposizione alla richiesta di archiviazione, perché nel fascicolo sulla morte di Marcello "ci sono almeno una ventina di fotografie, che la difesa non aveva mai visto, nelle quali si vede il corpo del giovane con ferite profonde e del tutto incompatibili con l’ipotesi della morte accidentale procurata dall’infarto e dalla conseguente caduta". A settembre il Gip deciderà sulla richiesta di archiviazione.

Milano San Vittore, Casa Circondariale

Il 10 aprile 2003 sette agenti di polizia penitenziaria e due infermieri del carcere di San Vittore sono stati rinviati a giudizio in seguito a un'inchiesta per maltrattamenti contro un detenuto. I fatti risalgono al 2001. I nove devono rispondere di abuso d'ufficio e omissione di atti d'ufficio, in quanto sono accusati di non avere impedito violenze nei confronti di un detenuto accusato di pedofilia. I due reclusi esecutori materiali delle violenze erano già stati condannati rispettivamente a 4 e 5 anni di carcere, ma dalle indagini è emersa la responsabilità del personale penitenziario, che non sarebbe intervenuto per impedire i fatti. Il 4 marzo 2004 il Pm milanese Tiziana Siciliano ha chiesto la condanna a 5 anni e 6 mesi per tutti e sette gli agenti

Napoli Secondigliano, Casa Circondariale

E’ ancora in corso il secondo processo a carico di 20 agenti di polizia penitenziaria del carcere di Secondigliano, accusati di abuso di autorità sui detenuti, lesioni personali, minacce a testimoni avvenute nel corso delle indagini. I fatti contestati riguardano il periodo intercorrente tra il giugno 1995 ed il febbraio 1999.

Nuoro, Casa Circondariale

Il 23 gennaio 2000 Luigi Acquaviva, 46 anni, si impicca in cella di isolamento. La sera prima del suicidio avrebbe subito un violento pestaggio. Per protestare contro il mancato trasferimento da Badu ‘e Carros si era armato di lametta e aveva preso in ostaggio un assistente capo della polizia penitenziaria: dopo che si era arreso alcuni agenti lo avrebbero violentemente pestato. Il 20 dicembre 2001 il pm Maria Grazia Genovese ha chiuso l’inchiesta chiamando in causa otto agenti di polizia penitenziaria. Uno è stato accusato di omicidio colposo, per non averlo sorvegliato adeguatamente nella notte in cui si è suicidato, e gli altri sette di lesioni, in riferimento al pestaggio subito il 22 gennaio 2000. Il 23 novembre 2002 il Gup Teresa Castagna ha disposto il rinvio a giudizio per gli otto agenti. Su richiesta della parte civile viene chiamato in causa il Ministero della Giustizia. Il 10 dicembre 2002 si è svolta la prima udienza dibattimentale, in cui sono stati ascoltati l’agente preso in ostaggio e l’allora direttore del carcere. Il 13 gennaio 2003 si è svolta la seconda udienza dibattimentale del processo, con l’interrogatorio dei due carabinieri che avevano seguito le indagini sulla morte di Luigi Acquaviva, del medico del carcere, dell’infermiera che aveva prestato i primi soccorsi e degli agenti che erano intervenuti immediatamente. Il 31 marzo 2003 si sé svolta la terza udienza dibattimentale. Il 17 giugno 2004 hanno deposto davanti al giudice i due periti che hanno dichiarato: “il solco presente nel collo era compatibile col cappio e la morte arrivò certamente per asfissia meccanica. Non possiamo però dire con altrettanta certezza che fu causata da impiccamento. Sul corpo di Acquaviva rilevammo ecchimosi e lividi, alcuni risalenti anche al giorno prima, certo non compatibili con l’impiccamento ma piuttosto con calci e pugni, e probabilmente con corpi contundenti come manganelli e spranghe o proiezioni contro ostacoli fissi”. Alla domanda se si trattò di una morte per impiccamento i due periti hanno risposto: “questo non lo possiamo affermare con sicurezza né escludere e in ogni caso si trattò di un impiccamento atipico, sia perché non trovammo versamenti di sangue nel collo sia perché l’asola del cappio era abbastanza larga, e poi il nodo era laterale e non posteriore”. Il perito che ha eseguito l’incidente probatorio sul cappio, ha spiegato: “i due calzini erano legati tra loro con un nodo a cravatta, il diametro del cappio era più piccolo di quello della testa del detenuto, ma era comunque compatibile col segno lasciato sul suo collo”. Il processo riprenderà il 26 ottobre 2004.

