Fare società con la politica?

Giovedì 5 Marzo il seminario “Fare società con la politica?” a partire dall’ultimo libro di Franco Cassano “Senza il vento della Storia. La sinistra nell’era del cambiamento”.

Fare società con la politica?

Giovedì 5 Marzo alle ore 17, presso la Fondazione Basso, in Via della Dogana Vecchia 5, Roma,  il seminario “Fare società con la politica?”, promosso dal Crs.

La discussione verte sul rapporto tra coalizione sociale e progetto politico, a partire dalle considerazioni svolte da Franco Cassano nel suo ultimo libro “Senza il vento della Storia. La sinistra nell’era del cambiamento” (Laterza).

Ne discutono con l’autore Maria Luisa Boccia, Mario Dogliani e Pasquale Serra.

Fare società con la politica? Seminario Crs del 5 marzo 2015 by Redazione on Mixcloud

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Locandina 20150305

La traccia del seminario

Nel suo ultimo libro, Senza il vento della storia, Franco Cassano indica la questione costitutiva della sinistra nel rapporto tra progetto politico e alleanza sociale: “La sinistra non è sinistra…se non riesce a guardare in modo lucido alle mutilazioni e alle deformazioni che il suo blocco sociale ha subito nel corso di questi decenni”.

La tipica frammentazione delle società contemporanee non rende impossibile, almeno potenzialmente, la ricomposizione per via politica. È infondato l’argomento di chi ritiene obsoleta l’idea di blocco sociale. Ma certo la sua realizzazione oggi richiede maggiore sensibilità nel comprendere le trasformazioni dei soggetti sociali, dei “nuovi ceti popolari” e del “lavoro autonomo di seconda generazione”. Non si tratta di aggiungere nuove pedine al posto di quelle vecchie sulla stessa scacchiera. Occorre molto di più, “una rete limpida e stabile di alleanze tra i diversi diritti e le diverse aree sociali ad essi legate”.

A partire da queste considerazioni contenute nel libro abbiamo chiesto a Cassano e agli altri relatori, Maria Luisa Boccia, Mario Dogliani, Pasquale Serra e Tamar Pitch, di sviluppare le loro riflessioni in questo seminario del Crs.

La discussione consentirà di approfondire il tema e soprattutto di chiarire alcune questioni controverse. A mo’ di esempio se ne possono già individuare alcune.

Secondo la vulgata la sinistra parte da un nucleo corposo di lavoro dipendente e allarga i suoi riferimenti agli altri strati sociali. È diffusa la convinzione che la coalizione sociale sia venuta meno a causa di un ripiegamento a favore del lavoro garantito. Ma è difficile rintracciare nelle concrete politiche socialiste italiane ed europee degli ultimi venti anni una difesa oltranzista dei diritti del lavoro, anzi si è manifestata la tendenza opposta, dalle leggi Treu al Jobs Act, dalle riforme di Schröder a quelle di Blair e Zapatero. Forse la debolezza delle alleanze non dipende da un presunto primato dell’insediamento tradizionale, anzi non discende affatto da ragioni sociali, ma più probabilmente dalla mancanza di un progetto politico unificante. D’altro canto perfino nel trentennio glorioso il Pci non era un classico partito operaio, ma aveva costruito un profilo popolare – quasi interclassista nelle regioni rosse – sulla base di un forte discorso nazionale.

Per migliorare la nostra discussione occorre allora affinare la terminologia. Se davvero è costitutivo per la sinistra, il blocco sociale non va ridotto a una mera coalizione sociale, ma è sempre una costruzione di popolo. È una narrazione storico-politica che non esiste in natura sociale perché viene prodotta della creatività del politico. Nel ventennio questa produzione è venuta da diverse parti: prima da Berlusconi come biografia del self made man, poi da Grillo come fustigatore della Casta e infine da Renzi come Grande Rottamatore – e tutti questi immaginari popolari hanno saputo ricomporre almeno parzialmente la frammentazione sociale. L’unica parte che non è mai riuscita a inventare un immaginario popolare è stata quella socialdemocratica. Anzi, per ammissione dei suoi capi non è mai andata al di là di uno sterile “riformismo senza popolo”.

