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Socialisti vittime della ségomaniaUltima modifica: venerdì 3 novembre 2006 Roberto Ciccarelli
Le primarie socialiste francesi hanno una sola protagonista: Ségolène Royal. Laurent Fabius e Dominique Strauss-Kahn, i suoi concorrenti alla candidatura alle elezioni presidenziali del 2007, sono costretti a giocare di rimessa, pur contando su larghi consensi nel corpo profondo del partito. I fischi incassati da Ségolène Royal giovedì 26 otttobre 2006 durante un meeting allo Zenith di Parigi hanno risollevato l’umore nero dei suoi rivali Laurent Fabius e Dominique Strauss-Kahn alle primarie socialiste del 16 novembre. Il clan della Royal ha denunciato quello di Strauss-Kahn per avere organizzato una “claque professionale” per dimostrare all’opinione pubblica nazionale che la candidata più mediatica della storia del partito non rappresenta l’anima dei socialisti francesi. Quanto accaduto allo Zenith rappresenta plasticamente la democrazia plebiscitaria istituita dalle primarie. Per i socialisti francesi non è la prima volta. E’ dal 1994 che la designazione del candidato alla presidenza avviene attraverso il voto dei militanti. E’ in questo modo che Lionel Jospin nel 1995 è riuscito a conquistare la candidatura contro Henri Emmanuelli, segretario del partito, sostenuto da più della metà degli aderenti. Le primarie socialiste, anche se limitate agli iscritti, hanno cambiato gli equilibri classici tra le correnti del partito. Nel 2007, a sfidare Nicolas Sarkozy, non sarà il rappresentante della corrente politicamente e ideologicamente vincente tra i socialisti, ma colui (o colei) che avrà saputo conquistare il consenso più largo (aleatorio?) nel voto del prossimo 16 novembre. Rispetto ai riti novecenteschi dei congressi di partito che eleggevano il segretario, o il candidato a qualche elezione “nobile”, solo dopo una lunga trattativa tra le correnti interne, le primarie socialiste hanno cambiato i giochi tradizionali. Rispetto a quelle italiane, in cui il candidato – Romano Prodi - era destinato a vincere per obbligo di coalizione, quelle francesi mantengono una suspence dietro la quale sembra celarsi perlomeno una simulazione di scontro politico. I tre candidati in pista, la Royal, Strauss-Kahn e Laurent Fabius, appena reduce dal “successo” del No al referendum sul Trattato Costituzionale Europeo del maggio dello scorso anno, rappresentano a loro modo diverse posizioni politiche. C’è chi, come la Royal, chiede l’istituzione di “giurie dei cittadini”: osservatori costituiti da persone estratte a sorte dalle liste elettorali per “valutare immediatamente i risultati delle politiche fatte dagli eletti”. C’è chi, come Strauss-Kahn, propone una riforma costituzionale della Presidenza della Repubblica, assoggettando il potere assoluto del Presidente ad un maggiore controllo del parlamento. C’è chi, come Fabius, si batte contro le leggi di Sarkozy sull’immigrazione clandestina, proponendo una “larga regolarizzazione”. Tutti sono d’accordo per permettere l’adozione dei bambini per le coppie di omosessuali; sulla riforma radicale del sistema educativo – alla base di un’economia liberista sempre più basata sulla conoscenza e la produzione immateriale; una gestione più democratica delle migrazioni (anche se in verità non mancano ambiguità sulle politiche sull’“immigrazione clandestina”). Fabius accusa, non senza ragione, la Royal di “populismo di destra” per le sue costanti allusioni ad una mediocrazia populista che i socialisti francesi non vedono di buon occhio. Ci sono poi le proposte della Royal di costringere i “minori devianti” ad un “lavoro umanitario” nell’esercito, nei vigili del fuoco.. Una ricetta blairiana che ha fatto divampare le polemiche, vista la situazione incandescente nelle banlieues ad un anno di distanza dai moti del 2005. Un rafforzamento delle politiche sicuritarie non farebbe altro che riaccendere i fuochi. Qualcuno tra i socialisti se n’è accorto, anche se nessuno sembra porsi seriamente il problema dell’apartheid metropolitana che si respira in Francia. Le primarie socialiste hanno una sola protagonista: Ségolène Royal. Fabius e Strauss-Kahn sono stati costretti a giocare di rimessa, pur contando su larghi consensi nel corpo profondo del partito. Si dice che la forza di questa candidatura sia soltanto mediatica, ma certo non si può escludere che essa sia stata accortamente progettata basandosi sull’idea diffusa che, nell’epoca della democrazia plebiscitaria mediatica, il privilegio della scelta politica non tocchi più ai cacicchi di partito, ma alla “gente”, o meglio ai “militanti” nella versione francese che conserva ancora il retrogusto amaro del Novecento. |
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