Potenza, Casa Circondariale

Si è conclusa l’udienza preliminare e sta per iniziare la fase dibattimentale del processo contro dieci fra agenti di polizia penitenziaria e operatori sanitari del carcere di Potenza, accusati di maltrattamenti nei confronti di un detenuto tunisino di 21 anni, Tbini Ama, che il 17 aprile 2001 si è suicidato nello stesso carcere a seguito della denuncia delle violenze subite.

Reggio Calabria, Casa Circondariale

Il 20 febbraio 2004 il pm ha chiesto l’assoluzione per gli agenti di polizia penitenziaria rinviati a giudizio per la morte di Francesco Romeo, 28 anni, avvenuta il 29 settembre 1997 nel carcere di Reggio Calabria. Dagli atti giudiziari emerse che Romeo sarebbe stato aggredito da almeno cinque persone; successivamente il corpo sarebbe stato trasportato sotto un muro per simulare un tentativo di evasione. La consulenza medico-legale dichiarò l’assoluta incompatibilità delle lesioni con la precipitazione dall'altezza di 3/4 metri. La causa diretta della morte sarebbe stata invece una serie di colpi di bastone o manganello che avrebbero provocato la frattura del cranio. Le lesioni alle braccia evidenziarono un tentativo di protezione del volto. Risultarono lesioni allo scroto ed al coccige. L’avvocato Ugo Giannangeli di Milano ha fatto istanza di avocazione, che però è stata respinta dalla procura generale.