Ha ragione allora Cassano nel dire che non basta aggiungere o sottrarre qualche pedina nella scacchiera delle alleanze. La prova decisiva per la sinistra consiste nel “fare società con la politica”, come propose il Crs dopo la sconfitta elettorale del 2008.

Certo, la costruzione dell’immaginario scivola nell’eclettismo se non si incardina su concrete esigenze avvertite come prioritarie da parte di grandi correnti di opinione pubblica. Un progetto unificante può emergere solo se è sostenuto da un’interpretazione delle forze in atto nel cambiamento della società. Ma la sinistra “senza vento della storia” ha smarrito la capacità di comprendere il mutamento e di conseguenza rischia di “scomunicare il mondo che viene”. Questa è la tesi centrale di Cassano, e non solo sua. Anzi, è largamente condivisa nella pubblicistica corrente.

Eppure rimane un dubbio: nella concreta vicenda politica degli ultimi venti anni è prevalso il rifiuto o l’apologia del cambiamento? Si può ragionevolmente sostenere che la sinistra italiana ed europea hanno condotto una lotta di resistenza alle tendenze dominanti? La crisi del socialismo europeo e in particolare mediterraneo non viene certo dall’aver demonizzato la globalizzazione, ma forse dall’averne accettato acriticamente tutte le favole. Nella grande Crisi i socialisti sono stati avvertiti da ampie fasce di elettorato come una variante interna all’establishment. Per questo alcuni partiti sono stati spazzati via e altri hanno perso le elezioni. Le nuove formazioni politiche che superano il 30%, come Podemos e Syriza, usano un linguaggio insolito che riscopre la parola popolo.

La crisi europea è infatti di natura politica prima che economica. È la più grave frattura tra elite e popolo mai vista prima nella storia europea. Si apre una divaricazione tra logica di sistema e forma di vita, tra le dottrine macroeconomiche e il rancore che ribolle nella società, tra l’algida tecnocrazia e il vitalismo quotidiano. La “costruzione del popolo” di cui parla Cassano alla fine del libro, allora non è solo una chiave analitica intellettuale, ma diventa una stringente necessità per salvare il progetto democratico dell’unità europea. Non si può ricomporre la frattura tra elite e popolo senza mettere in discussione l’attuale assetto dei poteri politici, istituzionali ed economici. Dare potere a chi non ce l’ha, è un mestiere antico della sinistra che riemerge come forza del cambiamento.

Di queste cose e di altre discuteremo nel seminario con l’autore e gli altri relatori.

Di seguito si aprirà il dibattito a chi vorrà interloquire.

 