Sassari San Sebastiano, Casa Circondariale

Il 27 marzo 2000 i detenuti del carcere San Sebastiano di Sassari iniziarono una protesta pacifica rumoreggiando con le sbarre della cella a mezzanotte meno un quarto. Colpirono con le posate sulle grate, danno fuoco alle lenzuola, fecero esplodere le bombolette di gas. Alla loro protesta seguì quella dei direttori. A causa del loro sciopero, infatti, i detenuti furono lasciati senza viveri del “sopravvitto” e senza sigarette. Il 3 aprile 2000 venne organizzato uno sfollamento generale dei detenuti da trasferire in altri istituti dell’isola. Durante la traduzione una trentina di detenuti vennero brutalmente picchiati. I parenti protestarono. Scattarono le prime denunce, l’associazione Antigone il 18 aprile 2000 incontrò i vertici dell’Amministrazione penitenziaria. Il 20 aprile le madri dei giovani detenuti picchiati organizzarono una fiaccolata. Il 3 maggio 2000 la Procura emise 82 provvedimenti di custodia cautelare, di cui 22 in carcere e 60 agli arresti domiciliari. Vennero coinvolti il Provveditore regionale dell’Amministrazione penitenziaria, la direttrice, il comandante del reparto. L’Amministrazione penitenziaria trasferì in altre sedi i tre responsabili coinvolti e molti degli agenti. L’accusa: pestaggi selvaggi, detenuti costretti a denudarsi, trascinati per terra ammanettati, colpiti con calci e pugni alla schiena e alle gambe, lanciati da un agente all’altro. Il 9 marzo 2001 il sostituto procuratore presso il Tribunale di Sassari, Gianni Caria, ha chiesto il rinvio a giudizio per novantacinque fra agenti e dirigenti dell’Amministrazione penitenziaria, compresi alcuni medici delle carceri di Sassari, Oristano e Macomer, e i direttori delle carceri di Oristano e Macomer, accusati di aver omesso di denunciare la condizione dei reclusi al momento dell’arrivo nei loro penitenziari. Cinquanta imputati hanno chiesto il rito abbreviato semplice o condizionato. A novembre 2001 sono iniziate le udienze davanti al giudice dell’udienza preliminare. Il Gup Antonio Luigi Depuro ha decretato l’incompetenza territoriale per cinque indagati (i direttori di Oristano Macomer, il comandante degli agenti di Macomer, i medici di Oristano e Macomer). Il 28 gennaio 2002 si sono tenute le prime udienze degli imputati che hanno chiesto il rito abbreviato. Dopo una requisitoria lunghissima, circostanziata, ricca di riferimenti precisi, il pubblico ministero Gianni Caria ha chiesto 3 anni e 8 mesi di carcere per il comandante di reparto, 2 anni e 8 mesi per la direttrice. Entrambi sono accusati di violenza privata, lesioni e abuso d’ufficio; per il comandante si aggiungevano le minacce ad alcuni detenuti durante il trasferimento. Per il provveditore regionale il pm ha chiesto 3 anni e 4 mesi. Per il medico del carcere, accusato di non aver visitato i detenuti in uscita quel giorno, il pm ha chiesto un anno e 4 mesi. Gli si contestava il falso, per quelle firme stampate sui fogli di dimissione che davano i detenuti pestati a sangue, in uscita da San Sebastiano, come in normali condizioni fisiche. Per tutti gli altri un anno e 10 mesi: cinquantaquattro agenti di polizia penitenziaria tutti ritenuti colpevoli di concorso in lesioni.
Il 21 febbraio 2003 il Gup di Sassari Luigi Demuro ha condannato con il rito abbreviato l’ex Provveditore generale delle carceri sarde a un anno e 6 mesi, l’ex direttrice a un anno, l’ex comandante degli agenti a un anno e 4 mesi, 10 agenti di polizia penitenziaria da 4 a 6 mesi. Secondo il Gup non fu una mattanza pianificata a tavolino, ma un’esplosione di violenza improvvisa e imprevista. Un pestaggio barbaro di almeno trentasei detenuti, ad opera di agenti resisi uguali dalle mimetiche. Il Gup ha dovuto compiere un paziente lavoro di ricostruzione di ogni singolo episodio di sevizia. Ci ha lavorato su più di un mese. Nessuno è entrato in carcere visto che il giudice ha concesso a tutti la sospensione condizionale. Atto dovuto, vista la pena ottenuta calcolando le attenuanti generiche, prevalenti sulle aggravanti contestate, e lo sconto di un terzo previsto per il rito abbreviato. Tutti gli altri agenti sono stati prosciolti. Ai quattordici detenuti che il 3 aprile 2000 subirono le lesioni più gravi il Gup ha assegnato risarcimenti per complessivi 59mila euro. Per gli altri ventidue ci penserà il giudice civile, al quale il Gup ha rimesso la decisione. Tra risarcimento e spese legali, i 13 condannati dovrebbero pagare un conto di 157mila euro.
L’11 marzo 2003 i cinque indagati oristanesi escono dall’inchiesta sul pestaggio dei detenuti nel carcere di Sassari. A 20 giorni dalla sentenza pronunciata dal Gup del Tribunale di Sassari, arriva un decreto del Gip del Tribunale di Oristano che archivia la posizione dei direttori e dei medici delle altre carceri sarde.
Il 25 giugno 2003 in 52 pagine il pm Gianni Caria chiede il ribaltamento in appello della sentenza del Gup Antonio Luigi Demuro, di “non luogo a procedere” contro venti agenti di polizia penitenziaria, accusati del maxipestaggio di San Sebastiano.
Il 29 settembre 2003 è iniziato il processo per i nove agenti di polizia penitenziaria che non hanno scelto il rito abbreviato e che hanno deciso di andare invece a dibattimento.
Il 18 luglio 2004 è stato il momento delle testimonianze di quattro ex- detenuti che, davanti ai giudici Massimo Zaniboni, Teresa Lupinu e Antonello Spano, e interrogati dal pm Gianni Caria, hanno confermato ogni particolare di un pomeriggio da incubo. "Mi costringevano a tenere una mela in testa: ogni volta che tremavo, la mela cadeva e giù botte". Il racconto di Graziano P., detenuto a San Sebastiano nei giorni del maxipestaggio, inaugura i ricordi di ordinario orrore. "La mia era la cella 52 - dice Gianluca D. - Quel pomeriggio ero all’ora d’aria, stavo giocando a carte. Tutt’a un tratto vedo i cancelli spalancarsi, entrare delle guardie, tutte in mimetica. Pugni e schiaffi, e poi mi hanno legato e picchiato, fino alla sala colloqui, nel corridoio della matricola. La stessa sorte era riservata ad altri detenuti: mentre passavamo ci massacravano. Ho riconosciuto un solo agente di Sassari, lo avevamo soprannominato Gelatina Smith. Ho visto anche la direttrice, nel corridoio. Stava fuori dalla sala colloqui e guardava. Ho visto anche Tomassi, per la prima volta. Un tipo aggressivo, spolverino e distintivo".
Gavino P. , cella 75, gli dà il cambio. Quel giorno, al momento dell’incursione era nella fossa dei leoni, un cortile a cui si accede passando attraverso un tunnel. Stesso percorso, braccia dietro la schiena, fino alle sale colloqui. "Quel giorno, da quando mi hanno messo le manette mi sono come spento. Ricordo che mi hanno denudato, che qualcuno mi ha detto che così mi stancavo di fare il boss. Ho fatto anche finta di svenire, con la speranza che mi mollassero, ma loro mi picchiavano anche a terra. Nella sala colloqui ho visto uno di noi tutto sporco, se l’era fatta addosso. Mi ricordo della direttrice, nel corridoio. Tomassi l’ho visto solo in quella situazione: aveva un aspetto tipo marines, uno cazzuto. Picchiava forte, mi ha accolto lui, nella sala colloqui”. “Il comandante Tomassi mi aveva afferrato l’orecchio, cercava di strapparmi l’orecchino - dice un altro detenuto, Massimo D. - Una guardia era intervenuta per difendermi. “Con te facciamo i conti dopo”, gli aveva detto Tomassi. Non so niente di lui, solo che è di servizio ad Alghero e che lo chiamavano Carrasciari, Carnevale”. Costantino C. chiude la lista testimoniale. “Così la finisci di fare il galletto”, gli avevano detto. Fra le immagini più terribili quella di un compagno, con la testa immersa in un secchio d’acqua.