1 commento

  1. Ferdinando Chiaromonte

    Nella analisi della crisi della sinistra Cassano – come non molti fanno- cambia prospettiva e pone l’accento non sulle èlite ma sui soggetti sociali.
    Voglio stressare ancora questo passaggio : vi è oggi una crisi profonda ( marginalizzazione)del soggetto sociale che la sinistra ha tradizionalmente rappresentato.
    Un passo indietro : nei magnifici 30, come Cassano ricorda, la nostra società aveva una classe operaia ( grandi e medie imprese) quantitativamente rilevante e qualitativamente centrale ( centralità quindi del rapporto capitale-lavoro).
    Voglio dare una lettura certo parziale : è sulle iniziative – spesso autonome e spontanee – di quel soggetto sociale che le elite della sinistra si affermavano in quegli anni , acquisendo potere e modificando profondamente i rapporti di forza .
    Queste modifiche ( questa egemonia) si manifestava anche attraverso la diffusione ad altre fasce sociali negli stessi luoghi di produzione ( si pensi ai tecnici) e più in generale allo intero corpo sociale, delle modalità di azione e dei contenuti della democrazia ( dai delegati e consigli di fabbrica ai consigli di quartiere, ai consigli scolastici…).
    C’è un punto centrale di questa azione che va ricordato : ancor prima della distribuzione della ricchezza ( che pure era più equa in quegli anni , come dimostra Pikketty) era messo in discussione il processo di formazione della ricchezza.
    Con una lettura ancora parziale, voglio soltanto ricordare il controllo sulla salute e sull’ambiente di lavoro , il controllo e le modifiche della organizzazione del lavoro, la contrattazione delle innovazioni tecnologiche e più in generale degli investimenti.
    Questa era ancora la situazione verso la fine degli anni’70. Poi il capitale ha sparigliato lungo tre linee:
    – Tecnologia
    – Decentramento , internazionalizzazione, globalizzazione
    – Finanziarizzazione della economia
    Ai cambiamenti tecnologici ed al decentramento la classe operaia e la sinistra hanno tenuto testa per qualche tempo.
    La globalizzazione non hanno saputo affrontarla e governarla: cambiava il campo di gioco
    La finanziarizzazione ha dato un colpo finale. Esagero: non c’era più un avversario in carne ed ossa , il capitale industriale, ma un avversario lontano e virtuale , il capitale finanziario.
    E così quel soggetto sociale si è via via impoverito qualitativamente e poi anche quantitativamente , ha perso la sua centralità come produttore di plusvalore. Non era più sul territorio da lui controllato che si giocava la partita della formazione della ricchezza.
    Da qui lo arretramento della sinistra ( le èlite) la cui crisi ha quindi una dimensione fortemente oggettiva .
    Si è però innescata qui una forte componente culturale ( soggettiva) della crisi della sinistra stessa. Essa ha rinunciato alla ricerca di una visione alternativa dello sviluppo, non mettendo in campo, quando forse ancora poteva ,risorse e capacità per studiare, capire e rappresentare le esigenze ed i problemi dei soggetti sociali diversi dalla classe operaia che acquistavano rilievo a seguito dei processi economici in corso.
    Si può dire ora, credo, che si è attardata nella difesa del lavoro garantito, peraltro con una visione subalterna , cercando soltanto di limitare i danni e gli effetti negativi di un processo di sviluppo che in fondo non contrastava.
    Era ( è) possibile un diverso comportamento?
    Nei magnifici 30, nella fase di passaggio dalla egemonia della classe operaia qualificata a quella della classe operaia dequalificata ( l’operaio massa) , la sinistra aveva saputo cambiare ed aprirsi alle esigenze di questo nuovo soggetto emergente. Certo il cambiamento era stato favorito sia dalla localizzazione del conflitto (la fabbrica) che dalla pressione collettiva ed egualitaria del soggetto nuovo.
    La situazione è oggi ben diversa . La fabbrica è frammentata e dispersa, i nuovi soggetti non sono portatori di esigenze unificanti , né mostrano forza d’urto collettiva.
    E’ qui tuttavia che si misura la lungimiranza e la capacità visionaria di una elite nel (ri)costruire il proprio riferimento sociale in termini di nuovi contenuti, nuove modalità di azione ,nuove convergenze.
    Vorrei essere chiaro: non si tratta di intuizioni , ma di ricerca, di analisi, di presenza sui territori , e di conseguenti proposte che prevedano anche , se serve, rinunce per favorire la ricomposizione in un blocco sociale unico di soggetti diversi e a volte in competizione tra di loro, ma comunque parte integrante del “popolo” per usare la espressione di Cassano.
    E’ possibile che su questa ritrovata coesione di popolo a livello domestico si fondi anche una maggior forza politica e istituzionale per affrontare le questioni della globalizzazione e della finanziarizzazione?

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  1. Sinistra: costruzione di un popolo | - […] società con la politica è il titolo del seminario organizzato dal Centro per la Riforma dello Stato e che vedrà la partecipazione…

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