2. Questure, commissariati e stazioni dei carabinieri
Ancona, Questura

Il 21 ottobre 2003 un ultrà, accusato di aver picchiato una poliziotta, a sua volta ribalta l’accusa sostenendo che alcuni poliziotti gli avrebbero procurato un trauma cranico. Il portavoce della Questura ha annunciato l’apertura di un’indagine interna per verificare se ci sono stati accessi o abusi nell’operato delle forze dell’ordine.

Genova

Durante lo svolgimento del vertice internazionale del G8 a Genova il 20-22 luglio 2001 le forze dell’ordine vennero accusate, con ampia documentazione prodotta dai media, di pestaggi, violenze, brutalità nei confronti dei manifestanti sia durante lo svolgimento del corteo sia durante la perquisizione straordinaria nella scuola dove risiedevano gruppi di manifestanti. Un ragazzo, Carlo Giuliani, venne ucciso da un carabiniere durante il primo giorno di manifestazione. Le violenze continuarono drammaticamente nelle caserme Bolzaneto e Diaz, utilizzate per l’immatricolazione dei fermati. La procura della Repubblica di Genova aprì 8 inchieste. Coinvolti anche diversi funzionari di polizia. Venne sciolto il reparto celere di Roma coinvolto nei fatti. Antigone si rivolse al Comitato europeo per la prevenzione della tortura. Amnesty International chiese una commissione internazionale indipendente che indagasse sui fatti.
Ecco lo stato delle inchieste giudiziarie e amministrative: 1) il 5 maggio 2003 il Gup Elena D’Aloiso ha accolto la richiesta di archiviazione del procedimento per l'uccisione di Carlo Giuliani in Piazza Alimonda nei confronti del carabiniere Mario Placanica, accettando la tesi della legittima difesa e sostenendo l’uso legittimo delle armi; 2) il 12 maggio 2003 il Gip Anna Ivaldi ha accolto la richiesta di archiviazione per i 93 giovani no global arrestati nel corso del blitz alla scuola Diaz il 21 luglio 2001; 3) il 9 luglio 2003 il Senato ha bocciato in Commissione Affari Costituzionali la richiesta di istituire una commissione parlamentare d’inchiesta sui fatti del G8; 4) per quanto riguarda le violenze nella caserma di Bolzaneto, allestita come carcere provvisorio proprio in occasione del G8 con un apposito decreto ministeriale, e nella quale transitarono oltre 500 persone, in gran parte italiani, nell’ambito dell’inchiesta avviata dalla Procura sono quarantatre le persone, tra agenti e medici penitenziari, che hanno ricevuto l’avviso di conclusione delle indagini. Le accuse sono: lesioni gravi, falso e abuso su detenuti. Il 28 gennaio 2004 alcuni agenti di polizia penitenziaria hanno raccontato quello che hanno visto dentro alla caserma, confermando ai magistrati quanto denunciato da decine di detenuti sottoposti a maltrattamenti; 5) il 12 settembre 2003 si è conclusa l'inchiesta riguardante gli abusi e le lesioni ad opera delle forze dell'ordine intervenute nella scuola Diaz. A novembre alcuni indagati hanno chiesto supplementi di indagini e di interrogatori e hanno presentato un’istanza per spostare il processo da Genova a Torino. Il 3 marzo 2004 viene formalizzata la richiesta di rinvio a giudizio per 29 tra dirigenti, funzionari e agenti di polizia in relazione all’inchiesta sull’irruzione alla scuola Diaz della notte del 21 luglio 2001. I 29 appartenenti alle forze dell'ordine sono accusati a vario titolo dei reati di concorso in lesioni, falso e calunnia e abuso d'ufficio. Il 26 giugno 2004 è iniziata l’udienza preliminare, che si svolge a porte chiuse e che si articolerà fino ad ottobre; 6) il 2 marzo 2004 è iniziato il processo contro 25 manifestanti accusati di devastazione e saccheggio per una serie di episodi avvenuti per strada il 20 e 21 luglio 2001. E’ la prima inchiesta sul G8 che arriva al dibattimento.

Napoli

Il 10 marzo 2004 si è tenuta la terza udienza preliminare per i fatti del 17 marzo 2001, durante le proteste per il Global Forum tenutosi a Napoli. Dopo le cariche della polizia che dispersero i manifestanti che contestavano il Global Forum, centinaia di persone furono trasportate dagli ospedali alla caserma Raniero. Circa un centinaio di fermati denunciarono di aver subito percosse, ingiurie, offese e perquisizioni anali. Alcuni ragazzi raccontarono di un poliziotto che li avrebbe costretti a inginocchiarsi e baciare una medaglia raffigurante Mussolini. L’inchiesta che ne seguì, condotta dai pm Marco Del Gaudio e Francesco Cascini, è giunta ad un punto cruciale. 33 le richieste di rinvio a giudizio per gli agenti e i 2 funzionari di polizia responsabili della caserma. Resistenza a pubblico ufficiale e possesso di oggetti atti a offendere sono invece le ipotesi di reato formulate dal pm Michele del Prete al termine delle indagini preliminari nei confronti di 11 no global accusati di aver preso parte agli scontri avvenuti a Napoli il 17 marzo 2001.

Tortolì (Nuoro), Caserma dei Carabinieri

Il 31 luglio 2003 sono stati iscritti nel registro degli indagati i militari della stazione dei carabinieri in servizio al momento dell’arresto di M. M., che era stato fermato e accompagnato in caserma dopo aver dato in escandescenze ad un posto di blocco. Dopo la scarcerazione del giovane (provvedimento disposto dal Gip nel corso dell’udienza di convalida su richiesta del legale del giovane tortoliese), la Procura della Repubblica di Lanusei ha aperto un’inchiesta tesa a verificare se le contusioni e gli ematomi riscontrati nel corpo del giovane siano da imputare ad un comportamento violento da parte dei carabinieri. Su di loro grava adesso la pesante accusa di lesioni e di abuso di potere. L’episodio, che dovrà essere chiarito dall’inchiesta giudiziaria, è avvenuto il 21 luglio 2003 nei locali della caserma ed è culminato con il trasferimento del ragazzo nel carcere lanuseino di San Daniele.

In tutto il 2003 i suicidi sono stati 65, di cui due minorenni. L’amministrazione penitenziaria ne ha conteggiati 57

* Tratto dal saggio "Gli eventi critici" pubblicato in ANTIGONE IN CARCERE. Terzo rapporto sulle condizioni di detenzione,a cura di Giuseppe Mosconi e Claudio Sarzotti, Carocci, 2004.